sabato 15 luglio 2017

LA PAURA UN'EMOZIONE POSITIVA

La paura è una emozione primaria molto diffusa presenta in noi sin dalla nascita e forse anche prima. Essa ci segnala la presenza di un pericolo, dannoso o potenzialmente dannoso, ed è indispensabile e  pregiata nella storia evolutiva dell’uomo nel mantenere invita i nostri antenati.
 Questa sua innata presenza è un indice della sua rilevanza. La paura è infatti un complesso adattivo che regola il rapporto tra l’ambiente e l’organismo avvantaggiando la sopravvivenza di quest’ultimo.
 Le emozioni sono la reazione dell’individuo alla percezione di un impulso esterno. La paura in particolare si mette in azione quando i sensi avvertono uno stimolo nocivo per l’organismo, in breve quando avverte una minaccia. Alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all'individuo di rispondere allo stimolo iniziale attraverso  modalità diverso di risposta: attacco, evitamento/fuga o nella meno buona delle ipotesi con un blocco.
 Tuttavia, la paura non rappresenta solo una risposta meccanica e istintiva a un pericolo, anzi essa rappresenta una modalità complessa messa in atto dagli individui per relazionarsi all'ambiente ed esplorarlo, contemplandone i rischi. Ugualmente a qualsiasi altra esperienza emotiva, essa non è semplicemente un modo di sentire, ma un vero e proprio sistema, costituito da più componenti e fasi, il cui funzionamento accade lungo una linea temporale di azione ben precisa.
 La paura ha quindi una componente neurofisiologica con sintomi;  una componete  cognitiva, ossia la paura dipende da una sere di eventi e una componente emotiva.
 La paura si manifesta in modi diversi, se è specifica si manifesta con una fobia, se è generalizzata si manifesta sotto forma funzionale.
 Il confine tra paura e fobia sta nella funzione adattiva della risposta, quando cioè  l’istinto emotivo scatta in modo inappropriato ( cioè senza che sia presente una reale minaccia) allora si trasforma in un meccanismo patologico, la fobia, appunto.
 Secondo la psicologia  vi sono paure innate che ci accomunano come appartenenti alla stessa specie e invece paure la cui natura e appresa.
 Le paure innate sono innescate da diversi  fattori quali: stimoli fisici, eventi o persone sconosciute, da stimoli dolorosi che in futuro impariamo a evitare  così come accade per le situazioni che mettono a rischio la nostra incolumità ( freddo, buio, altezza,  abbandono, certi animali (ragni, serpenti) e così via). Le paure apprese sono quelle che non sono a diretto contatto con la sopravvivenza dell’individuo o della specie e la cui natura e variegata e indefinibile
 Sicuramente la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza o di allarme, preparando la mente e il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate  l’espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi richiede un aiuto e soccorso. La paura, quindi non è solo una reazione individuale, ma anche una veste sociale.
 Dal punto di vista biologico – evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche tendono verso la conservazione  e la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Ovviamente, se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventa quindi ansia, fobia o manico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.
 Si può trasformare la paura?
 Come abbiamo detto innanzi, la paura possiede uno specifico valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo. Va da sé che gli interventi curativi contro la paura si rivolgono solo in quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte a uno stimolo assolutamente non pericoloso.
 In questi casi con l’aiuto di un percorso psicoterapico è possibile trasformarli in uno spazio protetto in cui, ogni individuo con i propri tempi, può costruire o rinforzare quegli aspetti fragili, vulnerabili di sé, aspetti che non sono ancora pronti a relazionarsi e confrontarsi con il mondo. In questo modo la paura diventa un potenziale strumento di crescita e d’evoluzione per ogni individuo che intende mettersi in gioco e trasformare aspetti disarmonici di sé

