venerdì 6 maggio 2016

L'EMOZIONE NELL'EDUCAZIONE

Nel corso di questi ultimi anni, abbiamo avuto modo di cogliere e di apprezzare l’importanza che i vari studiosi, dalle neuroscienze alla pedagogia e psicologia,  danno all’emergere dei sentimenti e delle emozioni dei discenti – bambini ed adolescenti -, legati al mondo della scuola, siano essi in riferimento ai rapporti sociali – con i compagni – o vincolati al loro percorso di apprendimento.
 Attualmente, oltre agli interventi dei vari ricercatori e ai suggerimenti della Riforma “Educazione alla salute” che indicano:<<Comprendere che l’uomo si deve confrontare con i limiti della propria salute ed elaborarli, integrandoli nella propria personalità>>, (www.istituzione.it) la scuola è diventata un luogo privilegiato per  lo sviluppo di corsi di alfabetizzazione emozionale e sia per l’apprendimento in senso specifico.
 Per moltissimo tempo il predominio della tradizione cartesiana, che ha considerato la chiarezza e la lucidità come criteri indiscussi di verità, ha caratterizzato non solo l’ambito filosofico e psicologico, ma anche quello pedagogico, dove a lungo il mondo dei sentimento e stato ignorato, parte importante della formazione, privilegiando lo sviluppo delle attività mentali piuttosto di quelle del cuore.
 La svolta in direzione di una rivisitazione di questo collaudato e rigido modello è giunta grazie al contributo sia delle neuroscienze, che hanno consentito di realizzare una nuova mappatura neuronale delle relazioni tra cervello e cuore, sia dalla psicologia e dalla pedagogia, che hanno realizzato e proposto un nuovo metodo di tipo umanistico alla conoscenza dell’essere umano.
 Una scuola, quindi, - come anche la famiglia - più attenta all’educazione del cuore può trarre alimento e nutrimento dalle emozioni e dai sentimenti, per orientare le ricerche, gli scopi, le direzioni di senso dell’esistenza umana.
 Educare bambini e adolescenti alle emozioni e ai sentimenti non significa insegnare a ignorare o a negare le tendenze istintive, a tacere le varie emozioni, a inibire quei particolari stati d’animo che possono impedire il corretto svolgimento delle attività intellettive. Secondo i nuovi orientamenti pedagogici, il compito educativo principale si realizza nell’accompagnare il discente ad assegnare un ruolo significativo alla vita emotiva nella sua esistenza, assumendosene la totale responsabilità.
   Va da sé che la scuola non si deve impegnare di trovare nella sua azione didattica soltanto strumenti idonei che facciano di sostegno allo sviluppo cognitivo, ma anche di reperire le abilità che favoriscano le competenze emotive, quali l’espressività, la comprensione e la regolazione delle emozioni (capacità, queste, che analizzeremo in un prossimo intervento).
 Gli insegnamenti emozionali appresi durate il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza possono dare tonalità adeguate alle nostre risposte emozionali. Convogliare le emozioni con lo scopo di conseguire un fine produttivo raffigura la via maestra che guiderà l’essere umano ad esprimere le proprie emozioni con intelligenza. È necessario intervenire nel modo in cui, gli educatori tutti, preparano i discenti alla vita: ma devono iniziare dai banchi della scuola a insegnare l’autocontrollo, l’autoconsapevolezza e l’ascolto dei bisogni altrui (Goleman 1996).
  
 Allora bisogna progettare interventi didattici che tengano in considerazione il ruolo che l’emozione (positiva o negativa) ha nell’attività educativa come la memoria, l’attenzione, il pensiero, e  quindi anche essa influenza l’apprendimento.
 Questo evento, secondo i ricercatori, dipende dall’attivazione di diversi fattori, tra cui citiamo: a) al momento di richiamare un apprendimento la sintonia emotiva nella quale siamo in quel momento consente l’attivazione della stessa rete neurale che ha memorizzato l’apprendimento; b) nuove emozioni consentono di creare altrettanti modelli comportamentali per le  persone.
 D’altronde, un apprendimento realizzato solo sul piano cognitivo astratto rimane distante dal contatto con la realtà e con l’esperienza diretta. Esso non raggiunge un sufficiente apporto neuronale di memorizzazione sufficiente per essere ricordato nel tempo. O meglio, la memorizzazione avviene, ma ha scarse probabilità di stabilire collegamenti con altre reti neuronali e, quindi, non avrà energia per essere ritrovata in un momento successivo.

