venerdì 18 marzo 2016

I NEURONI SPECCHIO PER PROVARE LE EMOZIONI ALTRUI.

Tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, alcuni ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, coordinati da Giacomo Rizzolati, nei macachi osservarono, per caso, che alcuni neuroni si attivavano non solo quando le scimmie eseguivano alcune azioni motorie autonome, ma l’attivazione si otteneva  anche quando osservano un loro simile compiere la stessa azione specifica.
 Passando dai primati all’umano, si osservò, con tecniche non invasive di ultima generazione ( es. risonanza magnetica funzionale), che, per la maggiore estensione dell’aria interessata e la crescente complessità del fenomeno, il sistema a specchio umano rispetto a quello delle scimmie rivelava sia il tipo di azione che la sequenza dei movimenti di cui è composta.
 I ricercatori, quindi, hanno potuto comprendere le azioni degli altri, e grazie a questa capacità il comportamento altrui acquista significato, dotando l’osservatore dell’abilità di “leggere” la mente degli altri. Se nel passato, cioè al tempo degli esperimenti sui primati, si era potuto sottolineare l’aspetto imitativo dell’azione, oggi invece permette la comprensione di eventi osservati oppure l’apprendimento di nuove azioni.
 Secondo, quindi, i neuro scienziati, il sistema a specchio permette all’umano di cogliere ciò che gli accade intorno, d’imparare per imitazione, di provare emozioni e di immedesimarsi e di entrare in empatia.
 Non è nostro compito, in questa sede, avanzare dubbi sulla validità o meno di simili affermazioni. Intanto la ricerca va avanti, per cui, secondo lo scienziato Rizzolati, l’apprendimento per imitazione ci distingue dagli altri primati e, soprattutto è ampiamente dimostrato sperimentalmente che il sistema “mirror” si attiva nel riconoscere le emozioni.
  La percezione, infatti, di una manifestazione di gioia o di dolore altrui, attiva le medesime zone neuronali della corteccia cerebrale, quando siamo coinvolti in prima persona  a provare gioia o dolore. In sostanza, noi percepiamo la medesima emozione degli altri ( di gioia o di dolore oppure d’angoscia).
 Per esempio, stiamo nel nostro salotto leggendo un romanzo d’avventura. In una foresta, i protagonisti, circondati da selvaggi di turno, terrorizzati cercano disperatamente di difendersi, e l’autore con abilità descrittiva e con parole adeguate riesce trasmettere anche a noi lettori le medesime emozioni (paura, angoscia). È come se l’altro umano diventasse uno di noi, come se l’atto in corso dell’altro fosse la nostra esperienza.
 Questo è un fenomeno conosciuto come “empatia”, ovvero la capacità dell’essere umano di capire e di provare le emozioni degli altri. Più precisamente quando a esempio vediamo qualcuno che ha paura. È terrorizzato i nostri neuroni specchio non riproducono chiaramente la percezione della paura o del terrore, ma invece riproducono  la percezione emotiva e viscerale della paura: il nostro cuore aumenta la frequenza, sudiamo, ci si accappona la pelle e i muscoli si tendono, pronti alla fuga. Ma oltre a dedurre, con l’imitazione e la conoscenza degli stati d’animo altrui, le relazioni affettive e sociali, gli schemi di comportamento individuali e collettivi, l’agio e il disagio delle persone che incontriamo (emozioni positive), l’empatia è pure base delle nevrosi in quanto l’imitazione limita di portare dentro di sé, valori e schemi che non possono funzionare e che possono produrre delusione e rabbia ( emozioni negative).
 Secondo i neuro scienziati, l’empatia  è generata dai neuroni specchio, e il loro compito non è solo quello di interpretare le emozioni degli altri, ma anche di far provare quelle medesime emozioni o sensazioni. Questo meccanismo, già presente e utile per la sopravvivenza nell’uomo delle caverne, è stato geneticamente trasmesso a noi, e come allora anche ai nostri giorni ha il potere d’influenzare il nostro stato d’animo.
 Anche, dunque, ognuno di noi – nessuno escluso – può utilizzare al massimo questa straordinaria capacità innata per se stesso e soprattutto per cambiare in meglio lo stile di vita altrui, e dare una mano a risolvere i loro problemi o a superare un’emozione negativa
                                                                                                 E.C.

