venerdì 3 luglio 2015

PER UNA VITA EMOTIVA ACCETTABILE

Keith Oatley, docente di Psicologia cognitiva, presso l’ Università di Toronto, dopo una lunga ricerca scientifica, afferma che per gli antichi greci e romani, popoli particolarmente attenti a esprimere e ad individuare particolari stati dell’animo, le emozioni da cui bisognava guardarsi erano la ybris ( nella mitologia greca atteggiamento  arrogante dell’uomo che, presumendo troppo di sé, arriva a violare le leggi morali e divine, meritando di conseguenza il castigo degli dei. Garzanti Linguistica) e l’ira, da cui tutt’oggi non ci siamo ancora totalmente liberati.
  Analizzando alcuni aspetti antropologici, psicologici e sociali della nostra attuale società, nel settore pubblico, e in parte anche in quello privato, possiamo vedere che l’ybris , cioè l’arroganza, la presunzione, rende i capi e i capetti, completamente  convulsi e avidi di potere e di dominare gli altri. Per quanto riguarda l’ira, merita particolare attenzione la vita familiare perché è la prima scuola psicopedagogica nella quale apprendiamo insegnamenti riguardanti la vita emotiva. Per cui, come centinaia di studi dimostrano, nell’intimità familiare i più deleteri, i più distruttivi modi che vengono trasmessi dai genitori ai figli sono gli abusi – di vario genere - e i comportamenti rabbiosi, che possono agire come una sorta di messaggio genetico della violenza.
  A tale proposito, da una ricerca moderna sono stati acquisiti dati certi che dimostrano  la correlazione tra la presenza di un gene di bassa attività di una sostanza che agisce sugli effetti del maltrattamento dei bambini e una storia di abusi e di maltrattamenti subiti durante l’infanzia. I bambini, infatti, con un gene di bassa attività e che durante il periodo di crescita psicofisica hanno subito maltrattamenti più o meno gravi, hanno più probabilità di mostrare comportamenti aggressivi e violenti, per esempio:il bullismo.
  La stessa originale  ricerca ha messo in evidenza il modo con cui alcuni geni si combinano con la storia caratterizzata da eventi stressanti per indurre la depressione. In sintesi, la mancanza di produzione di serotonina – sostanza prodotta dal cervello che è coinvolta in numerose e importanti funzioni biologiche – è un fattore di vulnerabilità per la depressione. Naturalmente, non ha effetto da sola, ma può essere potenziata quando nella vita del soggetto si verificano avvenimenti gravi: lutti, perdita di lavoro e così via. Oggi sappiamo che la depressione compromette e limita moltissime persone. Diverse depressioni guariscono. Per la maggioranza delle persone colpite, il periodo difficile si supera, grazie ai moderni sistemi di terapia psicologici e farmacologici. 
  Percorrendo la storia della nostra civiltà, Oatley traccia un breve profilo psicologico delle pratiche mentali che permettono di regolare le emozioni, nel passato  e nel presente. Così, la eliminazione di tutti i sentimenti proposta dagli stoici, ai moderni  le emozioni d’amore sono le massime espressioni dell’uomo. E un essere umano che non si indigna e non prova compassione di fronte ad atrocità come l’Olocausto, o perfino a una ingiustizia sul lavoro, per la mentalità contemporanea è meschino e disumano. Nel I secolo avvennero una serie di cambiamenti nell’idea di pietà, o meglio di compassione, ma non furono i soli. Lentamente migliorarono le condizioni di vita, le persone cominciarono a stare meglio, a nutrirsi correttamente e ad avere un certo controllo sulla salute. Tuttavia ,oggi  in quelle parti del mondo lacerate dai conflitti , in cui la mancanza di cibo è persistente o è in vigore la tirannia politica, la vita può essere ancora sporca, disumana ed effimera.
  All’inizio del XXI secolo, grazie alla tecnologia possiamo viaggiare, mangiare in abbondanza e divertirci.  E ciò che più conta la vita è più sicura e più vivibile che nel passato.
  Quindi, bisogna cercare di non isolarsi dall’ ambiente umano e naturale che ci circonda – come proponevano gli stoici -, ma cogliere e conservare il meglio delle loro proposte e nel contempo dare massima priorità alle emozioni di affetto e di reciproca fiducia.
                                                                            E. C.

