giovedì 15 giugno 2017

RECENSIONE IL MONDO DELLE EMOZIONI

Enrico Castrovilli, “Dal mondo delle emozioni”, Ed. Libellula, Tricase (LE), febbraio 2017, pp. 188, € 15,00. Quest’ultimo lavoro di ricerca dello studioso di San Vito dei Normanni argomenta, con flash analitici, sull'importanza delle emozioni, nel collegamento tra mente e cuore, esplorate dagli studiosi di neuroscienze, pedagogia, psicologia sociologia. Emozioni positive quali gioia, felicità, amicizia e negative come timidezza, ansia, paura, tristezza, invidia, collera sono presenti nei nostri comportamenti ed a volte sono fonte d’ispirazione e di creatività delle opere di tanti poeti e scrittori. La psicocritica è il suo approccio alla lettura critica dei testi letterari, metodo già descritto in precedenti volumi citati in bibliografia. Qui si propone la rilettura di alcuni brani di Saba, Svevo, Leopardi, Pasolini, Ungaretti, Bodini, Pavese, Gadda, Rosselli, Lipska, Rebora. Nella seconda parte del libro “Per una didattica emozionale”, le emozioni vengono presentate attraverso alcuni racconti, ”casi di studio”, resi narrativamente con personaggi e situazioni reali. Saper riconoscere le emozioni contribuisce alla prevenzione, alla gestione e a volte anche alla cura e certamente sono il presupposto del comportamento e dell’apprendimento (Daniel Goleman, Howard Gardner, Eugenio Borgna). Occorre superare la tradizionale visione dell’educazione che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a discapito di quelli emozionali, con una rivalutazione dell’idea di educazione globale, nel suo insieme di intelletto e emozioni.
La parola e l’ascolto sono i veicoli insostituibili del cuore e della mente per i sentimenti. Nel linguaggio giovanile questi vengono comunicati con gli smartphone con gli “emoticons” (le faccine col sorriso, broncio, …) per esprimere e condividere gli stati d’animo. Famiglia e scuola ne devono tener conto nel ricercare le abilità che favoriscano le competenze emotive quali l’espressività, l’autocontrollo, l’ascolto dei bisogni altrui. Progettare quindi interventi didattici che potenziano l’attenzione, la memoria, il pensiero, per un apprendimento efficace, ancorato saldamente all'interesse ed alle passioni. “Una memoria emotiva” necessaria per stabilire collegamenti e relazioni nella rete neuronale, con legami forti al vissuto emotivo e all'esperienza diretta che l’ha affiancata. Capace di essere rievocata in momenti successivi con ricordi che possono permanere nel tempo e influire sulle nostre scelte e comportamenti nei rapporti sociali. Un apprendimento realizzato solamente sul piano cognitivo risulterebbe astratto, debole e do breve durata.
Le modalità di svolgimento della vita familiare, l’ambiente, il clima sereno, l’esempio, i buoni rapporti tra i genitori e tra genitori e figli lasciano tracce indelebili e positive che affiorano nelle relazioni interpersonali e per tutta l’esistenza. Al contrario, uno sfascio delle famiglie sarà il presupposto di comportamenti successivi conflittuali e deviati. Ne deriva la responsabilità di un’attenzione da parte di tutti, della società civile nei confronti delle fragilità emotive della prima infanzia, dell’adolescenza, una terra instabile di un io in attesa di diventare adulto e autonomo, alla vulnerabilità della terza età della vita. L’autore ci trasmette un messaggio positivo e di ottimismo: coltivare sempre la speranza, come una virtù forte, preziosa per la vita di ognuno di noi, che ha il coraggio di guardare lontano, come slancio vitale che non si fa abbattere dai momenti più critici.