lunedì 7 marzo 2016

UN ROMANZO NON PUO' CURARE L'UOMO

In quel meraviglioso universo che è l’editoria nascono sempre nuove idee. Come conciliare, però, la passione dell’editoria di evasione con quella che pretende di stupire il lettore con qualche abbozzato mondo interiore del protagonista fatto di intricati viaggi verso l’inconscio e di tentativi di comprensione  di ispirazione psicoanalitica?
 Diamo per certo il dato che un libro di narrativa di vari premi letterari (quelli più importanti, come per esempio il premio Strega) fa molte vendite. È un po’ la regola della pubblicità; il marketing funziona e i profitti sono visibili. Non trascuriamo il vantaggio di un romanzo recensito o letto dai giurati o dai critici accreditati prima delle persone e l’hanno giudicato in grado di cambiare in toto l’animo umano. A volte indipendentemente dalla validità del testo. E non l’ultimo, il cosiddetto “caso letterario” un genere di romanzo a metà tra la narrazione e i consigli per i lettori per come ritrovare una “sana forma”. A questo punto chiudiamo la succinta disamina delle scelte editoriali proferendo che gli addetti ai lavori offrono un ampio ventaglio di generi di romanzi, poi, sul mettersi d’accordo sulla validità dei vari prodotti creativi ci pensa esclusivamente il mercato.
 Passando, ora doverosamente la palla agli scrittori, diremo che la stragrande maggioranza della variegata famiglia è concentrata sui dettami della psicologia comportamentale dell’uomo. Molto spesso, infatti, nella lettura di numerosi lavori abbiamo rivelato che gli autori sono letteralmente ossessionati da come gli esseri umani amano e odiano, discutono, litigano, stringono accordi, raccontano bugie e cercano di fare ordine in quel caos che è la quotidianità ordinaria, dove accadono gli eventi più emozionanti, più profondi, più straordinari.
 Ma uno scrittore non attinge materiale informativo dal suo mondo interiore o da quello di altri, anche se è uno psicologo o uno psichiatra.
 Chi scrive racconti, brevi o lunghi, non può pensare professionalmente  alle persone e alle loro motivazioni perché più che un lavoro letterario produrrebbe un saggio di psicopatologia, e quindi, sarebbe un vero fallimento. Tuttavia bisogna riconoscere che gli scrittori lavorano ogni giorno sui problemi umani esattamente come fanno gli psicoterapeuti, ma non hanno soluzioni idonee per far recuperare energie psichiche  spese dagli uomini nel vano tentativo di dare un senso alla disperazione, all’impotenza, al dolore, alla fragilità della loro anima.
 Condizionati dai media, però, molti lettori sostengono di trovare soluzioni ai problemi dei loro mali  esistenziali in certi libri. È la medicina, invece, che cura un essere umano sofferente e non la letteratura. I romanzi, infatti, sono generi di scrittura creativa che appartengono allo svago, all’intrattenimento, non alla terapia. Si compra e si legge un romanzo per dare alla mente nuovo nutrimento creativo, nuova linfa vitale per esplorare la natura umana o ambienti lontani, serve ben altro per far sprigionare maggiore energia di vita.