lunedì 15 giugno 2015

L'AGGIUSTATORE DI DESTINI di Francesco Colizzi

Ci sono molte figure di medici narratori, Colezzi è uno di quei medici letterati  che scrive le storie dei suoi pazienti in modo più o meno romanzate. La scrittura, infatti, favorisce il ripiegamento introspettivo, si accompagna a pause di riflessione e ciò permette di cogliere l’interezza dell’essere uomo, il suo essere, della sua sofferenza, che non va considerato dal un sol punto di vista (dal clinico), ma bisogna sviluppare una visione antropologica che abbracci tutte le dimensioni dell’esistenza umana.
  Dopo la pubblicazione di alcuni libri <<ricreativi e di saggistica>>  Francesco Colizzi, psichiatra e psicoterapeuta, nel 2015 dà alle stampe il suo primo romanzo dal titolo alquanto suggestivo, L’aggiustatore di destini, manni, inaugurando la sua nuova  stagione creativa; un articolato e composito discorso  che indaga, con  una strategia narrativa simile a quella del commissario  <<Maigret>>,  le vie contorte e più profonde della mente umana con il rischio <<di trovarsi fortemente coinvolto in una vicenda per la quale non si sentiva, e non era, affatto pronto.>>.
  A ben leggere, l’indagine psicologica di Colizzi si svolge – con qualche variante, dato il vario percorso produttivo – nell’ambito dell’ambiente umano e geografico aderente alla sua esperienza, un sito quindi individuato e delimitato da confini mnesici, psicologici e culturali di uno specifico territorio della Provincia brindisina, Ostuni, appunto: un suolo patrio dove <<nonna Candida aveva deciso di non muoversi più dal rione antico, dalla piccola casa di via Clemente Brancasi, lasciando in eredità all’amato nipote, studente di medicina, il nuovo immobile affinché ne facesse un ambulatorio medico>>,
  Questo libro, in bella veste tipografica e articolato in tre capitoli: PROLOGO, FEMMINILE  PLURALE, EPILOGO, analizza con oculata sensibilità e mette in luce ad uno ad uno i temi principali dei singoli capitoli, non mancando di proporre un esergo ad ognuno di essi, quale senso di gratitudine da esprimere verso autori che si ritrovano nel percorso di scrittura del romanzo.
 Con il prologo, inizia il cammino professionale del giovane specializzando in psichiatria, il dottor Nilo, un viaggio esistenziale sulle note  della Quinta sinfonia di Beethoven. Da ogni tema della sinfonia emerge una scena <<di quella brevissima quanto densa vicenda>>.  Dopo i primi tre temi, anche nella quarta sinfonia viene fuori con chiarezza anche <<quello umanistico della speranza>>. Tema per entrambi, medico e paziente, importante per l’evoluzione del rapporto interpersonale, a tal punto che alla domanda della paziente, <<Posso abbracciala?>>, <<Può farlo, Adele.    
In fondo, in questo momento non siamo che due esseri umani>> rispose il dottor Nilo, pensando di aver dato << un piccolo scacco>> alla <<forza del destino>>.
 Nel secondo capitolo, il più corposo – comprende trenta racconti brevi -, tante sono le storie e diversi i personaggi che emergono da un mondo adulto fatto di violenza, di paura, di dolore psichico, ma anche di cultura e di amore. Tra questi spiccano le figure femminili di Lucia e di Emma oltre ad alcune di eminenti scrittori.
 Analizzando brevemente il caso Lucia, rileviamo che il dottor Nilo un giorno << si era ritrovato davanti una strana bambina che chiedeva accudimento con fare lamentoso e accondiscendente al tempo stesso>> . Il giovane psichiatra per un attimo rimase incredulo: quel timbro di voce era una regressione o nascondeva cos’altro? Con pazienza certosina e disponibilità all’ascolto, dopo aver ricomposto pezzo dopo pezzo i fotogrammi della sua ricostruzione, comprese ciò che angosciava la giovane paziente: Lucia non era una donna perversa, come credeva di essere, ma <<Una vittima alla quale il carnefice, il fratello di sua madre, è riuscito anche ad installare vergogna  e senso di colpa>>. In questo spazio narrativo è presente come un bisogno naturale  un sentimento amoroso quasi sussurrato, un amore intessuto di autentica gioia il cui ritmo è modulato dalle emozioni occasionali, da <<una carezza olfattiva>>, da << un debordante desiderio sessuale>>. Sì, Emma è innamorata e a Nilo che le sta vicino e lo bacia con trasporto, trova le parole giuste per dire :<<Lo so, tesoro, e anche per questo ti amo>>.
  Non manca  qualche  <<storiella divertente>> come  quella dell’incontro in un ospedale psichiatrico giudiziario tra il dottor Nilo, da pochi giorni in servizio nel nosocomio e lo Zio Mingo, un ricoverato. Ipotizzando che anche Nilo fosse ricoverato esclamò :<<Giovà! Pure tu stai qua?>>.
  L’epilogo conclude il romanzo. Con una lettera scritta a mano, che accompagna un pacco, Lucia comunica al dottor Nilo che grazie alla sua preziosa e affettuosa presenza è giunta  a una conclusione che <<Ho diritto di andare avanti, per una strada che sia solo mia …che devo lasciar andare i miei sensi di colpa e di vergogna…devo imparare ad amarmi e ad amare>>.
  Il dottor Nilo chiuse la lettera, rimosse l’imballaggio ed estrasse la bambola <<Gli parve del tutto innocua, per niente inquietante>>. La collocò alla spalle del <<pupazzo di Freud>>.
  All’uscita dallo studio il dottor Nilo si fermò sull’ingresso. <<Sorrise a Dènise e chiuse la porta>>.
  In questa prima prova narrativa intessuta di elementi umani e psicologici, Francesco Colizzi ha abilmente esplorato, raccolto e descritto con professionalità analitica essenziale e preziosa i drammi oscuri della psiche e i complicati rapporti interpersonali, cogliendone le tensioni interne e la fragilità della condizione umana.
                                                                                                E.C.
 