Ernesto Marinò

venerdì 2 giugno 2017

FIDUCIA SENTIMENTO FRAGILE E TRASPARENTE


 La fiducia è un sentimento che , secondo il punto di vista di Erikson (1950),  si forma già nei primi giorni di vita. Il neonato, infatti, acquista fiducia/ sfiducia verso la figura di chi lo alleva mediante le pratiche di nutrimento e di allevamento.
 È  la fiducia che gli permetterà di essere sereno quando per esempio un pasto o meglio un abbraccio lo avvolgerà con amore e lo farà sentire sicuro. Se al contrario  quell'abbraccio mancasse, o fosse eseguito con movimenti bruschi, incerti, sicuramente avrà una sensazione spiacevole, di insicurezza come di cadere.
   Attraverso questi segnali emotivi, ben presto il bambino avrà la capacità  e la sensibilità di riconoscere la persona che soddisferà le sue richieste e se anche lei adotterà un atteggiamento favorevole nel prendersi cura di lui. 
 Per cui appreso la separazione dei confini psicologici tra il proprio corpo e l’ambiente umano, il bambino potrà controllare la normale delusione della temporanea assenza, ma rafforzerà l’idea del reale ritorno della persona che lo accudisce. Sarà, questo, l’inizio di un sentimento di fiducia verso di lui, in quanto inizierà a percepirsi sempre più idoneo di possedere un adeguato controllo nel richiedere ed assicurarsi le cure necessarie per poter continuare a vivere.
 Va a sé che il bambino, proseguendo nel suo sviluppo psicosociale, rafforzerà l’apprendimento emozionale che darà la possibilità di leggere e interpretare i segnali che gli sono giunti dagli altri componenti. Ad avvertire con esattezza quella vitalità operativa positiva o negativa, affidabile o inaffidabile diffusa dalle altre persone, e adeguare la sua risposta.
 Nel caso in cui la persona che si occupa di lui avrà tenuto un comportamento confuso, incostante e saltuario, o meno opportuno, non presente del tutto, faciliterà in lui, sentimenti di sfiducia, ansia, finanche freddezza, distacco e solitudine. Sentimenti, questi, che saranno vissuti in modo permanente e che potranno aumentare o del tutto annullarsi con conseguenze reali in quel rapporto psicosociale che comprende il concetto di una totale apertura verso l’altra persona.   
 Quanto appena detto sembra chiarire le intense emozioni contenute nel corso della relazione significativa tra il bambino e l’altra. Allorquando la sua fiducia è ingannata, gli causerà una sensazione di frantumazione, acuto dolore psichico, anche rabbia, in quanto è venuta a mancare proprio quella fiducia come accadeva ai primi istanti della sua nascita. In seguito, diventato adulto, questo tipo di avvenimento lo farà diventare molto fragile nella propria vulnerabilità, nei desideri, e nell'abilità di opinioni. Alcune di queste aspirazioni saranno incline ad organizzarsi in quello che normalmente in una coppia si chiama complicità, o meglio confidenza per la qualità di fiducia e di intimità, che risiede in una relazione innanzitutto amorosa, ma anche parentale e amicale.
 Le persone che hanno costruito tra loro una relazione di fiducia sono più disponibili
a rispondere a reciproci bisogni, ad aumentare l’interdipendenza e la vicinanza affettiva, a minimizzare la probabilità e la paura di essere rifiutati.
 Sentire fiducia verso l’altro significa provare una emozione positiva che aumenta la probabilità di sperimentare la confidenza.
 Infine, è sempre la fiducia il sentimento primario che fa affidamento sull'attitudine a modificarsi. Saranno, infatti, la fiducia o la diffidenza a dare un certo tono emotivo ai nostri comportamenti in una concezione più positiva e costruttiva nella particolare circostanza di fiducia, o al contrario, disfattista e inopportuna nella diffidenza, così da aver risultati molto differenti nelle esperienze della nostra intera esistenza.

                                                                              

mercoledì 19 aprile 2017

LA SOLITUDINE UN'EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a decine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all’esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.   