 Con buona pace di tutti quelli che credono che il mondo giri tutto intorno ai premi letterari prestigiosi, alle recensioni o ai loro progetti di marketing. 

lunedì 15 febbraio 2016

LIBERARE LE PROPRIE EMOZIONI

L’uomo contemporaneo è in continua ricerca di sensazioni roboanti e sempre più intese, simili a una esplosione emozionale: il suo fine è quello di essere profondamente emozionato in ogni azione quotidiana. Egli ricerca le emozioni soprattutto perché sembrano validi mezzi psichici per essere se stesso. Per la realizzazione personale, chiavi per dare accesso a una vita ricca, autentica, pienamente umana.
 Questo comportamento di manifesta apertura dipende dal fatto che l’essere umano,a differenza di un tempo lontano, non ha più paura delle emozioni. Lui ha imparato a riconoscere, gestire e lasciarle esprimere non solo le buone ma anche le più cattive. Ha compreso che bisogna ascoltare le proprie emozioni, accettarle e accogliere favorevolmente i loro suggerimenti senza pregiudizi.
 Se, quindi, per l’uomo della nostra società attuale il fine ultimo è quello di essere continuamente emozionato; dal punto di vista morale lui sostiene la tesi che ognuno di noi deve liberare le proprie emozioni, con il risultato che i rapporti affettivi si disgregano, il rigore e l’ordine lasciano spazio al caos e all’eccelso emotivo, sostengono alcuni studiosi. Per cui, secondo il loro punto di vista alcuni risultati di questa impostazione sono sotto gli occhi di tutti sul piano della affettività e della vita sentimentale dei soggetti contemporanei: legami di vari tipo fragili, storie sentimentali instabili, i rapporti tra parenti evanescenti e così via.
 Ma il bisogno di sentire le vibrazioni emotive prevale sulla necessità di tenerle nascoste. Lo scopo dell’uomo contemporaneo non è quello di liberarsi dalle emozioni, ma liberarle dai secolari lacci e laccioli pregiudizievoli.
 Nell’epoca postmoderna, infatti, il progetto individualista messo in atto non aspira più a svincolarsi dalla libertà dei costumi, a conquistare libertà pubbliche, ma ottenere il diritto di manifestare il proprio stato sentimentale. Ciò risulta evidente sul piano sociale, poiché insieme ai tempi sono cambiati anche i costumi e le idee. Se in tempi remoti la società esercitava una sorta di censura per le emozioni in genere, adesso l’uomo dei nostri giorni pretende l’esatto contrario. In entrambi i casi con qualche forzatura, naturalmente.
  La richiesta di liberazione si può interpretare, secondo alcuni studiosi, come un’insurrezione contro un ordine plurisecolare. L’emozione non è qualcosa che bisogna temere, l’alterazione del respiro, il rossore, i sudori freddi, i brividi, i tremori vanno al contrario ricercati e coltivati, proclamando che non bisogna aver timore né nascondere le proprie emozioni, l’uomo attuale rompe un tabù vissuto per cinque secoli nella cultura occidentale.
  Ma la liberazione non avviene a tutte le emozioni. Sembra, infatti, che la liberazione sia selettiva. L’uomo predilige certe emozioni e su altre si riserva o proibisce l’uso, ristabilendo così  di fatto usurate norme di comportamento. Per cui nelle relazioni professionali bisogna mostrarsi simpatici, rilassati, brillanti, informati. In pubblico non è ammesso mostrarsi tristi o malinconici; anche la collera va tenuta sotto controllo.
 Per una simile selezione non esiste un modello universale. Ora  per dare un  seguito a quanto su detto, introduco in sintesi una distinzione tra due tipi di emozioni.  Secondo il pensiero del filosofo francese Michel Lacroix ci sono due polarità ben differenziate nella vita emotiva. La prima  rappresenta le<<Emozioni-shock>>,  la seconda le <<Emozioni-conteplative . Le emozioni-shock ricercano sensazioni forti. L’uomo ha bisogno di perdere o ridurre la lucidità della mente da attività isteriforme, di sbalordire da idee inedite e potenti. La sua vita è fatta di azione, di movimento. Le emozioni- contemplative sono, invece,  sentimenti  talmente pacati, che sembrano ben lontani dalle nostre quotidiane abitudini. Siamo ancora capaci di vibrare per cose semplici e naturali? Un tramonto, un quadro, una poesia non ci lasciano spesso indifferenti?
 Indubbiamente l’uomo contemporaneo per sentirsi vivo ha bisogno di esperienze sfrenate, di avventure estreme, di musica frenetica, di atti violenti, di velocità, che sono tutti  gli ingredienti della nostra vita emozionale stravolta, insomma da emozioni-shock.
  Tuttavia, l’emozione contemplativa non è destinata a scomparire, in quanto si metabolizza nell’interiorità e se l’esperienza è stata positiva, rinascerà ad ogni evocazione, come un ricordo durevole.
 Liberiamo e riabilitiamo le nostre emozione, dunque, senza paure o censure, perché la loro  corretta conoscenza può darci energie e slancio psicofisico, contribuire al conseguimento del bene morale umano e, soprattutto, alla conoscenza del fatto che la loro soppressione danneggia seriamente la nostra salute mentale.
                                                                                                 E.C.  