lunedì 3 luglio 2017

IL PERDONO UN SENTIMENTO POSITIVO

Perdono è un termine che nella sua eccezione letteraria significa: remissione di una colpa e del relativo castigo, Il Nuovo Zingarelli. È, quindi, una rinuncia, un’agevolazione che si offre a colui il quale compie ciò che non avrebbe dovuto compiere.
  Da quanto appena detto si può comprendere come il perdono è un modo di procedere che include la consapevolezza della vittima di aver subito una vessazione tuttavia si preferisce volontariamente di passare oltre la punizione e di mettersi in un atteggiamento diverso.
 La capacità di perdonare insita in ciascuno di noi nel corso dell’esistenza si modifica e non rimane stabile negli anni. Secondo alcuni ricercatori una persona è motivata a perdonare a seconda di un momento particolare dalla vita: il perdono è possibile quando la vittima è risarcita del danno subito; il perdono è possibile per la presenza di regole morali, religiose e sociali che condizionano la persona; il perdono è utile perché concede di vivere in armonia nel contesto sociale.
 Quando si tratta di capacità di perdonare non si mette in atto rapporto solamente a quel comportamento di compassione e benevolenza che la vittima di sopraffazione  sceglie liberamente di riservare al trasgressore, ma concerne anche il comportamento che una persona può avere verso se stesso nel caso che sia responsabile di un atto nocivo verso altri soggetti. Bisogna distinguere infatti il perdono in rapporto alla sorgente della violazione: si può essere vittime di un’offesa e quindi in questa circostanza il perdono sarà diretto verso terzi, ma si può essere i responsabili di un’offesa e sentirsi colpevoli del proprio comportamento, in questa circostanza il perdono deve essere rivolto a se stessi.
 Sembra giusto aggiungere che chi commette un danno per altre persone è un soggetto con emozioni e sentimenti, e molte volte ci si può diventare responsabili  di causare dolore ad altri senza alcuna intenzione. In questo caso particolare il trasgressore si può sentire in colpa per il suo operato maldestro e non perdonarsi di aver procurato sofferenza psichica. L’insufficienza di perdonare se stessi per aver compiuto una grave violazione si collega a sentimenti molto penosi di colpa, rammarico, vergogna e disagio invece nel danneggiato che patisce un’ingiustizia le emozioni consuete sono rabbia e avversione.
 Negli ultimi decenni la psicologia si è interessata al perdono in particolare quando alcuni ricercatori rilevarono una stretta relazione tra perdono e benessere psichico. Saper perdonare, quindi, può rappresentare un mezzo per favorire il benessere psicologico, limitando il vortice di emozioni negative che si intromettono quando patiscono un torto, ovvero riducendo la rimuginazione, il rancore, la rabbia e tutte quelle emozioni negative che non soccorrono positivamente una vessazione subita ma al contrario ne danneggiano ancora di più la salute psicofisica.
Sappiamo che, secondo la visione cognitiva ed emotiva, il sentimento del perdono può accadere soltanto dopo che è stato messo a tacere la rabbia, il  desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha subito l’oltraggio. L’atto del perdono è solo l’ultimo segno che interessa questo lungo e articolato processo di preparazione di un fatto avverso avvenuto.
 Come già detto, l’abilità di perdonare al di là di esibire benefici sulla prosperità psicologica, pare avere conseguenze positive pure sulla salute fisica. Differenti ricerche hanno infatti documentato come provare per diverso tempo emozioni negative quali rabbia, ostilità, risentimento accresce l’efficacia di disturbi cardiovascolari.
 Il modalità, dunque, in cui il perdono potrebbe favorire la salute psicofisica è inerente alla diminuzione di rabbia e ostilità incoraggiando emozioni positive quali benevolenza, compassione e amore

