mercoledì 19 aprile 2017

LA SOLITUDINE UN'EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a decine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all’esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.   

giovedì 6 aprile 2017

LE EMOZIONI NON FINISCONO MAI

È proprio vero che le emozioni non finiscono mai. L’ultima è dovuta alla pubblicazione del libro di Enrico Castrovilli   intitolato Dal mondo delle emozioni, Libellula Editore, 2017.
Un mondo di emozioni appunto: nel libro c’è una panoramica di tutte le “emozioni” e dice Castrovilli: “Ho cercato, per quanto ciò è possibile o realizzabile, di analizzare e di prendere spunti dai molti e variegati aspetti dell’argomento, mettendoli in relazione con i miei interessi scientifici, letterari e umani.”…”Intese come impulsi ad agire, le emozioni sono una componente della vita umana indispensabile per tutti”.
Sono nel nostro DNA e “Si ritiene che quanto più si è a stretto contatto con le proprie emozioni, tanto più si è abili nel leggere i sentimenti altrui e comprenderli” (Empatia).
“Le emozioni, infatti, sono alla base del comportamento individuale e sociale e anche l’apprendimento ne è condizionato”.
Sono tutte citazioni prese dalla “Premessa” del libro e sono tutte condivisibili.
E allora le “emozioni” così come analizzate e variamente considerate e classificate dal punto di vista delle neuroscienze, psicologico, pedagogico, letterario sono tutte da leggere.
Vi è molta sapienza nel considerare le varie emozioni. Bisogna distinguere le emozioni positive e quelle negative. Per esempio, quando la solitudine è vissuta in senso positivo è una volontaria scelta e viene accettata pensando più alle soluzioni invece di logorarsi rimuginando sui problemi. È bene creare dei modelli positivi dentro di sé. Quindi la solitudine è “innocua” quando è voluta, negli altri casi è dannosa perché l’uomo è un animale sociale.
Chi ha relazioni sociali appaganti è più forte, rende il suo sistema neuro-biologico più reattivo alzando le difese immunitarie e migliorando il profilo ormonale e metabolico.
Quindi non si può dire che la solitudine sia un fattore di rischio certo.
Dice Castrovilli a pag. 41 che l’emozione della solitudine nel suo aspetto positivo è un atto preparatorio per comunicare con gli altri, un incontro costruttivo col proprio sé che dilata il proprio animo e dispone meglio ai rapporti con gli altri.
Le attività umane che impegnano attivamente le facoltà mentali necessitano di solitudine. Si pensi allo studio, la lettura, la scrittura, la riflessione, l’introspezione che servono pure alla propria “creatività”.
Castrovilli considerando la solitudine leopardiana dice che essa innesca sentimenti attivi, produttivi, non diviene psicopatologica, ma rientra nei limiti di una emozione elegiaca.
La solitudine è uno stato d’animo ineliminabile della condizione umana. Per il Leopardi è una compagna fedele e sorgente di sofferenze purtuttavia è stimolo di sviluppo dell’interiorità e dell’individualità personale nel tentativo di uscire da se stessi e di incontrare l’altro da sé. Tentativo che riesce a livello romantico-sentimentale superando l’arido razionalismo illuministico.
Anche la malinconia è un’emozione positiva perché non blocca le iniziative personali in quanto è antitetica alla depressione. Anzi il malinconico ha una capacità immaginativa più sviluppata degli altri e, quindi, è un “creativo”.
Basta pensare a numerosi scrittori, poeti, pittori, musicisti come Leopardi, Saba, Van Gogh, Proust, Baudelaire, Schopenhauer che hanno fatto della loro malinconia un febbrile ambiente di produzione artistica.
Nel tempo il termine malinconia si specifica in significati distinti. Nella cultura medica, in particolare sotto l’egida del padre della psicanalisi, Freud, la malinconia indica un disturbo psicologico grave caratterizzato da una mancanza di fiducia in se stessi e sfocia nella depressione.
Ma in generale l’aspetto positivo della malinconia prevale sull’aspetto negativo.
Penso di aver interpretato bene il pensiero di Castrovilli, ma se uno vuole approfondire personalmente il mondo delle emozioni deve accostarsi al libro e suggere le suggestioni che più lo appagano, lo informano, lo dilettano.
La vera letteratura è tale se, come indicano gli antichi maestri, riesce a docere, movere, dilectare, cioè ad insegnare, commuovere e procurare piacere.
L’opera di Castrovilli si inserisce in questo filone ed è quindi utile dal punto di vista psicologico, pedagogico, letterario ed esistenziale. Aiuta a capirsi e a capire…e aiuta a vivere con coraggio, quando dice, per esempio, che per gestire le proprie emozioni bisogna appoggiarsi sull’aiuto degli altri, ma anche farsi forza da se stessi.
È indicativa una frase di un noto allenatore pugliese che al cospetto della “psicologia” di Herrera rispose ad un giornalista così: “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.
Bene, Castrovilli mette insieme la “psicologia” e la “grinta” alla portata di tutti con questo libro.
Sono tutti da leggere i brani della seconda parte che offrono le emozioni attraverso dei racconti letterariamente ben riusciti che rappresentano emozioni “dal vivo” a partire da situazioni e personaggi “concreti”.
Emozioni con le loro sfumature e variazioni che fanno capo alle principali famiglie emozionali fondamentali che secondo Goleman si riferiscono alla Collera, Tristezza, Paura, Gioia, Amore, Sorpresa, Disgusto, Vergogna.
Questi racconti non sono semplici “narrazioni”, ma sono una poesia di racconti e costituiscono una delle più grandi “emozioni” del libro.