martedì 2 febbraio 2016

LA DIMENSIONE CREATIVA

La scrittura creativa non è un genere letterario nato nel secolo scorso, ma risale almeno a mille anni prima di Cristo e precisamente con la pubblicazione dell’Iliade e dell’Odissea di Omero. Per cui quando parliamo di scrittura creativa entriamo in un campo affascinante, misterioso, ricco di voci più rappresentative nel vastissimo panorama dell’arte, perché  per scrittura creativa oggi s’intende un genere di scrittura che va al di là della scrittura professionale, accademica, tecnica e giornalistica, include romanzi, racconti, poesie, poemetti in particolare anche musica.
 Ma, quali facoltà creative deve possedere un umano per andare oltre la “siepe” dello scibile per approdare sul terreno fertile dove vegeta il seme letterario?
 Una precisa risposta al quesito la diede E.Kant nell’estetica  parlando del genio che è il dono naturale che dà la regola all’arte. Nel secolo scorso lo scrittore russo Vladimir Nabokov, autore del fortunato romanzo <<Lolita>>, nel suo saggio “Lezioni di letteratura” dice che ;<<Uno scrittore privo di talento non può evolvere uno stile letterario di qualche merito. Non credo che si possa insegnare a scrivere a chi non possiede talento letterario>>.
 Per diventare, infatti, scrittori, poeti, drammaturghi e via dicendo non esistono istituzioni, scuole o maestri che istruiscono formalmente all’arte della narrativa o della poesia. Né ci sarà mai nessuno, neanche un illustre accademico che possa dire a un aspirante scrittore: la tua preparazione è a un buon punto; ora ti devi impegnare per andare oltre. Lo scrittore è un navigatore solitario, un autodidatta. Si forma a casa, per strada, in viaggio senza incoraggiamenti o sollecitazioni. Con ciò non si vuole affermare che la sua carriera artistica debba essere causale o spontanea, né tanto meno che sia innata. Circola, infatti, tra le persone di vario ceto l’idea che per essere scrittori, poeti, drammaturghi, musicisti, basta affidarsi al proprio istinto.
 La storia letteraria, invece, insegna che si diventa narratori, poeti, musicisti con lo studio assiduo dei classici di tutti i tempi e con la pratica. La narrativa e la poesia sono la massima espressione dell’arte. Come tale sono piene di regole, di vincoli, di segreti che vanno conosciuti e compresi.
 Un laboratorio di scrittura creativa, quindi, deve  insegnare ai discendi alcune nozioni di tecnica e il modo corretto di organizzarsi in musica o in strutture narrative. Un componimento poetico o narrativo è arte, appunto, è una creazione di un ordine regolato. Poi, far scoprire e amare la propria lingua, e amare significa studio, dedizione, fedeltà, curiosità. Oltre al comporre, va data particolare attenzione alla lettura di autori antichi e moderni di romanzi, poesie e anche di saggi e all’ascolto di brani scelti.
 Un obiettivo ambito da un laboratorio di scrittura creativa che guarda, senza velleitarismi, né accademismi o erudizione, alla scrittura poetica e narrativa non è certamente di insegnare ai discendi a diventare novelli Leopardi o dei provetti Dostoevskji, ma di aiutarli a sviluppare la loro dimensione creativa, perché, come sostengono eminenti studiosi addetti ai lavori, essa predispone favorevolmente al dialogo.
E ciò è possibile da realizzare perché la creatività è una facoltà insita in ogni persona e, se stimolata con adeguati mezzi psicopedagogici, porta a superare paure ancestrali, a rendere meno drammatici i conflitti intra ed extrapersonali, a stimolare il senso critico, ad esprimere sentimenti ed emozioni.

