lunedì 30 ottobre 2017
venerdì 13 ottobre 2017
IL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI
Sebbene
attualmente i ricercatori discutano ancora sul tempo di reazione in una
situazione emozionale – sono prima i
sentimenti(il cuore) e poi i pensieri (la ragione) o è il contrario?- noi
nella vita relazionale sperimentiamo quotidianamente il linguaggio delle
emozioni, con la mediazione di un fenomeno psichico, l’ empatia, che è capace di percepire gli stati d’animo e i sentimenti
di un’altra persona e in particolare di condividere la sue sofferenze
psichiche. Ed è l’empatia che, certa
della sua capacità di leggere i messaggi, ci rende più abili nel cogliere e
interpretare i sentimenti altrui, allorquando saremo più aperti verso le nostre
emozioni.
Questa capacità, quindi, che ci dà
l’opportunità di conoscere le variazioni dell’animo di un essere umano, entra
in scena in diverse situazioni, da quelle appartenenti alla sfera privata:
relazioni sentimentali di coppia, rapporti tra genitori e figli - a quelle
professionali: lavoro dipendente o libero professionista.
Secondo Daniel Goleman le nostre emozioni
raramente usano le parole per rendere visibili le loro presenze, spessissimo
sono invece altri segni comunicativi che le rappresentano. La soluzione possibile, quindi, per cogliere e rendere intellegibili i
sentimenti degli altri consiste nell’abilità di leggere i messaggi ,vocali o
semantici, che percorrono sentieri
comunicativi non verbali: gli sguardi, il tono della voce, la testa, la
postura e così di seguito.
L’empatia, presente sin dai primi giorni della
nostra vita, immergendosi nel mondo soggettivo altrui, legge e comprende le
emozioni dell’altro (paura, amore, rabbia, ecc.) espresse con il tono di voci,
gesti, espressioni del volto e altre simili in canali non verbali. Insomma,
guardare con attenzione e partecipazione ciò che è all’esterno per poter
percepire e leggere il contenuto interno dell’altro, un labirinto profondo che
è altrimenti inaccessibile con i nostri mezzi. Ed è possibile questa evenienza
perché l’empatia ha una funzione di apertura totale verso l’interlocutore,
senza alcun pregiudizio, riserva mentale e allo scopo di ottenere un’evoluzione
autentica nella relazione tra due persone.
L’empatia è, quindi, importante nelle
relazioni affettive ( genitori-figli), nel lavoro (professionale, creativo): riuscendo ad
immedesimarsi nell’emozioni dell’altro e gestire le proprie in modo proficuo.
Sulla base di quanto appena detto, ora
qualche considerazione sulle emozioni che rileviamo a volte nelle letture, in
conseguenza della nostra interpretazione e comprensione. Vi sono diversi tipi
di emozioni, alcune inducono piacere, altre che nascono dalla partecipazione
attiva del lettore all’oggetto della lettura. Tipica risposta emozionale di
quest’ultima natura a testi narrativi e poetici, è l’empatia.
Una
poesia, un racconto, un romanzo fanno proprie le gioie e le ansie dell’umanità.
In quelle riconosciamo noi stessi, la nostra esistenza possibile. L’attenzione
intensa sulla paura, sulla pietà, o sui sentimenti intimi dei personaggi ai
quali ci rivolgiamo con la lettura dipende dal giudizio d’importanza che noi
diano circa ciò che riteniamo giusto e non da un impulso indiscriminato di
condivisione.
A questo punto inizio la visitazione di alcuni
testi di autori italiani contemporanei, usando l’espediente intrigante
dell’esterno-interno, che è specifico dell’atto di leggere empaticamente, ma di
cui non siamo consapevoli.