Francesco Recchia

domenica 2 aprile 2017

SOLITUDINE EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a diecine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all'esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.   

sabato 18 marzo 2017

LA FELICITA', UN' EMOZIONE PRIMARIA

Nell'attuale società, la ricerca della felicità è avvertita come un bisogno totale e personale, oppressi come siamo dalla nostra impotenza dinanzi alle imprevedibili catastrofi naturali, dall'angoscia di uno sterminio atomico, o dal timore di una totale distruzione del mondo culturale e civile che con sacrifici abbiamo edificato e dal ritorno alla barbarie attraverso uno dei tanti ricorsi storici.
 Per questo motivo, la domanda comune è se l’umano possa conseguire la felicità e soprattutto come questa condizione psichica sia stato concepita dai vari studiosi: alcuni hanno evidenziato la componente emozionale, come il provare buon umore, altri sottolineano l’aspetto cognitivo, come ritenersi soddisfatti della propria vita. Certe volte la felicità è rappresentata come soddisfazione, contentezza, appagamento, certe volte come gioia, piacere, divertimento, e altre  ancora  come uno stato  naturale del cervello che si genera in modo spontaneo se si agisce nel modo giusto.
 Oggi, però, la felicità per molte persone è associata al concetto di benessere e a volte, a uno stato di benessere materiale. I ricercatori invece non accettano questa valutazione che non è quella di riconoscere l’aspetto educante come un cammino verso una sorte favorevole con l’obiettivo di ricchezza, ma un cammino della crescita evolutiva dell’umano verso uno stato di totalità, dove la felicità riconquista la sua dimensione di umano come tale.
 Come abbiamo appena detto, la felicità percepita come benessere è un modello molto seguito attualmente. In questi ultimi decenni, gli studiosi hanno favorito teorie e dibattiti in vari settori, dalla sanità all'economia alle scienze sociali, di cui le scienze dell’educazioni fanno parte.
 Nel contempo alcuni studi di psicologi definiscono la felicità come uno stato autonomo dagli eventi esterni, ma dipendente invece da come esse vengono interpretati, in quanto originano dall'attitudine delle persone  verso gli interessi materiali e/o immateriali.
  Secondo le ricerche di altri psicologi, esistono diversi aspetti che contraddistinguono le persone felici da quelle che non lo sono. Questi aspetti sono le basi, atteggiamenti e pensieri, che una persona può apprendere per essere favorevole alla felicità.
 Si parla di una specie di addestramento fatto di conoscenze e comportamenti che se attuati possono portare alla ricercata felicità. Sono idee che possono produrre un sostanziale cambiamento nel comportamento, favorendo un mutamento nelle convinzioni di un soggetto.
 Prendiamo ora in visione alcuni punti per illustrare il metodo per diventare felici.
  Per prima cosa, dicono i ricercatori, la persona, che si conserva giornalmente più dinamica,  ha la possibilità di rendere migliore il livello di benessere psicofisico. Impegnare le energie in operosità coinvolgenti, accattivanti e piacevoli rende soddisfatti e di esito più felici.
 Va da sé che l’impegno speso, quando risulta produttivo, provoca soddisfazioni, ma perché abbia un concreto esito positivo su se stessi deve essere teso ad attività ritenute ricche di significato, come un tipo di lavoro appagante.
 Importante è di non dedicare tempo alle ansie quotidiane, rimugini, si ha meno tempo per essere felici. La felicità di una persona aumenta allorché si riducono i pensieri negativi, infatti le persone felici si preoccupano di meno della maggior parte della gente.  
 Per essere realmente felici è certamente utile impegnare le proprie energie sulle attività presenti, dando importanza ad ogni giorno e godendo delle opportunità quotidiane.
 Infine, eliminare i sentimenti e i problemi negativi e dare invece valore alla felicità.