Inoltre, è bene ricordare che la dimensione creativa è presente dove un adulto, un adolescente o un bambino usa parole, strumenti, rielabora ma soprattutto che sogna ad occhi aperti. 

sabato 16 gennaio 2016

L'AMORE NON SI SPIEGA

<<Signorina disdica tutti gli appuntamenti di domani mattina, ritornerò in studio alle diciasette>> disse con cipiglio Carlo alla segretaria. La giovane donna fu colpita da quel secco e perentorio ordine. Era molto raro che il suo datore di lavoro desse disposizioni così precise con quel tono di voce.  
<<E per il fascicolo della causa del s >>  <<Lo metta sulla scrivania>> non le lasciò il tempo di terminare la frase. La interruppe con  voce ancora più energica, per evitare altre domande.
 Carlo mise nella borsa di pelle una  cartella gialla, la chiuse, indossò il soprabito e all'improvviso  disse, rompendo il silenzio:
<<Buona notte, signorina>>. E si avviò verso l’uscita.
 << Buona notte, avvocato>>, si limitò a rispondere la segretaria, che era rimasta particolarmente colpita dal quel comportamento distaccato di Carlo. In fondo, dopo dieci anni di valida collaborazione, oltre alla stima professionale, tra loro due, era nata anche una certa complicità confidenziale.     
  Carlo chiuse la porta alle sue spalle e si fermò sull'uscio dello studio. Non sapeva più perché aspettavi lì.  Camminò per un po’ su e giù davanti alla porta, poi si decise. Erano le dieci e trenta di sera. Attraversò la strada. 
  Invece di andare verso il luogo dove aveva parcheggiato la macchina, imboccò il viale semideserto sotto i platani che avevano perso le foglie. Nella luce bianca dei lampioni, sempre diritto , sembrava corre verso l’infinito. Carlo percorreva il viale dalla parte giusta senza una meta. La libreria era chiusa. Ma dietro le vetrine fasci di luci sui libri esposti. Sagome di commesse intorno alla cassa. Ancora una luce di una gioielleria. Una panchina era semicoperta dalle foglie secche. Poche macchine.
  Carlo percorreva quella strada, ma per andare dove?  Camminava in fretta. All'ingresso di un edificio settecentesco si fermò. L’ingresso era illuminato. Dietro l’ampia vetrina  due ragazze con gonne bianche, camicette blu e cappellino bianco in testa sostavano nella hall  vicino al bancone dell’accettazione. Quell’edificio lo riportò indietro negli anni: era la clinica dove  Lia aveva partorito Jacopo, il loro bambino. Avvertì un senso di vuoto. Fu preso da un attacco di panico.  Iniziò a respirare a bocca aperta.  Provava una leggera nausea..
 Fece dietrofront. Ripercorse in senso inverso il viale. I suoi passi risuonavano  ancora più forti dell’andata. Attraversò l’incrocio e raggiunse l’auto.  Appena dentro, si sdraiò sul sedile. Riprese a respirare regolarmente. L’attacco di panico era svanito.