giovedì 6 aprile 2017

LE EMOZIONI NON FINISCONO MAI

È proprio vero che le emozioni non finiscono mai. L’ultima è dovuta alla pubblicazione del libro di Enrico Castrovilli   intitolato Dal mondo delle emozioni, Libellula Editore, 2017.
Un mondo di emozioni appunto: nel libro c’è una panoramica di tutte le “emozioni” e dice Castrovilli: “Ho cercato, per quanto ciò è possibile o realizzabile, di analizzare e di prendere spunti dai molti e variegati aspetti dell’argomento, mettendoli in relazione con i miei interessi scientifici, letterari e umani.”…”Intese come impulsi ad agire, le emozioni sono una componente della vita umana indispensabile per tutti”.
Sono nel nostro DNA e “Si ritiene che quanto più si è a stretto contatto con le proprie emozioni, tanto più si è abili nel leggere i sentimenti altrui e comprenderli” (Empatia).
“Le emozioni, infatti, sono alla base del comportamento individuale e sociale e anche l’apprendimento ne è condizionato”.
Sono tutte citazioni prese dalla “Premessa” del libro e sono tutte condivisibili.
E allora le “emozioni” così come analizzate e variamente considerate e classificate dal punto di vista delle neuroscienze, psicologico, pedagogico, letterario sono tutte da leggere.
Vi è molta sapienza nel considerare le varie emozioni. Bisogna distinguere le emozioni positive e quelle negative. Per esempio, quando la solitudine è vissuta in senso positivo è una volontaria scelta e viene accettata pensando più alle soluzioni invece di logorarsi rimuginando sui problemi. È bene creare dei modelli positivi dentro di sé. Quindi la solitudine è “innocua” quando è voluta, negli altri casi è dannosa perché l’uomo è un animale sociale.
Chi ha relazioni sociali appaganti è più forte, rende il suo sistema neuro-biologico più reattivo alzando le difese immunitarie e migliorando il profilo ormonale e metabolico.
Quindi non si può dire che la solitudine sia un fattore di rischio certo.
Dice Castrovilli a pag. 41 che l’emozione della solitudine nel suo aspetto positivo è un atto preparatorio per comunicare con gli altri, un incontro costruttivo col proprio sé che dilata il proprio animo e dispone meglio ai rapporti con gli altri.
Le attività umane che impegnano attivamente le facoltà mentali necessitano di solitudine. Si pensi allo studio, la lettura, la scrittura, la riflessione, l’introspezione che servono pure alla propria “creatività”.
Castrovilli considerando la solitudine leopardiana dice che essa innesca sentimenti attivi, produttivi, non diviene psicopatologica, ma rientra nei limiti di una emozione elegiaca.
La solitudine è uno stato d’animo ineliminabile della condizione umana. Per il Leopardi è una compagna fedele e sorgente di sofferenze purtuttavia è stimolo di sviluppo dell’interiorità e dell’individualità personale nel tentativo di uscire da se stessi e di incontrare l’altro da sé. Tentativo che riesce a livello romantico-sentimentale superando l’arido razionalismo illuministico.
Anche la malinconia è un’emozione positiva perché non blocca le iniziative personali in quanto è antitetica alla depressione. Anzi il malinconico ha una capacità immaginativa più sviluppata degli altri e, quindi, è un “creativo”.
Basta pensare a numerosi scrittori, poeti, pittori, musicisti come Leopardi, Saba, Van Gogh, Proust, Baudelaire, Schopenhauer che hanno fatto della loro malinconia un febbrile ambiente di produzione artistica.
Nel tempo il termine malinconia si specifica in significati distinti. Nella cultura medica, in particolare sotto l’egida del padre della psicanalisi, Freud, la malinconia indica un disturbo psicologico grave caratterizzato da una mancanza di fiducia in se stessi e sfocia nella depressione.
Ma in generale l’aspetto positivo della malinconia prevale sull’aspetto negativo.
Penso di aver interpretato bene il pensiero di Castrovilli, ma se uno vuole approfondire personalmente il mondo delle emozioni deve accostarsi al libro e suggere le suggestioni che più lo appagano, lo informano, lo dilettano.
La vera letteratura è tale se, come indicano gli antichi maestri, riesce a docere, movere, dilectare, cioè ad insegnare, commuovere e procurare piacere.
L’opera di Castrovilli si inserisce in questo filone ed è quindi utile dal punto di vista psicologico, pedagogico, letterario ed esistenziale. Aiuta a capirsi e a capire…e aiuta a vivere con coraggio, quando dice, per esempio, che per gestire le proprie emozioni bisogna appoggiarsi sull’aiuto degli altri, ma anche farsi forza da se stessi.
È indicativa una frase di un noto allenatore pugliese che al cospetto della “psicologia” di Herrera rispose ad un giornalista così: “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.
Bene, Castrovilli mette insieme la “psicologia” e la “grinta” alla portata di tutti con questo libro.
Sono tutti da leggere i brani della seconda parte che offrono le emozioni attraverso dei racconti letterariamente ben riusciti che rappresentano emozioni “dal vivo” a partire da situazioni e personaggi “concreti”.
Emozioni con le loro sfumature e variazioni che fanno capo alle principali famiglie emozionali fondamentali che secondo Goleman si riferiscono alla Collera, Tristezza, Paura, Gioia, Amore, Sorpresa, Disgusto, Vergogna.
Questi racconti non sono semplici “narrazioni”, ma sono una poesia di racconti e costituiscono una delle più grandi “emozioni” del libro.