 Insomma, se si rimane irretiti in pensieri negativi che si crede siano la possibile soluzione al problema, ma che al contrario portano ad allontanarsi dalla realtà, non ci si concede la possibilità di affrontare i fallimenti e viverli per quello che sono, senza generalizzare mai quello che accade ma legare gli eventi alla situazione. Solo in questo caso si possono valutare le proprie risorse, rimettersi in gioco puntare diritto all'obiettivo: essere felici.

mercoledì 1 marzo 2017

LA GENTILEZZA UN SENTIMENTO POSITIVO

Nella psicologia la gentilezza non è intesa come un segno di debolezza psichica, ma anzi una manifestazione di forza. Essere in grado di rivolgersi alle altre persone con un sorriso,  far vedere la propria disponibilità, praticare alcune regole maltrattate  della buona educazione quali per esempio aiutare una persona in difficoltà, significa attestare le proprie aspirazioni e ideali, senza soccombere alla seduzione della prepotenza e dell’egocentrismo, ma portando rispetto agli esseri umani.
 L’importanza della gentilezza come qualità vitale è una conoscenza arcaica. La filosofia e le religioni la rappresentano come una particolarità dello spirito aderente alla tranquillità interiore, all'equilibrio e alla coscienza di sé, una predisposizione psicologica che possiamo perdere nel percorso della vita per le insoddisfazioni, le ferite e i dispiaceri che, normalmente, sono presenti nella nostra crescita psicofisica.
 Infatti, i rancori, le paure infantili persistenti possono trasformarci in esseri egoisti e tenebrosi, oppure boriosi e diffidenti. Le persone tristi, rancorose smarriscono, unitamente  alla luce dell’intelletto, quello della gentilezza. Senza averne coscienza, subiscono l’influenza negativa di abitare in un mondo maleducato, dove necessita farsi largo, prendere in giro, falsificare per continuare a vivere.
Va da sé che l’inettitudine di essere gentile significa una anomalia vitale, psicologica e morale, su cui non abbiamo l’abitudine di ragionare, nel mentre corrode dall'interno e dal profondo della nostra esistenza, sino al punto a nuocere, anche l’ambiente sociale, l’eventualità di una comunità più florida e più inserita.
 La persona gentile invece sa perfettamente di essere sincera e corretta, dà prova di apertura mentale e di prestare attenzione e conosce la qualità della fiducia e dell’alternanza. Probabilmente queste proprietà a certi individui potrebbero sembrare illusorie, o addirittura soprannaturali, ma è sufficiente far conoscenza almeno una volta nella vita di una persona gentile per rendersi conto che il tutto corrisponde al vero.
 In una società come la nostra, infatti, dove si esaltano i pessimi comportamenti, le ambizioni e la faccia tosta è quasi normale che la gentilezza sia travisata come innocenza o bollata come segno di fragilità psichica. La persona gentile può attendersi freddezza e ingratitudine, ma ciò non ci deve allontanare dal coltivare una vocazione che, in sostanza, dà in dono quella serenità e quell'amore sincero cui desideriamo come esseri umani.
 In ambito psicologico, quindi, la gentilezza si collega al benessere, alla creatività e alla stabilità emotiva. Infatti, la persona che sviluppa un comportamento positivo realistico e senza riserve rispetto alle altre persone è più resistente agli episodi critici del ciclo vitale, e ha più possibilità di sviluppare le proprie capacità e rendere possibili le finalità personali e professionali.
 Insomma, essere gentili è una semplice azione quotidiana come, ad esempio, una telefonata a un conoscente in difficoltà, fare un complimento a qualcuno e così via, esempi questi di piccoli gesti, che possono portarci al valore della gentilezza e rendere possibile e duraturo il nostro benessere psicofisico.