 Si avviò di colpo. Poco dopo aprì il finestrino per respirare aria pura. La nausea persisteva. Non prese la solita via, ma voltò a sinistra. Si sentì più rilassato quando arrivò in piazza illuminata a giorno dai lampioni . Alcune persone che tornavano a casa , altre camminavano serenamente sul marciapiede. Un gruppetto di cani randagi. Macchine parcheggiate nei pressi dei bar. Un vigile notturno che si accendeva una sigaretta. Riprese il solito percorso e parcheggiò sulla strada di fronte al palazzo invece di portare la macchina nel garage. Prese l’ascensore. Raggiunse il terzo piano.  Da sei mesi era rimasto solo nell’appartamento.
 Si sedette sul divano del salotto, accese la lampadina del treppiedi con il paralume giallo paglierino che si trovava vicino al divano sulla sua destra. Un fascio di luce bianca illuminò alcune riviste sul basso tavolino posta al centro del divano. Carlo accavallò le gambe, tirò fuori dalla borsa la cartella gialla. Lesse il titolo:Udienza preliminare di separazione consensuale e affidamento congiunto tra i coniugi... Ore 9,30….L’indomani avrebbe incontrato in tribunale dopo mesi Lia, la sua ex moglie. Lia, Lia, ripeteva mentalmente. Avvertì ancora una volta il vuoto interno. Il cuore che batteva nella gola. Respirò profondamente per reprimere  un nuovo attacco di panico. Si sentì meglio. Chiuse gli occhi.
Come in un incubo, ritornò a vivere quel giorno di novembre. Nell’occorrenza  del ponte dell’Immacolata, Lia e Carlo avevamo organizzato un breve soggiorno a Cortina. Nel tardo pomeriggio prima della partenza, entrambi i coniugi  preparavano i bagagli a mano nella stanza da letto.
<<Per domani , a Cortina, il meteo prevede  meno tre la minima e un grado la massima.>> esordì Carlo. Lia non apparve sorpresa, sembrava  intenta nel suo lavoro.
<<Lia, hai un’aria assente…mi hai sentito?>>.
 Lia non aveva il coraggio di dirgli che nella sua testa  l’aveva già lasciato. Poi tutto d’un fiato:
 <<Non vengo con te a Cortina>>, rispose con un tono di voce gelido.
 Carlo la guardò con sorpresa
<< Cosa ti succede?>>.
  Lia non rispose. Chiamò la filippina, la loro collaboratrice domestica e le chiese di prendere i bagagli e di seguirla.
Carlo le andava dietro come un attore, al quale l’ansia aveva tolto la parole in una scena drammatica. Sentì chiudere la porta dell’appartamento e la discesa              dell’ascensore. Poi, ancora incredulo, guidò i passi verso la finestra. Aprì l’imposta.  Attraverso i vetri la vide entrare in un grossa macchina scura preceduta da Jacopo  e dalla filippina.  L’auto si avviò di scatto. Si dileguò tra il traffico serale.