Francesco Recchia

domenica 2 aprile 2017

SOLITUDINE EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a diecine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all'esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.   

sabato 18 marzo 2017

LA FELICITA', UN' EMOZIONE PRIMARIA

Nell'attuale società, la ricerca della felicità è avvertita come un bisogno totale e personale, oppressi come siamo dalla nostra impotenza dinanzi alle imprevedibili catastrofi naturali, dall'angoscia di uno sterminio atomico, o dal timore di una totale distruzione del mondo culturale e civile che con sacrifici abbiamo edificato e dal ritorno alla barbarie attraverso uno dei tanti ricorsi storici.
 Per questo motivo, la domanda comune è se l’umano possa conseguire la felicità e soprattutto come questa condizione psichica sia stato concepita dai vari studiosi: alcuni hanno evidenziato la componente emozionale, come il provare buon umore, altri sottolineano l’aspetto cognitivo, come ritenersi soddisfatti della propria vita. Certe volte la felicità è rappresentata come soddisfazione, contentezza, appagamento, certe volte come gioia, piacere, divertimento, e altre  ancora  come uno stato  naturale del cervello che si genera in modo spontaneo se si agisce nel modo giusto.
 Oggi, però, la felicità per molte persone è associata al concetto di benessere e a volte, a uno stato di benessere materiale. I ricercatori invece non accettano questa valutazione che non è quella di riconoscere l’aspetto educante come un cammino verso una sorte favorevole con l’obiettivo di ricchezza, ma un cammino della crescita evolutiva dell’umano verso uno stato di totalità, dove la felicità riconquista la sua dimensione di umano come tale.
 Come abbiamo appena detto, la felicità percepita come benessere è un modello molto seguito attualmente. In questi ultimi decenni, gli studiosi hanno favorito teorie e dibattiti in vari settori, dalla sanità all'economia alle scienze sociali, di cui le scienze dell’educazioni fanno parte.
 Nel contempo alcuni studi di psicologi definiscono la felicità come uno stato autonomo dagli eventi esterni, ma dipendente invece da come esse vengono interpretati, in quanto originano dall'attitudine delle persone  verso gli interessi materiali e/o immateriali.
  Secondo le ricerche di altri psicologi, esistono diversi aspetti che contraddistinguono le persone felici da quelle che non lo sono. Questi aspetti sono le basi, atteggiamenti e pensieri, che una persona può apprendere per essere favorevole alla felicità.
 Si parla di una specie di addestramento fatto di conoscenze e comportamenti che se attuati possono portare alla ricercata felicità. Sono idee che possono produrre un sostanziale cambiamento nel comportamento, favorendo un mutamento nelle convinzioni di un soggetto.
 Prendiamo ora in visione alcuni punti per illustrare il metodo per diventare felici.
  Per prima cosa, dicono i ricercatori, la persona, che si conserva giornalmente più dinamica,  ha la possibilità di rendere migliore il livello di benessere psicofisico. Impegnare le energie in operosità coinvolgenti, accattivanti e piacevoli rende soddisfatti e di esito più felici.
 Va da sé che l’impegno speso, quando risulta produttivo, provoca soddisfazioni, ma perché abbia un concreto esito positivo su se stessi deve essere teso ad attività ritenute ricche di significato, come un tipo di lavoro appagante.
 Importante è di non dedicare tempo alle ansie quotidiane, rimugini, si ha meno tempo per essere felici. La felicità di una persona aumenta allorché si riducono i pensieri negativi, infatti le persone felici si preoccupano di meno della maggior parte della gente.  
 Per essere realmente felici è certamente utile impegnare le proprie energie sulle attività presenti, dando importanza ad ogni giorno e godendo delle opportunità quotidiane.
 Infine, eliminare i sentimenti e i problemi negativi e dare invece valore alla felicità.