 Siamo, dunque, invitati tutti a promuovere piccole azione che generano benessere dentro di noi, un boomerang che viene generato dalla gentilezza e che torna al mittente arricchito di forza. Essere gentili è quindi una grande responsabilità che noi abbiamo non solo nei confronti di noi stessi, ma anche verso i nostri simili al fine di costruire un’ armonia positiva.

mercoledì 1 febbraio 2017

LE PAROLE, VOCE FRAGILE DELLE EMOZIONI

Da molti anni studiosi di diverse discipline scientifiche e umanistiche sostengono che le parole costituiscono la struttura portante dei pensieri e dell’ambiente esterno degli esseri umani.
  Insomma, ciascuno di noi è consapevole di essere un insieme di cellule e di suoni organici, per cui, secondo Borgna, quotidianamente usiamo le parole: parole delicate, equilibrate, aperte al dialogo e al confronto se esse sono scelte con ponderazione ; parole gelide, pietrificate, crudeli, oscure se al contrario sono inconsulte, impermeabili al cambiamento degli stati d’animo.
  In letteratura, per esempio, un testo, poetico o narrativo, si presenta come generato da una urgenza comunicativa alla quale l’autore si piega per esprimere qualcosa di inesprimibile altrimenti. È il caso di alcune poesie, che nascono esplicitamente come l’ultimo tentativo di dare voce all'io poetico. Le parole crepuscolari e umbratili di Clemente Rebora emergono dalla sua fragilità e dalla sua vulnerabilità, dalla sua estrema sensibilità alle emozioni e alla sua incapacità di sopportare situazioni drammatiche;  e sono indicibilmente gridi afoni, fragili e feriti dalla nostra insensibilità, le parole di Amelia Rosselli, che sembrano racchiudere l’intero cammino poetico. Fragili sono le parole di Umberto Saba, frutto della sua debole anima, che ritrovano, nel silenzio della vita, luminosità e vigore dopo avere recuperato il senso dell’armonia prima con se stessi e poi con tutti i componenti dell’ambiente.
  Sono queste, secondo la nostra analisi, le parole tramutate in fonte inesauribile di materiale poetico dalle persone corrose dai dubbi e dai propri limiti, dirette, quali innocenti messaggere emotive, ad una disperata richiesta di riconoscimento, di accoglienza della loro debolezza strutturale, della loro dignità umana.
   Dal punto di vista psicologico il linguaggio è fondamentale nell'ambito sanitario, dove il medico – con i moti dell’animo meno turbolenti e più disposto ad offrire spazi all'ascolto ed al rasserenamento -  utilizzando ogni mezzo lecito a sua disposizione, si avvale delle parole per comunicare ai pazienti i risultati della sua diagnosi e del suo seguente intervento terapeutico.
  Le parole, quindi, che il medico, e non solo, utilizza hanno il potere di fare stare bene o di generare disagi ai pazienti, di influenzare le relazioni  tra pazienti, famiglie e personale sanitario, la fiducia in loro stessi e negli altri, la possibilità di raggiungere gli obiettivi e di realizzare i propri progetti e quelli degli assistiti.
  Seguendo la nostra analisi, è evidente che le parole possiedono un loro potere terapeutico, di permettere al paziente  di trovare il senso e il sollievo alle sofferenze, di favorire alleanze benefiche tra personale medico e assistito. Spesso, però, gli ammalati sono feriti da interventi verbali violenti, che il personale sanitario rivolge a loro. Una parola fuori luogo o un gesto ambivalente, entrambi possono generare disperazione e angoscia. È necessario, così, adottare comportamenti concilianti,  scegliere parole che nascano dal cuore e dal silenzio, di favorire  l’ascolto che consente al malato di farsi comprendere nella sua fragilità, nel suo profondo dolore psichico.
  Le parole, infine, sono importanti perché oltre ad essere il mezzo principale con cui avviene la nostra comunicazione verbale, esse hanno il potere di trasformarsi e modificarsi nella forma che vogliono far prendere, possono esprimere i nostri pensieri, le nostre emozioni. Inoltre condizionano il nostro modo di informare gli altri e soprattutto noi stessi, influenzano le nostre scelte e le nostre azioni, sulla percezione che abbiamo degli oggetti ambientali.
 Purtroppo, però, oggi la plasticità delle parole, il loro potere di lasciare emozioni sulla pelle degli umani, di rendere l’essere umano libero è usato principalmente per scopo pubblicitario. Nella pubblicità quotidiana, infatti, si manifestano chiaramente le caratteristiche e le potenzialità del linguaggio utilizzato che aspira a conquistare, gestire e a conservare il mercato. Come non pensare alle parole dei numerosi e onnipresenti spot televisivi e cartacei dei vari prodotti commerciali, con cui si cerca di convincere gli ascoltatori all'acquisto delle merci?
  Parole razionali, fredde queste, che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente.
