                                                                  E. C.

sabato 9 gennaio 2016

LA CONDIZIONE ANZIANA

Il progresso tecnologico del terzo millennio, se dal punto di visto comunicativo, economico e sanitario ha offerto un notevole vantaggio alle persone, da quello morale non ha raggiunto livelli qualitativi sufficienti. Riporto di seguito l’esempio della scarsa attenzione all'attuale condizione anziana, che la frenetica vita quotidiana della nostre città più sviluppate tende a locare ai margini più nascosti della società civile.
  Certamente, concluso il ciclo produttivo ed uscito dal mondo del lavoro, l’anziano entra a far parte di un mondo a sé. Un modo dell’ultima età della vita, di questa vita considerata inutile forse perché l’anziano non svolge più un ruolo attivo, un ambiente circondato dal filo spinato del pregiudizio che nasconde nel suo seno la tendenza a escludere, in modi a volte ambigui e sottili, chi non ha la capacità ad adeguarsi ai nuovi valori dominanti del progresso ( velocità, efficienza, successo) e, nello specifico, chi per vulnerabilità, debolezza manifesta penose malattie, insufficienza psicofisica, incapacità gestionale, che lo costringe a misurarsi quotidianamente con i propri limiti e la propria fragilità e desolante condizione di essere umano.
  Dalla scienza abbiamo appreso che l’invecchiamento è un ineluttabile fenomeno biologico graduale e individuale, che inizia in tempi diversi nei vari organi e apparati provocando importanti modificazioni quantitative e qualitative a livello fisico (articolazioni, capelli, pelle e così via), cognitivo ( attenzione,memoria, linguaggio ) e psichico (ansia, depressione, demenza).
  Secondo la scienza, quindi, l’invecchiamento è il risultato “normale”, fisiologico dell’ultima parte del ciclo vitale che va dalla maturità alla morte. Il pregiudizio, invece,  mette in risalto, amplifica, generalizza i difetti, le difficoltà, la fragilità emotiva di questo periodo di disabilità e di decadimento fisico; inoltre incita ad affermare la corrispondenza fra la condizione umana, intesa come una vita in cui le emozioni e gli stati d’animo si inaridisco, e il destino biologico e ad essa  segue l’assunto, tenebroso e celato, di una vita che non vale più la pena viverla quando è giunta a quell’età così fragile e lontana dai valori oggi dominanti.
  Ora bisogna ricordare che l’uomo è una unità bio-psico-sociale e ha delle dimensioni molto correlate tra di loro. Noi, infatti, non siamo un  insieme di archi vitali chiusi e fossilizzati dalla sfera biologica ma esistenze immerse sin dalla nascita nelle relazioni con altri e, per tanto, siamo condizionati nei nostri specifici comportamenti per l’intero arco della vita dal le relazioni interpersonali (costituite da un insieme d’individui  che irrompono nel nostro spazio vitale, cui rispondiamo in forma singola) e sociali (un rapporto tra due  o più persone che orientano reciprocamente le loro opinioni. Possono essere profonde e stabili ma anche transitorie  e superficiali).
  Certamente, nella società attuale molti atteggiamenti personali e non solo, tendono ad esaltare il culto dell’efficienza e del lavoro; per cui, il lavoro  non appare come un mezzo fondamentale per procurarsi da vivere, ma come un valore assoluto di carattere “etico-sociale”, che ha la facoltà di decidere  il percorso della nostra strada terrena.  Sarà, quindi, la perdita del senso della vita anziana a influenzare  l’ambiente culturale in cui trascorrono l’ultimo periodo della vita gli anziani, prima ancora che non  i cedimenti psicosociali dipendenti dalla perdita dei parenti cari,dalla solitudine e dall’avvicinarsi della fine della vita. Argomenti, questi, che possono generare tempeste emozionali e malattie organiche e psichiatre da cui in seguito non sarà facile guarire.
   Per quanto riguarda il vissuto emozionale, diremo che studi più recenti hanno  evidenziato, nella condizione anziana, la presenza  di una vita affettiva caratterizzata tanto da emozioni positive  quanto quelle negative, entrambe dipendenti da  atteggiamenti di relazione con l’ambiente: la soddisfazione ha a che fare con l’autorealizzazione, la paura con il timore di non essere in grado di far fronte da soli alle sfide dell’ambiente.   
  Si deve quindi riconoscere che la senescenza non è l’età dell’isolamento e della solitudine, ma una forma di vita nella quale tale condizione può verificarsi con una certa frequenza e alla quale la società civile deve dedicare tutta la propria attenzione, sostenendo persone che presentano una particolare fragilità e sforzandosi innanzitutto di comprendere il problema individuale di chiunque invecchi con difficoltà, e d’intervenire in modo adeguato.