Tra
gli autori del primo Novecento, che secondo l’estetica motivazionale hanno dato
libero sfogo alla natura libera dell’uomo, a scoprire la relazione tra la vita
intima e la vita quotidiana del singolo individuo, tra la vita quotidiana del
singolo e quella della collettività in cui egli vive, sono i triestini Umberto
Saba e Italo Svevo (pseudonimo di
Aron Hector Schmitz), due involontari e solitari navigatori terrestri, che si
pongono sulla via dello scavo interiore, la quale permette loro di viaggiare
nel mondo dell’invisibile alla ricerca di ritrovare la coscienza di sé e la
sospirata liberazione dell’io dall’angosce e dalle ossessioni.
Sono del parere che questo tipo di scelta
psicologica non impedì a Saba di sentirsi vicino a tutti gli aspetti della vita
quotidiana, agli uomini e ai sensi concreti delle cose, che rappresentano solo
una parte delle ispirazioni della sue poesie perché egli non sarebbe stato
riconosciuto come un uomo del nostro tempo se non avesse sentito questa
ispirazione resa opaca anche da una tristezza profonda, da una disperazione
insuperabile, dalla sua scissione in due personalità: con un occhio vede le
cose migliori e l’altro non sa rinunciare alla propria tristezza, a svincolarsi
dalla solitudine che esclude dal ritmo della vita.
Tante sono le poesie amorose che posso citare e visitare per cogliere
empaticamente il linguaggio delle emozioni rappresentate dai vari segni
semantici; preferisco leggere La foglia,
da “Il canzoniere”(1900-1954), la
cui voce, simile a quella delle Sirene, cattura e mi conduce tra i versi, a
rivivere gli stessi stati d’animo del poeta.
LA
FOGLIA
Io sono come quella foglia – guarda –
sul
nudo ramo, che un prodigio ancora
tiene
attaccata.
Negami dunque. Non ne sia rattristata
la bella età che a un’ansia ti colora,
e
per me a slanci infantili s’attarda.
Dammi
tu addio, se a me dirlo non riesce.
Morire
è nulla, perderti è difficile.
È autunno. Il paragone con la foglia che sta
per cadere è, dal punto di vista stilistico efficace come anche da quello
emotivo, perché comunica la tristezza di un’ anima ferita sul punto di
abbandonare un sentimento non corrisposto. Nella seconda terzina la
supplica,<<Negami>>, mette a nudo il dolore patito dalla defezione
dell’essere amato. Da qui le parole spandono molecole di malinconia. Sono le
emozioni che comunicano l’incapacità dell’uomo di staccarsi naturalmente,
perché <<a slanci infantili s’attarda>> cioè è trattenuto da una forte carica di
intimi sentimenti stipati gelosamente nello scrigno della mente.
Allora
<<Dammi tu addio>> implora l’anima disperata, distrutta da un
dolore profondo alla persona amata, per porre fine ai tormenti dell’abbandono.
Certamente
nelle
ultime parole l’amore raggiunge il suo massimo valore emotivo: è il momento in
cui la pena della perdita dell’amata è di gran lunga minore della stessa morte.
Italo Svevo è uno dei più importanti autori
del Novecento italiano. Oltre ai racconti e a qualche piéce in prosa , ha
scritto tre romanzi, Una vita, Senilità
e La coscienza di Zeno. In questa trilogia
Svevo ha espresso il fallimento dei grandi ideali dell’Ottocento
italiano, con un linguaggio ironico e amaro, scavando nella coscienza e
rivelando miseria e debolezza della vita umana, osservata però con amorevole e
rassegnata tristezza. Qui prenderò in considerazione alcuni frammenti utili al
mio discorso dalle pagine l’ultimo libro, “La coscienza di Zeno”, un romanzo
vastissimo la cui narrazione non offre
la cronologia, lineare successione degli eventi, ma segue il filo della
memoria; i fatti della vita dei protagonisti sono giudicati dallo stesso autore
secondo prospettive, modificazioni e ripensamenti che variano nel tempo.