giovedì 5 gennaio 2017

DISGUSTO UN'EMOZIONE ADATTIVA

Secondo le ricerche scientifiche di vari autori, il disgusto è un’emozione innata e basilare. È compresa tra le emozioni di base, presenti in tutti gli essere umani e animali.  Essa  risponde negativamente al cibo considerato dannoso per la salute fisica e/o psichica e/o per l’anima dell' individuo.
 Si comincia a provare disgusto sin da neonati e inizialmente è strettamente legato al rifiuto di sapori e odori che non si gradiscono; col passare del tempo, inoltre, questo disgusto alimentare – tramite la nostra cultura -  può acquisire un significato psicologico più ampio legato all’ambiente, a valori, pensieri, persone, fra cui, in alcuni casi specifici, anche se stessi, che possono essere ritenuti più o meno ripugnanti.
 Di solito cibi che al palato vengono percepiti come amari ( ricordano sostanze velenose) o acide ( cibi deteriorati) causano disgusto. Invece al tatto, causano disgusto oggetti viscidi, flaccidi poiché senza difficoltà vengono associati  a qualcosa di putrido, di stantio o di ciò che ha un cattivo odore.
 In linea di massima, si avverte sensazione di disgusto anche per tutte le secrezioni corporee, fatta la dovuta eccezione per le lacrime.
 In ogni caso vi sono differenze soggettive anche in quello che viene compreso come disgustoso. Per esempio, alcune persone usano mangiare vari pesci crudi, altri decisamente no. Vi sono persone che hanno l’abitudine di bere il caffè amaro, altre invece non riuscirebbero nemmeno ad ingoiarlo. Ciò accade in parte a  predisposizioni genetiche e biologiche, e in parte alla consuetudine a certi tipi ti alimenti e alle usanze familiari.
 I ricercatori sostengono che mentre il disgusto legato a uno sgradevole sapore è innato( già dai primi mesi di vita il bambino respinge e sputa un alimento amaro o acido ( per esempio il limone), il disgusto associato a un certo tipo di persona, di ambienti, di ideologie, di atteggiamenti, di mode eccetera, si accresce con la cultura e ambiente di appartenenza, soltanto in età successive.
 Seguendo quest’analisi, rileviamo che l’azione di disgusto istantaneo, che non segue il normale rito dell’assaggio ma che si mostra come reazione istintiva al semplice sguardo di un particolare cibo, sembra svilupparsi intorno ai 3 anni di età, quando il bambino apprende le attività giornaliere di igiene personale e l’impiego del Wc, e anche le basilari conoscenze delle patologie organiche.
  Qual è la sua funzione?
 Il disgusto svolge una importante ed esatta funzione: la difesa a livello personale e sociale dell’individuo, per mezzo della spinta comportamentale di allontanamento ( che si rivela con lo sputo quando si tratta di sostanze ingerite) o di affermazioni  decise di declinare la proposta – nooo!! -, allo scopo di eludere che la persona/sostanza entri in contatto con noi e ci contamini.
 Scansare  quanto è più possibile il contagio con le sostanze malefiche non significa solo salvaguardarsi dalla tossicità di una sostanza e pertanto dalle patologie o morte, ma anche protezione da alcuni particolari che si riferiscono strettamente ai fatti personali, cioè per quanto è possibile eludere di essere contagiati da persone che crediamo vergognosi per dei loro comportamenti fuori della norma del buon vivere civile.
 Inoltre gli studiosi hanno rilevato che nella popolazione vi sono persone in modo specifico sensibili al disgusto. Soggetti, questi, che hanno una paura eccessiva di venire contaminati, perché per essi la contaminazione è percepita come un fatto terribile, uno stato patologico da cui difficilmente ci si può liberare: si rimarrà per sempre sudici e bollati.
 Dal punto di vista psicopatologico, questa eccessiva sensibilità al disgusto sembra essere uno dei componenti che apportano allo stato del “ disturbo ossessivo compulsivo”, che può rivelarsi, per l’individuo colpito, con ripetitive azioni di lavaggio – per esempio con amuchina  delle mani -, della pulizia e ordine degli oggetti del proprio ambiente, come tentativi di rassicurarsi circa il timore che possa per propria responsabilità accadere qualcosa di negativo per sé o altri.