 A questo punto possiamo concludere dicendo che se le emozioni sono in stretta dipendenza con la conoscenza, allora è fondamentale trattarle all’interno delle aule scolastiche, che sono sicuramente un ambito idoneo in cui bambini e adolescenti hanno l’opportunità di sentire e di vivere le varie emozioni.  

venerdì 15 aprile 2016

LO STILE EMOTIVO PLASMA LA NOSTRA VITA

Secondo gli studi del neuro scienziato Prof. Richard Davidson, autore del saggio”La vita emotiva del cervello”, lo stile emozionale è un modo più o meno stabile  che plasma la nostra vita e il modo in cui noi rispondiamo alle diverse sollecitudini quotidiane dell’ambiente che ci circonda. E come tale meccanismo mentale, si differenzia dagli stati emotivi che sono reazioni fugaci innescati da una esperienza (positiva o negativa) e dalla durata di secondi, e da stati d’animo emozionali, sentimenti che persistono per alcune ore o addirittura per mesi.
 Questo profilo emozionale, o stile emotivo prevede sei dimensioni ed ognuna di esse ha delle caratteristiche neuronali ben precise e identificabili:
- Resilienza o capacità di recuperare, rappresenta la capacità di ripresa dagli stress emotivi. È una caratteristica della personalità che si rileva di fondamentale importanza per affrontare eventi traumatici particolarmente difficili della vita (problemi gravi d salute, , situazioni di lutto, perdita di lavoro, conflitti e così via):
- Prospettiva  è quella dimensione che misura la capacità di mantenere nel tempo le emozioni positive;
- Intuito sociale, è l’abilità a cogliere i segnali sociali inviati dalle persone che vivono nello stesso ambiente.
-Autoconsapevolezza, s’intende la capacità di percepire le sensazioni fisiche che riflettono le nostre emozioni.
- Sensibilità al contesto, misura la capacità di modularle reazioni emotive tenendo conto dell’ambiente in cui ci troviamo.
- Attenzione,  intensità e chiarezza con cui siamo in grado di focalizzare un certo oggetto.
 Pur prendendo origine da aree del cervello ben identificabili, secondo l’esperto, lo stile emotivo non è un meccanismo neuronale fisso e immutabile. Attraverso, infatti, particolari e specifici e esercizi è possibile modificare nel tempo la personale reazione emotiva a una determinata situazione in cui ci troviamo. Inoltre, continua il professore,  con la meditazione si può raggiungere un più ampio sviluppo della consapevolezza dei segnali sociale e <<una maggiore capacità di recupero>> dei propri sentimenti e delle sensazioni corporee. Ciò è reso possibile dalla <<neuroplasticità del cervello>>.
  Attualmente, secondo Matthieu Ricard, le neuroscienze considerano sempre più la capacità del cervello di evolversi in funzione delle esperienze vissute, attraverso la definizione di nuove connessioni esistenti o con la produzione di nuovi neuroni.
 La professione del musicista, in cui si lavora sul proprio strumento tutti i giorni per anni, è uno dei migliori esempi di neuroplasticità.
 La risonanza magnetica ha evidenziato, per esempio, che in un violinista le regioni del cervello che controllano i movimenti della mano con cui  esegue la diteggiatura si sviluppano in parallelo all’abilità che acquisisce con il suo strumento.
 Anche le ricerche effettuate sui giocatori di scacchi e gli atleti  olimpici hanno messo in luce profonde trasformazioni delle capacità cognitive dovute alle loro pratiche sportive. 
 In base a questa mappa multidimensionale si possono delineare le diverse dimensioni dello stile emotivo, che caratterizza ognuno di noi. Avremo, quindi, un tipo di persona che reagisce velocemente a uno stimolo emozionale e ad altre cose, altre con una reazione violenta, e ce n’è un’altra ancora che reagisce molto prolungato nel tempo.
  Per quanto riguarda il rapporto relazionale tra i diversi tipi di stili emozionali, i dati scientifici sono pochi e variegati. Ci sono esempi di persone con stili simili che si accoppiano e di altre persone – nella maggior parte - con stili emozionali opposti che si completano.