 

giovedì 4 giugno 2015

LEGGERE E SCRIVERE ROMANZI

Da quando è finalmente terminata la netta distinzione dei ruoli che separava i produttori di carta stampata dai consumatori, diversi autori – tra i quali chi scrive – si sono chiesti perché oggi è sempre così difficile leggere o scrivere romanzi. Se questo è il problema, credo che bisogna restituire dignità e circolarità in modo salubre al leggere e allo scrivere. E nel particolare chiarire le incertezze e lo stesso desiderio di successo.
  Alcuni interventi di eminenti critici mettono in evidenza in chiare lettere qual è la finalità principale della ricerca: nell’attuale periodo storico contrassegnata dalla ”Egemonia del Romanzo” l’attività primaria del leggere e scrivere perde di significato, entrambe diventano feticci imbalsamati. Dopo aver dissipato il ricco patrimonio,  restano solo due attività: dipendenti e speculari: la produzione di trame e il loro commercio. Gli scrittori, nell’ambiente privo di vitalità e parzialmente controllato dall’arroganza della fiction, mettono in scena i loro deboli personaggi, con più o meno destrezza. Ai lettori, dal lato opposto, non restano che illusori vantaggi di accertare l’identità e il desiderio, ripetitivo e privo di acutezza mentale, di cogliere il finale.  Ma quale funzione svolge la critica? Non tutti sono d’accordo nel definire la produzione del critico come un semplice esercizio letterario senza alcuna finalità. Indubbiamente la maggior parte si limita a una colonna di un quotidiano cercando di riassumere più che di evidenziare problemi di natura tecnica, altri  iscritti a libro paga di  grandi editrici  ne seguono pedissequamente i dettami , i restanti cercano e/o parlano di grande romanzo, anche se non hanno la più pallida idea di dove la letteratura stia andando.   
  Di fronte a questo spettacolo desolante di una letteratura ridotta a fanalino di coda del modo creativo, fare previsioni sulle prospettive delle forme espressive del futuro non è proprio un compito al momento risolvibile.
   Intanto, bisogna dare una risposta alla evidente usura del romanzo, mettendo da parte polemiche moderniste e avanguardistiche contro la trama e i personaggi.  
  A questo punto, ritengo personalmente utile utilizzare la scrittura psicologica per far uscire l’io dai rigidi schemi della trama del romanzo – spesso soggetto sacrificale del suo stesso riciclo –  che, tramutandosi in ego, in voce narrante, in protagonista attivo, colga le stille della realtà e le posizioni nelle sue storie.