 Insomma, se si rimane irretiti in pensieri negativi che si crede siano la possibile soluzione al problema, ma che al contrario portano ad allontanarsi dalla realtà, non ci si concede la possibilità di affrontare i fallimenti e viverli per quello che sono, senza generalizzare mai quello che accade ma legare gli eventi alla situazione. Solo in questo caso si possono valutare le proprie risorse, rimettersi in gioco puntare diritto all'obiettivo: essere felici.

mercoledì 1 marzo 2017

LA GENTILEZZA UN SENTIMENTO POSITIVO

Nella psicologia la gentilezza non è intesa come un segno di debolezza psichica, ma anzi una manifestazione di forza. Essere in grado di rivolgersi alle altre persone con un sorriso,  far vedere la propria disponibilità, praticare alcune regole maltrattate  della buona educazione quali per esempio aiutare una persona in difficoltà, significa attestare le proprie aspirazioni e ideali, senza soccombere alla seduzione della prepotenza e dell’egocentrismo, ma portando rispetto agli esseri umani.
 L’importanza della gentilezza come qualità vitale è una conoscenza arcaica. La filosofia e le religioni la rappresentano come una particolarità dello spirito aderente alla tranquillità interiore, all'equilibrio e alla coscienza di sé, una predisposizione psicologica che possiamo perdere nel percorso della vita per le insoddisfazioni, le ferite e i dispiaceri che, normalmente, sono presenti nella nostra crescita psicofisica.
 Infatti, i rancori, le paure infantili persistenti possono trasformarci in esseri egoisti e tenebrosi, oppure boriosi e diffidenti. Le persone tristi, rancorose smarriscono, unitamente  alla luce dell’intelletto, quello della gentilezza. Senza averne coscienza, subiscono l’influenza negativa di abitare in un mondo maleducato, dove necessita farsi largo, prendere in giro, falsificare per continuare a vivere.
Va da sé che l’inettitudine di essere gentile significa una anomalia vitale, psicologica e morale, su cui non abbiamo l’abitudine di ragionare, nel mentre corrode dall'interno e dal profondo della nostra esistenza, sino al punto a nuocere, anche l’ambiente sociale, l’eventualità di una comunità più florida e più inserita.
 La persona gentile invece sa perfettamente di essere sincera e corretta, dà prova di apertura mentale e di prestare attenzione e conosce la qualità della fiducia e dell’alternanza. Probabilmente queste proprietà a certi individui potrebbero sembrare illusorie, o addirittura soprannaturali, ma è sufficiente far conoscenza almeno una volta nella vita di una persona gentile per rendersi conto che il tutto corrisponde al vero.
 In una società come la nostra, infatti, dove si esaltano i pessimi comportamenti, le ambizioni e la faccia tosta è quasi normale che la gentilezza sia travisata come innocenza o bollata come segno di fragilità psichica. La persona gentile può attendersi freddezza e ingratitudine, ma ciò non ci deve allontanare dal coltivare una vocazione che, in sostanza, dà in dono quella serenità e quell'amore sincero cui desideriamo come esseri umani.
 In ambito psicologico, quindi, la gentilezza si collega al benessere, alla creatività e alla stabilità emotiva. Infatti, la persona che sviluppa un comportamento positivo realistico e senza riserve rispetto alle altre persone è più resistente agli episodi critici del ciclo vitale, e ha più possibilità di sviluppare le proprie capacità e rendere possibili le finalità personali e professionali.
 Insomma, essere gentili è una semplice azione quotidiana come, ad esempio, una telefonata a un conoscente in difficoltà, fare un complimento a qualcuno e così via, esempi questi di piccoli gesti, che possono portarci al valore della gentilezza e rendere possibile e duraturo il nostro benessere psicofisico.

 Siamo, dunque, invitati tutti a promuovere piccole azione che generano benessere dentro di noi, un boomerang che viene generato dalla gentilezza e che torna al mittente arricchito di forza. Essere gentili è quindi una grande responsabilità che noi abbiamo non solo nei confronti di noi stessi, ma anche verso i nostri simili al fine di costruire un’ armonia positiva.