   Prima di concludere è importante aggiungere che uno stile emotivo non è migliore dell’altro. Tuttavia, sembra che alcuni stili emozionali possano rendere la nostra vita più difficile, in modo particolare quando la capacità di recupero di fronte alla difficoltà è molto bassa.  In presenza di una continua difficoltà quotidiana, la persona può rendersi conto di realizzare uno stile emotivo non adeguato a quel particolare disagio e, quindi, modificarlo, grazie alla capacità neuro plastica  del nostro cervello. 

mercoledì 6 aprile 2016

BLOCCHI EMOTIVI COME CONTROLLARLI E TRASFORMARLI IN ENERGIA CREATIVA

Nella normale attività quotidiana, ognuno di noi ha sperimentato, almeno una volta nella sua vita, di aver dimenticato, per esempio, dove ha messo le chiavi della macchina prima di uscire per andare a lavorare oil nome dell’autore di un romanzo letto durante le vacanze estive al momento di citarlo a degli amici. Di solito questi vuoti temporanei di memoria non avvengono per caso.
 Dai neuro scienziati abbiamo da tempo appreso che nell’intricate rete dei circuiti neuronali del nostro cervello negli anni abbiamo immagazzinato una vastissima quantità e varietà di nozioni. Ma a volte, quando vogliamo richiamare quella nozione specifica (es: le chiavi o il nome del romanziere) per risolvere il nostro problema del momento, un corto circuito ci impedisce di tirala fuori.
 In psicologia questi corti circuiti neuronali li chiamano <<blocchi mentali>>. Il più conosciuto è quello emotivo. Tra i tanti, il più comune è quello generato dalla paura, che come ben sappiamo, ci blocca, ci toglie ogni facoltà ragionativa. Oltre alla paura, vi sono altre cause comuni e conosciutissime dal maggioranza delle persone come l’ansietà o una live preoccupazione, che possono generare un blocco emotivo.
 Pare abbastanza ovvio ora dire che i blocchi emotivi non si verificano soltanto quando ci troviamo di fronte a situazioni di stress emotivo (paura, ansia e altre), ma possono essere anche una risposta a una improvvisa  e inaspettata buona notizia, talmente utile da sembrare incredibile (esempio: una vincita milionaria). In questo particolare caso, dopo un periodo più o meno lungo per assimilare l’evento, l’interessato può avvertire un senso di confusione mentale, una mancanza della motilità volontaria oppure continuare le sue normali attività quotidiane, come se il fatto non fosse accaduto.
 È chiaro che vi sono esseri umani più attrezzate psicologicamente ad affrontare le varie situazioni. Per cui in alcune persone un evento traumatico può generare un blocco emotivo, in altre viene percepito con una cosa naturale in quanto non ha la stessa influenza negativa.
 Per nostra esperienza sappiamo che più o meno tutti abbiamo subito piccolo o grandi traumi psichici, e superare un blocco in seguito  a un trauma psicologico non ci pare sempre un intervento dei più semplici, tanto più che le nostre frenetiche attività quotidiane non ci lasciano il tempo minino necessario di sostare ad analizzare e capire gli eventi della nostra vita – molti dei quali negativi – che ci hanno segnato in profondità, escludendo la possibilità di godere un buon stato di salute psicofisico e di percepire una serenità interiore.
  Tuttavia nel normale svolgimento del nostro percorso terreno vi sono spesso blocchi emotivi generati da emozioni, - alcune pericolose per la nostra salute psicofisica – di cui  bisogna conoscere i meccanismi perversi, per realizzarle in altre forme e liberarcene. Certo risolvere una qualsiasi situazione non significa cambiare in toto la persona, affinché si sciolga ogni riserva è necessario fare un vero cambiamento interiore.
 Chi, quindi, ha attraversato un’esperienza dolorosa generata da un trauma emotivo (es: un lutto), ed è riuscito ad andare avanti, sa che ci si può dare forza, scoprendo che la disperazione, la fragilità, la paura convivono in ogni essere umano a fianco del coraggio e della determinazione a vivere.
  Va da sé che ognuno di noi ha la personalità, i modi  di affrontare le storie passate, per cui il dolore psichico e i comportamenti saranno differenti da quelli di qualsiasi altra persona anche degli altri membri della famiglia. Alcuni superano il trauma in breve tempo, altri lo portano nel loro quotidiano, alcuni ne risentono profondamente, altri diventano più maturi, più aperti verso nuove esperienze.
 Allora, se noi abbiamola la forza di scaricare l’energia negativa che si è formata dentro in nostro corpo formando blocchi emotivi, possiamo anche trasformarla in uno strumento di crescita.
 I ricercatori delle neuroscienze, infatti, hanno scoperto che se noi ci mettiamo in uno stato emotivo positivo come felicità, serenità, gioia sostenuto e stimolato dalla motivazione ad agire, ciò può accrescere la creatività, e non solo, dicono altri  studiosi, perché anche le emozioni negative come tristezza e depressione possono essere catalizzatori per la creatività.
 Indipendentemente, dunque, dalla valutazione dei nostri stati interni (positivi  o negativi) possiamo essere originali, creativi