                                                                                          E. C.

   

 





 

giovedì 14 maggio 2015

LA FRAGILITA' UMANA, UNA EMOZIONE DEBOLE

Da una sensazione di stretta al torace in seguito ad uno scontro verbale con un familiare o con un caro amico, all’improvviso e apparente immotivato vuoto mentale alla vigilia di un esame a scuola o all’università oppure di un importante dibattito pubblico e , ancora, la sensazione d’angoscia alla notizia di una grave malattia fisica, la nostra umana fragilità è presente in diverse forme in ogni ora e in ogni stagione della nostra vita.
  Come  definire e percepire la fragilità umana?
 Il concetto di fragilità è stato oggetto di continuo interesse in questi ultimi decenni e, benché ampio spazio vi sia stato dato dalla letteratura scientifica non si è raggiunto pieno accordo sui criteri per individuarlo. Tuttavia, per quanto riguarda la nostra ricerca, il Professore Eugenio Borgna, psichiatra e fenomenologo di fama, sostienine che a differenza di quanto abitualmente i dizionari considerano la fragilità come indice di gracilità, di scarsa consistenza, di debolezza, oggi le cose sono cambiate nel senso semantico, perché  accanto ai significati ora indicati, il dizionario ( Il Dizionario analogico della lingua italiana edito nel 2011 da Zanichelli) assegna alla fragilità i significati di sensibilità, di vulnerabilità, di delicatezza e del loro possibile incrinarsi nel corso della vita. Borgna conclude definendo la fragilità come qualcosa che facilmente si rompe , e fragile è un equilibrio psichico che facilmente si frantuma.
  Presente sin dalla nascita, la fragilità umana come una via attraversa zigzagando e oscillando  le varie stagioni dell’esistenza, lambendo varie aree tematiche talora apparentemente lontane tra loro.  Se, quindi, la fragilità è una esperienza umana, ci sono anche momenti in cui la presenza, o almeno la sua percezione, si accentua , o si inaridisce, ma in ogni caso dovremmo educarci a riconoscerla negli altri e in noi.
  Su questo particolare aspetto pare che la cultura contemporanea non dia risposte adeguate, o sufficienti. Il nostro, infatti, è il tempo della ricerca dell’ effimero, del benessere psicofisico e della rinuncia delle mete di alto profilo. Un siffatto vivere permette di favorire il nascere di tipi ideali: l’uomo efficiente fisicamente e psicologicamente, esteticamente disposto al perfetto, in continua ricerca di successo. Ma dietro la facciata di tanta sicurezza e forza, fioriscono diversi drammi d’inferiorità psicofisica, dipendenza e solitudine, grettezza ed egoismo.
  Dal punto di vista psicologico, il problema  non ha facili risoluzioni,  anche se non manchino echi di future speranze. Rimangono  soprattutto da risolvere i molteplici fattori che oggi rendono la persona indifesa ed esposta alle intemperie quotidiane della vita e resi più crudi da una cultura che ha insegnato e continua ad insegnare a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti che impediscono di far risaltare i pregi e la stima di se stessi.
 Di seguito, analizzeremo brevemente alcune situazioni di particolare disagio psichico:
-         L’arrivo del bambino.
Nelle prime fasi di vita, il neonato deve ricevere dai genitori, e in modo particolare dalla madre, moltissime cure, perché  noi siamo, tra i primati, gli individui più vulnerabili. Compito abbastanza arduo per molte giovane madri, che oggi sono disoccupate e non hanno disponibilità economiche per accogliere e crescere la propria creatura.
-         La malattia.
 La malattia  modifica il modo di vivere di ciascuno di noi, ci rende fragili nell’anima e nel corpo, e bisognevoli di accoglienza  di chi circonda il letto. Spesso i ritmi quotidiani della famiglia si dissestano, creando un notevole disagio assistenziale e organizzativo tra i componenti.
-         Relazioni interpersonali.
La nostra fragilità si svolge e si articola con l’ambiente naturale e con gli altri esseri umani. Questa innata capacità di stare insieme, è a volte resa difficile dalla presa di coscienza della propria debolezza  psichica. Tuttavia,  non essendo auto sufficienti, siamo aperti alle parole e ai gesti degli altri.
-         La condizione anziana.
Un evidente pregiudizio assedia  la terza età della vita nella sua fragilità, di questa età considerata inutile, forse perché gli anziani non possono più avere un ruolo attivo nella società contemporanea; e non è facile sfuggire al fascino malefico del pregiudizio che nel suo intimo nasconde il disprezzo per la debolezza psicofisica  che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap e dalla condizione anziana intesa come una vita nella quale le emozioni e gli stati d’anima si inaridiscono e si svuotano di aspetto spirituale e religioso. Ma ciò non risponde al vero, perché la vita emozionale rimane autentica e dotata di senso anche nella condizione di terza età.
   L’anziano va dunque considerato soggetto attivo alla costruzione della società, secondo le possibilità di ciascuno. In tal senso una società matura è chiamata a non tralasciare l’anziano bensì a promuoverne le risorse di cultura, di trasmissioni di valori e di vissuti, di abilità e capacità attuali individuali e di spiritualità.
   Argomento attuale, la fragilità umana, di grande interesse, che sarà oggetto dei nostri prossimi interventi.
                                                                      E. C.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