Dalle varie storie, scelgo non in maniera
capillare alcuni frammenti di confessioni del protagonista/autore, senza però
dare visibilità ulteriore alla scrittura, ma
per cogliere il linguaggio di alcune emozioni ben inserite
nell’introspezione psicologica del nevrotico Zeno. Leggiamo:
<<Una
confessione in iscritto è sempre menzognera! Se egli sapesse come raccontiamo
con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronto la frase e come
evitiamo quelle che ci obbligherebbero da ricorre al vocabolario…si capisce
come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detto nel nostro
dialetto>>.
In questo frammento emerge non una
edificazione della menzogna, ma una emozione piacevole, che comunica
empaticamente al lettore l’idea del protagonista di vedere la vita come una commedia.
<<Tutto ciò giaceva nella mia coscienza
a portata di mano. Risorge ora perché non sapevo prima che potesse avere
importanza. Ecco che ho registrato l’origine della sozza abitudine e (chissà?)
forse ne sono già guarito. Perciò. Per provare, accendo un’ultima sigaretta e
forse la getterò via, disgustato>>.
È il grande sollievo dell’animo che comunica
la sospirata guarigione, dopo numerosi tentativi falliti messi in atto per
smettere di fumare.
<<Con
uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se
avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo
peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul
pavimento. Morto>>. Più che
imbarazzo per lo schiaffo (Volontario?)
lo stato d’animo di Zeno sente un
fortissimo affetto per il padre, una
devozione che custodirà nella sua memoria per tutta la vita .
<<
Non v’è niente di più difficile a questo mondo che di fare un matrimonio
proprio come si vuole. Lo si vede dal caso mio ove la decisione di sposarmi
avevo preceduto di tanto la scelta della fidanzata. Perché non andai a vedere
tante e tante ragazze prima di sceglierne una ?>>.
In questa confessione non c’è esitazione. La
motivazione a decidere per non decidere è una geniale trovata per non assumersi
responsabilità. In fondo, Zeno apprezza le donne, almeno dal punto di vista
estetico (la dichiarazione ad Ada e l’amante Carla), tuttavia si affida
casualmente nel corso della vita. E le sue scelte accidentali si dimostrano
alla fine più convincenti e vantaggiose, a cominciare dalla moglie Augusta
Malfenti.
<<
Io sono guarito! […] Io sono sano. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute
non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna
di un sognatore ipnagogico di volerla
curare anziché persuaderla>>.
È una
emozione liberatoria. Si è vero, Zeno ha
raccontato un sacco di storie, ha finto d’essere un malato mentale, ma in
fondo, per essere sani non c’è che un mezzo,
persuadersi
di esserlo
lunedì 2 ottobre 2017
LA MALINCONIA EMOZIONE CHE GENERA CREATIVITÀ'
Nel
linguaggio quotidiano contemporaneo il termine malinconia è un particolare
vissuto psicologico, o meglio, uno stato d’animo che tutti sperimentiamo nei
momenti di sosta nella nostra vita,
fatto di tristezza non così dolorosa, d’incapacità di avere un rapporto
costruttivo con gli elementi del mondo, di angoscia esistenziale. È associato a
una emozione positiva, perché conosce i limiti degli avvenimenti e delle cose
e, soprattutto, non blocca le iniziative giornaliere in quanto è antitetica
alla depressione. In breve, la malinconia positiva è un momento di tristezza
indispensabile per l’equilibrio delle emozioni, da assecondare e ascoltare.
Nella cultura medica, invece, il vocabolo
malinconia, in particolare sotto l’egida del padre della psicanalisi, Freud,
indica un disturbo psicologico grave, caratterizzato da mancanza di
fiducia, incapacità di provare emozioni,
di produrre iniziative e di idee suicide, la depressione appunto.
A differenza della nostalgia, della tristezza
o della depressione, la malinconia può non essere diretta verso alcun oggetto
esterno e può costituire per alcune persone un tratto preponderante della
personalità, mentre per altre solo alcune fasi della vita. Le persone
malinconiche, infatti, si distinguono dalla altre perché chiuse in sé e timide,
ma nel profondo sognatrici e romantiche.