venerdì 18 marzo 2016

I NEURONI SPECCHIO PER PROVARE LE EMOZIONI ALTRUI.

Tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, alcuni ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, coordinati da Giacomo Rizzolati, nei macachi osservarono, per caso, che alcuni neuroni si attivavano non solo quando le scimmie eseguivano alcune azioni motorie autonome, ma l’attivazione si otteneva  anche quando osservano un loro simile compiere la stessa azione specifica.
 Passando dai primati all’umano, si osservò, con tecniche non invasive di ultima generazione ( es. risonanza magnetica funzionale), che, per la maggiore estensione dell’aria interessata e la crescente complessità del fenomeno, il sistema a specchio umano rispetto a quello delle scimmie rivelava sia il tipo di azione che la sequenza dei movimenti di cui è composta.
 I ricercatori, quindi, hanno potuto comprendere le azioni degli altri, e grazie a questa capacità il comportamento altrui acquista significato, dotando l’osservatore dell’abilità di “leggere” la mente degli altri. Se nel passato, cioè al tempo degli esperimenti sui primati, si era potuto sottolineare l’aspetto imitativo dell’azione, oggi invece permette la comprensione di eventi osservati oppure l’apprendimento di nuove azioni.
 Secondo, quindi, i neuro scienziati, il sistema a specchio permette all’umano di cogliere ciò che gli accade intorno, d’imparare per imitazione, di provare emozioni e di immedesimarsi e di entrare in empatia.
 Non è nostro compito, in questa sede, avanzare dubbi sulla validità o meno di simili affermazioni. Intanto la ricerca va avanti, per cui, secondo lo scienziato Rizzolati, l’apprendimento per imitazione ci distingue dagli altri primati e, soprattutto è ampiamente dimostrato sperimentalmente che il sistema “mirror” si attiva nel riconoscere le emozioni.
  La percezione, infatti, di una manifestazione di gioia o di dolore altrui, attiva le medesime zone neuronali della corteccia cerebrale, quando siamo coinvolti in prima persona  a provare gioia o dolore. In sostanza, noi percepiamo la medesima emozione degli altri ( di gioia o di dolore oppure d’angoscia).
 Per esempio, stiamo nel nostro salotto leggendo un romanzo d’avventura. In una foresta, i protagonisti, circondati da selvaggi di turno, terrorizzati cercano disperatamente di difendersi, e l’autore con abilità descrittiva e con parole adeguate riesce trasmettere anche a noi lettori le medesime emozioni (paura, angoscia). È come se l’altro umano diventasse uno di noi, come se l’atto in corso dell’altro fosse la nostra esperienza.
 Questo è un fenomeno conosciuto come “empatia”, ovvero la capacità dell’essere umano di capire e di provare le emozioni degli altri. Più precisamente quando a esempio vediamo qualcuno che ha paura. È terrorizzato i nostri neuroni specchio non riproducono chiaramente la percezione della paura o del terrore, ma invece riproducono  la percezione emotiva e viscerale della paura: il nostro cuore aumenta la frequenza, sudiamo, ci si accappona la pelle e i muscoli si tendono, pronti alla fuga. Ma oltre a dedurre, con l’imitazione e la conoscenza degli stati d’animo altrui, le relazioni affettive e sociali, gli schemi di comportamento individuali e collettivi, l’agio e il disagio delle persone che incontriamo (emozioni positive), l’empatia è pure base delle nevrosi in quanto l’imitazione limita di portare dentro di sé, valori e schemi che non possono funzionare e che possono produrre delusione e rabbia ( emozioni negative).
 Secondo i neuro scienziati, l’empatia  è generata dai neuroni specchio, e il loro compito non è solo quello di interpretare le emozioni degli altri, ma anche di far provare quelle medesime emozioni o sensazioni. Questo meccanismo, già presente e utile per la sopravvivenza nell’uomo delle caverne, è stato geneticamente trasmesso a noi, e come allora anche ai nostri giorni ha il potere d’influenzare il nostro stato d’animo.
 Anche, dunque, ognuno di noi – nessuno escluso – può utilizzare al massimo questa straordinaria capacità innata per se stesso e soprattutto per cambiare in meglio lo stile di vita altrui, e dare una mano a risolvere i loro problemi o a superare un’emozione negativa
                                                                                                 E.C.