giovedì 15 giugno 2017

RECENSIONE IL MONDO DELLE EMOZIONI

Enrico Castrovilli, “Dal mondo delle emozioni”, Ed. Libellula, Tricase (LE), febbraio 2017, pp. 188, € 15,00. Quest’ultimo lavoro di ricerca dello studioso di San Vito dei Normanni argomenta, con flash analitici, sull'importanza delle emozioni, nel collegamento tra mente e cuore, esplorate dagli studiosi di neuroscienze, pedagogia, psicologia sociologia. Emozioni positive quali gioia, felicità, amicizia e negative come timidezza, ansia, paura, tristezza, invidia, collera sono presenti nei nostri comportamenti ed a volte sono fonte d’ispirazione e di creatività delle opere di tanti poeti e scrittori. La psicocritica è il suo approccio alla lettura critica dei testi letterari, metodo già descritto in precedenti volumi citati in bibliografia. Qui si propone la rilettura di alcuni brani di Saba, Svevo, Leopardi, Pasolini, Ungaretti, Bodini, Pavese, Gadda, Rosselli, Lipska, Rebora. Nella seconda parte del libro “Per una didattica emozionale”, le emozioni vengono presentate attraverso alcuni racconti, ”casi di studio”, resi narrativamente con personaggi e situazioni reali. Saper riconoscere le emozioni contribuisce alla prevenzione, alla gestione e a volte anche alla cura e certamente sono il presupposto del comportamento e dell’apprendimento (Daniel Goleman, Howard Gardner, Eugenio Borgna). Occorre superare la tradizionale visione dell’educazione che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a discapito di quelli emozionali, con una rivalutazione dell’idea di educazione globale, nel suo insieme di intelletto e emozioni.
La parola e l’ascolto sono i veicoli insostituibili del cuore e della mente per i sentimenti. Nel linguaggio giovanile questi vengono comunicati con gli smartphone con gli “emoticons” (le faccine col sorriso, broncio, …) per esprimere e condividere gli stati d’animo. Famiglia e scuola ne devono tener conto nel ricercare le abilità che favoriscano le competenze emotive quali l’espressività, l’autocontrollo, l’ascolto dei bisogni altrui. Progettare quindi interventi didattici che potenziano l’attenzione, la memoria, il pensiero, per un apprendimento efficace, ancorato saldamente all'interesse ed alle passioni. “Una memoria emotiva” necessaria per stabilire collegamenti e relazioni nella rete neuronale, con legami forti al vissuto emotivo e all'esperienza diretta che l’ha affiancata. Capace di essere rievocata in momenti successivi con ricordi che possono permanere nel tempo e influire sulle nostre scelte e comportamenti nei rapporti sociali. Un apprendimento realizzato solamente sul piano cognitivo risulterebbe astratto, debole e do breve durata.
Le modalità di svolgimento della vita familiare, l’ambiente, il clima sereno, l’esempio, i buoni rapporti tra i genitori e tra genitori e figli lasciano tracce indelebili e positive che affiorano nelle relazioni interpersonali e per tutta l’esistenza. Al contrario, uno sfascio delle famiglie sarà il presupposto di comportamenti successivi conflittuali e deviati. Ne deriva la responsabilità di un’attenzione da parte di tutti, della società civile nei confronti delle fragilità emotive della prima infanzia, dell’adolescenza, una terra instabile di un io in attesa di diventare adulto e autonomo, alla vulnerabilità della terza età della vita. L’autore ci trasmette un messaggio positivo e di ottimismo: coltivare sempre la speranza, come una virtù forte, preziosa per la vita di ognuno di noi, che ha il coraggio di guardare lontano, come slancio vitale che non si fa abbattere dai momenti più critici.