                                                                  E. C.

sabato 19 dicembre 2015

PER UNA VITA EMOTIVA ACCETTABILE

Keith Oatley, docente di Psicologia cognitiva, presso l’ Università di Toronto, dopo  una lunga ricerca scientifica, afferma che per gli antichi greci e romani, popoli particolarmente attenti a esprimere e ad individuare particolari stati dell’animo, le emozioni da cui bisognava guardarsi erano la ybris ( nella mitologia greca atteggiamento  arrogante dell’uomo che, presumendo troppo di sé, arriva a violare le leggi morali e divine, meritando di conseguenza il castigo degli dei. Garzanti Linguistica) e l’ira, da cui tutt’oggi non ci siamo ancora totalmente liberati.
  Analizzando alcuni aspetti antropologici, psicologici e sociali della nostra attuale società, nel settore pubblico, e in parte anche in quello privato, possiamo vedere che l’ybris , cioè l’arroganza, la presunzione, rende i capi e i capetti, completamente  convulsi e avidi di potere e di dominare gli altri. Per quanto riguarda l’ira, merita particolare attenzione la vita familiare perché è la prima scuola psicopedagogica nella quale apprendiamo insegnamenti riguardanti la vita emotiva. Per cui, come centinaia di studi dimostrano, nell’intimità familiare i più deleteri, i più distruttivi modi che vengono trasmessi dai genitori ai figli sono gli abusi – di vario genere - e i comportamenti rabbiosi, che possono agire come una sorta di messaggio genetico della violenza.
  A tale proposito, da una ricerca moderna sono stati acquisiti dati certi che dimostrano  la correlazione tra la presenza di un gene di bassa attività di una sostanza che agisce sugli effetti del maltrattamento dei bambini e una storia di abusi e di maltrattamenti subiti durante l’infanzia. I bambini, infatti, con un gene di bassa attività e che durante il periodo di crescita psicofisica hanno subito maltrattamenti più o meno gravi, hanno più probabilità di mostrare comportamenti aggressivi e violenti, per esempio:il bullismo.
  La stessa originale  ricerca ha messo in evidenza il modo con cui alcuni geni si combinano con la storia caratterizzata da eventi stressanti per indurre la depressione. In sintesi, la mancanza di produzione di serotonina – sostanza prodotta dal cervello che è coinvolta in numerose e importanti funzioni biologiche – è un fattore di vulnerabilità per la depressione. Naturalmente, non ha effetto da sola, ma può essere potenziata quando nella vita del soggetto si verificano avvenimenti gravi: lutti, perdita di lavoro e così via. Oggi sappiamo che la depressione compromette e limita moltissime persone. Diverse depressioni guariscono. Per la maggioranza delle persone colpite, il periodo difficile si supera, grazie ai moderni sistemi di terapia psicologici e farmacologici.  
  Percorrendo la storia della nostra civiltà, Oatley traccia un breve profilo psicologico delle pratiche mentali che permettono di regolare le emozioni, nel passato  e nel presente. Così, la eliminazione di tutti i sentimenti proposta dagli stoici, ai moderni  le emozioni d’amore sono le massime espressioni dell’uomo. E un essere umano che non si indigna e non prova compassione di fronte ad atrocità come l’Olocausto, o perfino a una ingiustizia sul lavoro, per la mentalità contemporanea è meschino e disumano. Nel I secolo avvennero una serie di cambiamenti nell’idea di pietà, o meglio di compassione, ma non furono i soli. Lentamente migliorarono le condizioni di vita, le persone cominciarono a stare meglio, a nutrirsi correttamente e ad avere un certo controllo sulla salute. Tuttavia ,oggi  in quelle parti del mondo lacerate dai conflitti , in cui la mancanza di cibo è persistente o è in vigore la tirannia politica, la vita può essere ancora sporca, disumana ed effimera.
  All’inizio del XXI secolo, grazie alla tecnologia possiamo viaggiare, mangiare in abbondanza e divertirci.  E ciò che più conta la vita è più sicura e più vivibile che nel passato.
  Quindi, bisogna cercare di non isolarsi dall’ambiente umano e naturale che ci circonda – come proponevano gli stoici -, ma cogliere e conservare il meglio delle loro proposte e nel contempo dare massima priorità alle emozioni di affetto e di reciproca fiducia.