lunedì 7 marzo 2016

UN ROMANZO NON PUO' CURARE L'UOMO

In quel meraviglioso universo che è l’editoria nascono sempre nuove idee. Come conciliare, però, la passione dell’editoria di evasione con quella che pretende di stupire il lettore con qualche abbozzato mondo interiore del protagonista fatto di intricati viaggi verso l’inconscio e di tentativi di comprensione  di ispirazione psicoanalitica?
 Diamo per certo il dato che un libro di narrativa di vari premi letterari (quelli più importanti, come per esempio il premio Strega) fa molte vendite. È un po’ la regola della pubblicità; il marketing funziona e i profitti sono visibili. Non trascuriamo il vantaggio di un romanzo recensito o letto dai giurati o dai critici accreditati prima delle persone e l’hanno giudicato in grado di cambiare in toto l’animo umano. A volte indipendentemente dalla validità del testo. E non l’ultimo, il cosiddetto “caso letterario” un genere di romanzo a metà tra la narrazione e i consigli per i lettori per come ritrovare una “sana forma”. A questo punto chiudiamo la succinta disamina delle scelte editoriali proferendo che gli addetti ai lavori offrono un ampio ventaglio di generi di romanzi, poi, sul mettersi d’accordo sulla validità dei vari prodotti creativi ci pensa esclusivamente il mercato.
 Passando, ora doverosamente la palla agli scrittori, diremo che la stragrande maggioranza della variegata famiglia è concentrata sui dettami della psicologia comportamentale dell’uomo. Molto spesso, infatti, nella lettura di numerosi lavori abbiamo rivelato che gli autori sono letteralmente ossessionati da come gli esseri umani amano e odiano, discutono, litigano, stringono accordi, raccontano bugie e cercano di fare ordine in quel caos che è la quotidianità ordinaria, dove accadono gli eventi più emozionanti, più profondi, più straordinari.
 Ma uno scrittore non attinge materiale informativo dal suo mondo interiore o da quello di altri, anche se è uno psicologo o uno psichiatra.
 Chi scrive racconti, brevi o lunghi, non può pensare professionalmente  alle persone e alle loro motivazioni perché più che un lavoro letterario produrrebbe un saggio di psicopatologia, e quindi, sarebbe un vero fallimento. Tuttavia bisogna riconoscere che gli scrittori lavorano ogni giorno sui problemi umani esattamente come fanno gli psicoterapeuti, ma non hanno soluzioni idonee per far recuperare energie psichiche  spese dagli uomini nel vano tentativo di dare un senso alla disperazione, all’impotenza, al dolore, alla fragilità della loro anima.
 Condizionati dai media, però, molti lettori sostengono di trovare soluzioni ai problemi dei loro mali  esistenziali in certi libri. È la medicina, invece, che cura un essere umano sofferente e non la letteratura. I romanzi, infatti, sono generi di scrittura creativa che appartengono allo svago, all’intrattenimento, non alla terapia. Si compra e si legge un romanzo per dare alla mente nuovo nutrimento creativo, nuova linfa vitale per esplorare la natura umana o ambienti lontani, serve ben altro per far sprigionare maggiore energia di vita.