Ernesto Marinò

venerdì 2 giugno 2017

FIDUCIA SENTIMENTO FRAGILE E TRASPARENTE


 La fiducia è un sentimento che , secondo il punto di vista di Erikson (1950),  si forma già nei primi giorni di vita. Il neonato, infatti, acquista fiducia/ sfiducia verso la figura di chi lo alleva mediante le pratiche di nutrimento e di allevamento.
 È  la fiducia che gli permetterà di essere sereno quando per esempio un pasto o meglio un abbraccio lo avvolgerà con amore e lo farà sentire sicuro. Se al contrario  quell'abbraccio mancasse, o fosse eseguito con movimenti bruschi, incerti, sicuramente avrà una sensazione spiacevole, di insicurezza come di cadere.
   Attraverso questi segnali emotivi, ben presto il bambino avrà la capacità  e la sensibilità di riconoscere la persona che soddisferà le sue richieste e se anche lei adotterà un atteggiamento favorevole nel prendersi cura di lui. 
 Per cui appreso la separazione dei confini psicologici tra il proprio corpo e l’ambiente umano, il bambino potrà controllare la normale delusione della temporanea assenza, ma rafforzerà l’idea del reale ritorno della persona che lo accudisce. Sarà, questo, l’inizio di un sentimento di fiducia verso di lui, in quanto inizierà a percepirsi sempre più idoneo di possedere un adeguato controllo nel richiedere ed assicurarsi le cure necessarie per poter continuare a vivere.
 Va a sé che il bambino, proseguendo nel suo sviluppo psicosociale, rafforzerà l’apprendimento emozionale che darà la possibilità di leggere e interpretare i segnali che gli sono giunti dagli altri componenti. Ad avvertire con esattezza quella vitalità operativa positiva o negativa, affidabile o inaffidabile diffusa dalle altre persone, e adeguare la sua risposta.
 Nel caso in cui la persona che si occupa di lui avrà tenuto un comportamento confuso, incostante e saltuario, o meno opportuno, non presente del tutto, faciliterà in lui, sentimenti di sfiducia, ansia, finanche freddezza, distacco e solitudine. Sentimenti, questi, che saranno vissuti in modo permanente e che potranno aumentare o del tutto annullarsi con conseguenze reali in quel rapporto psicosociale che comprende il concetto di una totale apertura verso l’altra persona.   
 Quanto appena detto sembra chiarire le intense emozioni contenute nel corso della relazione significativa tra il bambino e l’altra. Allorquando la sua fiducia è ingannata, gli causerà una sensazione di frantumazione, acuto dolore psichico, anche rabbia, in quanto è venuta a mancare proprio quella fiducia come accadeva ai primi istanti della sua nascita. In seguito, diventato adulto, questo tipo di avvenimento lo farà diventare molto fragile nella propria vulnerabilità, nei desideri, e nell'abilità di opinioni. Alcune di queste aspirazioni saranno incline ad organizzarsi in quello che normalmente in una coppia si chiama complicità, o meglio confidenza per la qualità di fiducia e di intimità, che risiede in una relazione innanzitutto amorosa, ma anche parentale e amicale.
 Le persone che hanno costruito tra loro una relazione di fiducia sono più disponibili
a rispondere a reciproci bisogni, ad aumentare l’interdipendenza e la vicinanza affettiva, a minimizzare la probabilità e la paura di essere rifiutati.
 Sentire fiducia verso l’altro significa provare una emozione positiva che aumenta la probabilità di sperimentare la confidenza.
 Infine, è sempre la fiducia il sentimento primario che fa affidamento sull'attitudine a modificarsi. Saranno, infatti, la fiducia o la diffidenza a dare un certo tono emotivo ai nostri comportamenti in una concezione più positiva e costruttiva nella particolare circostanza di fiducia, o al contrario, disfattista e inopportuna nella diffidenza, così da aver risultati molto differenti nelle esperienze della nostra intera esistenza.

                                                                              

mercoledì 19 aprile 2017

LA SOLITUDINE UN'EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a decine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all’esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.   