sabato 2 maggio 2015

LIBRI-LIBRI

ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO
di Marco Missiroli
  Sinossi
Questa è una storia che comincia una sera a cena, quando Libero Marsell, dodicenne, intuisce come si può imparare ad amare. La famiglia si è da poco trasferita a Parigi. La madre ha iniziato a tradire il padre. Questa è la storia, raccontata in prima persona, di quel dodicenne che da allora si affaccia nel mondo guidato dalla luce cristallina del suo nome. Si muove come una sonda dentro la separazione dei genitori, dentro il grande teatro dell'immaginazione onanistica, dentro il misterioso mondo degli adulti. Misura il fascino della madre, gli orizzonti sognatori del padre, il labirinto magico della città. Avverte prima con le antenne dell'infanzia, poi con le urgenze della maturità, il generoso e confidente mondo delle donne. Le Grand Liberò, così lo chiama Marie, bibliotecaria del IV arrondissement, dispensatrice di saggezza, innamorata dei libri e della sua solitudine, è pronto a conoscere la perdita di sé nel sesso e nell'amore. Lunette lo porta sin dove arrivano, insieme alla dedizione, la gelosia e lo strazio. Quando quella passione si strappa, per Libero è tempo di cambiare. Da Parigi a Milano, dallo Straniero di Camus al Deserto dei Tartari di Buzzati, dai Deux Magots, caffè esistenzialista, all'osteria di Giorgio sui Navigli, da Lunette alle "trentun tacche" delle nuove avventure che lo conducono, come un destino di libertà, al sentimento per Anna.
  Nota critica
Ho già avuto occasione, in precedenti interventi sui primi romanzi, di conoscere e apprezzare l’istinto creativo di Marco Missiroli, capace di trasmettere una sensibilità palpitante, una emozione preziosa che si fa visibile nelle pagine del suo prodotto. In questo ultimo lungo racconto, i sentimenti e le emozioni, che nei precedenti romanzi abbiamo rilevato e analizzato, sono presenti con rinnovata intensità, nel senso che gli eventi trasmettono reali stati affettivi come antidoti contro i piccoli grandi drammi dell’esistenza.
 A prima lettura il romanzo si presenta come lo sviluppo psicosessuale di un bambino. Accettabile  dal punto di vista del genere letterario, ma da quello descrittivo è soprattutto la storia di un quasi dodicenne, Libero, che diventa ragazzo e poi uomo, che affronta con i suoi dubbi e le sue curiosità il tortuoso percorso della vita quotidiana. Insomma un processo evolutivo di un essere umano che lo scrittore analizza con fine sensibilità descrittiva, mettendone in luce i processi di maturazione sociale, affettiva e anche sessuale che sono gli aspetti psicologici fondamentali per definire la propria identità.