 Con buona pace di tutti quelli che credono che il mondo giri tutto intorno ai premi letterari prestigiosi, alle recensioni o ai loro progetti di marketing. 

lunedì 15 febbraio 2016

LIBERARE LE PROPRIE EMOZIONI

L’uomo contemporaneo è in continua ricerca di sensazioni roboanti e sempre più intese, simili a una esplosione emozionale: il suo fine è quello di essere profondamente emozionato in ogni azione quotidiana. Egli ricerca le emozioni soprattutto perché sembrano validi mezzi psichici per essere se stesso. Per la realizzazione personale, chiavi per dare accesso a una vita ricca, autentica, pienamente umana.
 Questo comportamento di manifesta apertura dipende dal fatto che l’essere umano,a differenza di un tempo lontano, non ha più paura delle emozioni. Lui ha imparato a riconoscere, gestire e lasciarle esprimere non solo le buone ma anche le più cattive. Ha compreso che bisogna ascoltare le proprie emozioni, accettarle e accogliere favorevolmente i loro suggerimenti senza pregiudizi.
 Se, quindi, per l’uomo della nostra società attuale il fine ultimo è quello di essere continuamente emozionato; dal punto di vista morale lui sostiene la tesi che ognuno di noi deve liberare le proprie emozioni, con il risultato che i rapporti affettivi si disgregano, il rigore e l’ordine lasciano spazio al caos e all’eccelso emotivo, sostengono alcuni studiosi. Per cui, secondo il loro punto di vista alcuni risultati di questa impostazione sono sotto gli occhi di tutti sul piano della affettività e della vita sentimentale dei soggetti contemporanei: legami di vari tipo fragili, storie sentimentali instabili, i rapporti tra parenti evanescenti e così via.
 Ma il bisogno di sentire le vibrazioni emotive prevale sulla necessità di tenerle nascoste. Lo scopo dell’uomo contemporaneo non è quello di liberarsi dalle emozioni, ma liberarle dai secolari lacci e laccioli pregiudizievoli.
 Nell’epoca postmoderna, infatti, il progetto individualista messo in atto non aspira più a svincolarsi dalla libertà dei costumi, a conquistare libertà pubbliche, ma ottenere il diritto di manifestare il proprio stato sentimentale. Ciò risulta evidente sul piano sociale, poiché insieme ai tempi sono cambiati anche i costumi e le idee. Se in tempi remoti la società esercitava una sorta di censura per le emozioni in genere, adesso l’uomo dei nostri giorni pretende l’esatto contrario. In entrambi i casi con qualche forzatura, naturalmente.
  La richiesta di liberazione si può interpretare, secondo alcuni studiosi, come un’insurrezione contro un ordine plurisecolare. L’emozione non è qualcosa che bisogna temere, l’alterazione del respiro, il rossore, i sudori freddi, i brividi, i tremori vanno al contrario ricercati e coltivati, proclamando che non bisogna aver timore né nascondere le proprie emozioni, l’uomo attuale rompe un tabù vissuto per cinque secoli nella cultura occidentale.
  Ma la liberazione non avviene a tutte le emozioni. Sembra, infatti, che la liberazione sia selettiva. L’uomo predilige certe emozioni e su altre si riserva o proibisce l’uso, ristabilendo così  di fatto usurate norme di comportamento. Per cui nelle relazioni professionali bisogna mostrarsi simpatici, rilassati, brillanti, informati. In pubblico non è ammesso mostrarsi tristi o malinconici; anche la collera va tenuta sotto controllo.
 Per una simile selezione non esiste un modello universale. Ora  per dare un  seguito a quanto su detto, introduco in sintesi una distinzione tra due tipi di emozioni.  Secondo il pensiero del filosofo francese Michel Lacroix ci sono due polarità ben differenziate nella vita emotiva. La prima  rappresenta le<<Emozioni-shock>>,  la seconda le <<Emozioni-conteplative . Le emozioni-shock ricercano sensazioni forti. L’uomo ha bisogno di perdere o ridurre la lucidità della mente da attività isteriforme, di sbalordire da idee inedite e potenti. La sua vita è fatta di azione, di movimento. Le emozioni- contemplative sono, invece,  sentimenti  talmente pacati, che sembrano ben lontani dalle nostre quotidiane abitudini. Siamo ancora capaci di vibrare per cose semplici e naturali? Un tramonto, un quadro, una poesia non ci lasciano spesso indifferenti?
 Indubbiamente l’uomo contemporaneo per sentirsi vivo ha bisogno di esperienze sfrenate, di avventure estreme, di musica frenetica, di atti violenti, di velocità, che sono tutti  gli ingredienti della nostra vita emozionale stravolta, insomma da emozioni-shock.
  Tuttavia, l’emozione contemplativa non è destinata a scomparire, in quanto si metabolizza nell’interiorità e se l’esperienza è stata positiva, rinascerà ad ogni evocazione, come un ricordo durevole.
 Liberiamo e riabilitiamo le nostre emozione, dunque, senza paure o censure, perché la loro  corretta conoscenza può darci energie e slancio psicofisico, contribuire al conseguimento del bene morale umano e, soprattutto, alla conoscenza del fatto che la loro soppressione danneggia seriamente la nostra salute mentale.
                                                                                                 E.C.  