giovedì 6 aprile 2017

LE EMOZIONI NON FINISCONO MAI

È proprio vero che le emozioni non finiscono mai. L’ultima è dovuta alla pubblicazione del libro di Enrico Castrovilli   intitolato Dal mondo delle emozioni, Libellula Editore, 2017.
Un mondo di emozioni appunto: nel libro c’è una panoramica di tutte le “emozioni” e dice Castrovilli: “Ho cercato, per quanto ciò è possibile o realizzabile, di analizzare e di prendere spunti dai molti e variegati aspetti dell’argomento, mettendoli in relazione con i miei interessi scientifici, letterari e umani.”…”Intese come impulsi ad agire, le emozioni sono una componente della vita umana indispensabile per tutti”.
Sono nel nostro DNA e “Si ritiene che quanto più si è a stretto contatto con le proprie emozioni, tanto più si è abili nel leggere i sentimenti altrui e comprenderli” (Empatia).
“Le emozioni, infatti, sono alla base del comportamento individuale e sociale e anche l’apprendimento ne è condizionato”.
Sono tutte citazioni prese dalla “Premessa” del libro e sono tutte condivisibili.
E allora le “emozioni” così come analizzate e variamente considerate e classificate dal punto di vista delle neuroscienze, psicologico, pedagogico, letterario sono tutte da leggere.
Vi è molta sapienza nel considerare le varie emozioni. Bisogna distinguere le emozioni positive e quelle negative. Per esempio, quando la solitudine è vissuta in senso positivo è una volontaria scelta e viene accettata pensando più alle soluzioni invece di logorarsi rimuginando sui problemi. È bene creare dei modelli positivi dentro di sé. Quindi la solitudine è “innocua” quando è voluta, negli altri casi è dannosa perché l’uomo è un animale sociale.
Chi ha relazioni sociali appaganti è più forte, rende il suo sistema neuro-biologico più reattivo alzando le difese immunitarie e migliorando il profilo ormonale e metabolico.
Quindi non si può dire che la solitudine sia un fattore di rischio certo.
Dice Castrovilli a pag. 41 che l’emozione della solitudine nel suo aspetto positivo è un atto preparatorio per comunicare con gli altri, un incontro costruttivo col proprio sé che dilata il proprio animo e dispone meglio ai rapporti con gli altri.
Le attività umane che impegnano attivamente le facoltà mentali necessitano di solitudine. Si pensi allo studio, la lettura, la scrittura, la riflessione, l’introspezione che servono pure alla propria “creatività”.
Castrovilli considerando la solitudine leopardiana dice che essa innesca sentimenti attivi, produttivi, non diviene psicopatologica, ma rientra nei limiti di una emozione elegiaca.
La solitudine è uno stato d’animo ineliminabile della condizione umana. Per il Leopardi è una compagna fedele e sorgente di sofferenze purtuttavia è stimolo di sviluppo dell’interiorità e dell’individualità personale nel tentativo di uscire da se stessi e di incontrare l’altro da sé. Tentativo che riesce a livello romantico-sentimentale superando l’arido razionalismo illuministico.
Anche la malinconia è un’emozione positiva perché non blocca le iniziative personali in quanto è antitetica alla depressione. Anzi il malinconico ha una capacità immaginativa più sviluppata degli altri e, quindi, è un “creativo”.
Basta pensare a numerosi scrittori, poeti, pittori, musicisti come Leopardi, Saba, Van Gogh, Proust, Baudelaire, Schopenhauer che hanno fatto della loro malinconia un febbrile ambiente di produzione artistica.
Nel tempo il termine malinconia si specifica in significati distinti. Nella cultura medica, in particolare sotto l’egida del padre della psicanalisi, Freud, la malinconia indica un disturbo psicologico grave caratterizzato da una mancanza di fiducia in se stessi e sfocia nella depressione.
Ma in generale l’aspetto positivo della malinconia prevale sull’aspetto negativo.
Penso di aver interpretato bene il pensiero di Castrovilli, ma se uno vuole approfondire personalmente il mondo delle emozioni deve accostarsi al libro e suggere le suggestioni che più lo appagano, lo informano, lo dilettano.
La vera letteratura è tale se, come indicano gli antichi maestri, riesce a docere, movere, dilectare, cioè ad insegnare, commuovere e procurare piacere.
L’opera di Castrovilli si inserisce in questo filone ed è quindi utile dal punto di vista psicologico, pedagogico, letterario ed esistenziale. Aiuta a capirsi e a capire…e aiuta a vivere con coraggio, quando dice, per esempio, che per gestire le proprie emozioni bisogna appoggiarsi sull’aiuto degli altri, ma anche farsi forza da se stessi.
È indicativa una frase di un noto allenatore pugliese che al cospetto della “psicologia” di Herrera rispose ad un giornalista così: “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.
Bene, Castrovilli mette insieme la “psicologia” e la “grinta” alla portata di tutti con questo libro.
Sono tutti da leggere i brani della seconda parte che offrono le emozioni attraverso dei racconti letterariamente ben riusciti che rappresentano emozioni “dal vivo” a partire da situazioni e personaggi “concreti”.
Emozioni con le loro sfumature e variazioni che fanno capo alle principali famiglie emozionali fondamentali che secondo Goleman si riferiscono alla Collera, Tristezza, Paura, Gioia, Amore, Sorpresa, Disgusto, Vergogna.
Questi racconti non sono semplici “narrazioni”, ma sono una poesia di racconti e costituiscono una delle più grandi “emozioni” del libro.


Francesco Recchia

domenica 2 aprile 2017

SOLITUDINE EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a diecine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all'esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.