lunedì 20 aprile 2015

LIBRI-libri


LA FRAGILITA’ CHE E’ IN NOI, di Eugenio Borgna.
Sinossi
Quale è il senso di un discorso sulla fragilità? Quello di riflettere sugli aspetti luminosi e oscuri di una condizione umana che ha molti volti e, in particolare, il volto della malattia fisica e psichica della condizione adolescenziale - con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza, e con le sue discese negli abissi della insicurezza e della disperazione -, ma anche il volto della condizione anziana, lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza, dallo straniamento e dall'angoscia della morte. La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l'immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell'indicibile e dell'invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d'animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.
Nota critica
 La fragilità non significa uno stato di precarietà, di difetto strutturale della materia, come il rompersi di un oggetto di vetro. Attraverso un attento percorso  tra le emozioni e tra le <<falde più profonde e creatrici della nostra interiorità>>  il professore Eugenio Borgna psichiatra e fenomenologo di fama, analizza con la sua decennale esperienza professionale gli elementi psicologici  (valori) che si celano dietro questo <<stare al mondo>> che ci seguono continuamente e cerca, elemento dopo elemento, a dare il giusto significato. <<Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli, e sono fragili alcune emozioni più significative della vita. Sono fragili la tristezza, la speranza e l’inquietudine, la gioia e il dolore dell’anima. E in che cosa consiste la loro fragilità?>>. Da questo incipit, riportato in  copertina del prezioso libretto, Borgna si addentra nel pianeta umano e inizia a scavare nell’animo di chi soffre.
Diversi e articolati sono i passaggi significativi riportati nel saggio, che suggeriscono l’estrema  difficoltà di riassumere nello spazio della nota; per cui – sintetizzando il pensiero dell’autore - , diremo che tutti gli esseri umani sono fragili e possono rompersi sotto la spinta del dolore psichico e della stanchezza  di vivere. Tuttavia trasformando con dolcezza <<le relazioni umane, immergendole in atmosfere di accoglienza e di non conflittualità>> si possono allontanare le ombre e le inquietudini del cuore.                          

 

martedì 7 aprile 2015

L'INVIDIA, UNA EMOZIONE DA GESTIRE

 Nella società tecnologica, come la nostra contemporanea, in cui l’individualismo è l’icona, segno visivo di una realtà esterna, caratterizzata da egoismo, da eccessiva considerazione di sé, l’invidia trova terreno fertile per alimentarsi e svilupparsi.
 Che cosa è l’invidia? Tralasciando le teorie bioneurologiche, dal punto di vista psicologico l’invidia è un’emozione spiacevole, spesso penosa, caratterizzata di inferiorità, ostilità e risentimenti che ha origine dalla presa di coscienza che un’altra persona o un gruppo di persone posseggano un bene ambito – oggetto, posizione sociale, titolo o qualità professionale. Insomma, è una motivazione, un desiderio di qualcosa posseduta da un altro. Dal punto di vista sociale, l’acido corrosivo dell’invidia distrugge il tessuto sociale.
  L’invidia è un sentimento noto sin dall’antichità e su di essa si è riflettuto e scritto molto. Tra le tante testimonianze, qui riporto in sintesi l’intervento dell’Apostolo Paolo che si lamentava di alcuni che << predicano Cristo anche per invidia e per rivalità>> Filippesi 1:15,18 e l’incontro di Dante con gli invidiosi (43-72) del XIII Canto del Purgatorio. Il poeta è molto colpito dalla pena degli invidiosi, tanto che non crede ci sia uomo così duro da non esserne commosso: infatti, quando li vede meglio è costretto a versare lacrime.
 Oggi, è importante ritornare a parlare dell’invidia, perché a differenza di altre emozioni negative (tristezza, angoscia, collera, vergogna, disagio) che oscurano la nostra parte razionale (che però non vanno eliminate ma gestite)  è un sentimento che danneggia tutti, chi la prova e chi la subisce.
   Se, quindi, è un’emozione sorretta da un mega e distruttivo egocentrismo, linvidia  amareggia l’esistenza. Ma non è tanto il voler avere ciò che l’altro possiede in talenti e qualità, è l’odio per quello che l’altra persona ha oppure rappresenta. La persona che invidia un’altra carismatica, ricca di passione e ingegno, amata da molti conoscenti del proprio ambiente, che fa le cose non per mettersi in mostra ma per piacere, non si accontenta di rodersi dentro, ma semina calunnia, desidera distruggere i pregi dell’altro. L’invidia si alimenta di risentimento. Si insinua nella pretesa che ciascuno ha di valere qualcosa a se stesso e agli occhi degli altri. La invidiosa sminuisce i successi altrui e li attribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia. La professionalità e l’entusiasmo altrui sono fonte di personale frustrazione.
 Si può trasformare l’invidia o, in genere, un’emozione negativa in positiva? Secondo la psicologia si può, avendo a disposizione grande forza di volontà ed energia psichica per non identificarsi con l’emozione quando in modo autonomo s’instaura. A questo punto bisogna riconoscere la causa della sua presenza che non è esterna ma è tutta interna a noi, per cui per trasformarla e gestirla bisogna adottare una intensa e assidua meditazione (intesa quest’ultima come una profonda riflessione della mente atta a ricercare la ragione di questa autonoma e improvvisa intrusione).
                                                                           E. C.  
Didattica emozionale.