martedì 2 febbraio 2016

LA DIMENSIONE CREATIVA

La scrittura creativa non è un genere letterario nato nel secolo scorso, ma risale almeno a mille anni prima di Cristo e precisamente con la pubblicazione dell’Iliade e dell’Odissea di Omero. Per cui quando parliamo di scrittura creativa entriamo in un campo affascinante, misterioso, ricco di voci più rappresentative nel vastissimo panorama dell’arte, perché  per scrittura creativa oggi s’intende un genere di scrittura che va al di là della scrittura professionale, accademica, tecnica e giornalistica, include romanzi, racconti, poesie, poemetti in particolare anche musica.
 Ma, quali facoltà creative deve possedere un umano per andare oltre la “siepe” dello scibile per approdare sul terreno fertile dove vegeta il seme letterario?
 Una precisa risposta al quesito la diede E.Kant nell’estetica  parlando del genio che è il dono naturale che dà la regola all’arte. Nel secolo scorso lo scrittore russo Vladimir Nabokov, autore del fortunato romanzo <<Lolita>>, nel suo saggio “Lezioni di letteratura” dice che ;<<Uno scrittore privo di talento non può evolvere uno stile letterario di qualche merito. Non credo che si possa insegnare a scrivere a chi non possiede talento letterario>>.
 Per diventare, infatti, scrittori, poeti, drammaturghi e via dicendo non esistono istituzioni, scuole o maestri che istruiscono formalmente all’arte della narrativa o della poesia. Né ci sarà mai nessuno, neanche un illustre accademico che possa dire a un aspirante scrittore: la tua preparazione è a un buon punto; ora ti devi impegnare per andare oltre. Lo scrittore è un navigatore solitario, un autodidatta. Si forma a casa, per strada, in viaggio senza incoraggiamenti o sollecitazioni. Con ciò non si vuole affermare che la sua carriera artistica debba essere causale o spontanea, né tanto meno che sia innata. Circola, infatti, tra le persone di vario ceto l’idea che per essere scrittori, poeti, drammaturghi, musicisti, basta affidarsi al proprio istinto.
 La storia letteraria, invece, insegna che si diventa narratori, poeti, musicisti con lo studio assiduo dei classici di tutti i tempi e con la pratica. La narrativa e la poesia sono la massima espressione dell’arte. Come tale sono piene di regole, di vincoli, di segreti che vanno conosciuti e compresi.
 Un laboratorio di scrittura creativa, quindi, deve  insegnare ai discendi alcune nozioni di tecnica e il modo corretto di organizzarsi in musica o in strutture narrative. Un componimento poetico o narrativo è arte, appunto, è una creazione di un ordine regolato. Poi, far scoprire e amare la propria lingua, e amare significa studio, dedizione, fedeltà, curiosità. Oltre al comporre, va data particolare attenzione alla lettura di autori antichi e moderni di romanzi, poesie e anche di saggi e all’ascolto di brani scelti.
 Un obiettivo ambito da un laboratorio di scrittura creativa che guarda, senza velleitarismi, né accademismi o erudizione, alla scrittura poetica e narrativa non è certamente di insegnare ai discendi a diventare novelli Leopardi o dei provetti Dostoevskji, ma di aiutarli a sviluppare la loro dimensione creativa, perché, come sostengono eminenti studiosi addetti ai lavori, essa predispone favorevolmente al dialogo.
E ciò è possibile da realizzare perché la creatività è una facoltà insita in ogni persona e, se stimolata con adeguati mezzi psicopedagogici, porta a superare paure ancestrali, a rendere meno drammatici i conflitti intra ed extrapersonali, a stimolare il senso critico, ad esprimere sentimenti ed emozioni.

Inoltre, è bene ricordare che la dimensione creativa è presente dove un adulto, un adolescente o un bambino usa parole, strumenti, rielabora ma soprattutto che sogna ad occhi aperti.