Come stato dell’essere il malinconico ha una
capacità immaginativa più degli altri, e quindi è un creativo, basta pensare ai
numerosi scrittori, poeti, pittori e musicisti, è sufficiente citarne qualcuno come Leopardi, Van
Gogh, Saba, Proust, Baudelaire, Schopenhauer, che nei secoli hanno fatto della
loro malinconia un febbrile ambiente di produzione artistica, che ha permesso
di lasciare opere indelebili nella storia della cultura occidentale.
Scorrendo
rapidamente le pagine della letteratura italiana dalle origini ai nostri giorni
rilevo che, col trascorrere del tempo storico, il termine letterario di
malinconia si diversifica e si specifica in significati distinti e meno
sfumati, ricchi di esempi noti e meno conosciuti. Così partendo dall’età di
Dante trovo predominante la malinconia amorosa e passando per il periodo di
Leopardi caratterizzato dalla caducità , approdo al Novecento dove la malinconia
viene analizzata e incanalata dal mondo scientifico in un discorso fatto di
paura, di disillusione, di disperazione, al crollo del sogno e delle ideologie.
Questa contemporanea forma di malinconia
dolorosa divora la sensibilità mentale di scrittori, poeti e in generale di
artisti, e, per quanto mi riguarda, trova adeguato posto in diverse pagine di
Cesare Pavese e di Pier Paolo Pasolini, due intelligenti e coraggiosi
intellettuali della seconda metà del
Novecento in Italia, che di seguito analizzeremo.
Cesare Pavese è certamente uno scrittore
poliedrico capace di dare patine sentimentali e tinte melodiose ai suoi
personaggi e nel contempo covare segretamente desideri e oscuri pensieri, che
appena velati appaiono nelle pagine de Il
mestiere di vivere:
<<Non ci si uccide
per amore di una donna, ci si uccide perché un amore qualunque, ci rivela nella
nostra nudità, miseria, infermità, nulla>>; in quelle del romanzo La luna e i falò:
<<Quello
che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la
vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato>> e
ancora nel racconto La spiaggia:
<<Niente
è più inabitabile di un posto dove siamo
stati felici>>.
In questa brevissima panoramica Pavese ci
appare un uomo malinconico e pensieroso: si affacciano le certezze dolorose,
crollano i sogni, non trova la possibilità di amare un’altra persona. La
malinconia perdurante nella sua attività si sta mutando in depressione: si è
insinuata oramai la pulsione all’autodistruzione.
La personalità di Pier Paolo Pasolini è senza
alcun dubbio una delle più produttive e originali della letteratura italiana.
Egli è stato, infatti, poeta in lingua e in dialetto, narratore, regista, giornalista
e critico militante secondo certi parametri valutativi scomodo,
anticonformista, ma atto a suscitare dissenso e scandalo e nel contempo a
raccogliere diversi consensi tali che ha lasciato un’orma incancellabile nella
cultura italiana del secondo Novecento.
Dai suoi numerosi scritti, ho tratto i
seguenti esempi nei quali Pasolini usa la malinconia come un grimaldello
emozionale per evadere da uno stato precario generato da un doloroso pessimismo
nei confronti della realtà violentemente degradata.
Iniziamo la lettura dalla raccolta Il meglio della gioventù, che racchiude
alcuni pensieri più significativi della produzione in versi di Pasolini, l’autore rivive con malinconia
sulla sua coscienza di adulto le prime esperienze di vita, ormai trasformate in
nostalgico rimpianto:
<<Venite,
treni, portate lontano la gioventù
a cercare per il mondo ciò che qui è
perduto.
Portate,treni, per il mondo, a non ridere
mai più,
questi allegri ragazzi scacciati dal
paese>>.
Segue
la poesia Le ceneri di Gramsci, in
cui l’amore per il mondo proletario destinato a scomparire, è evidente nella
malinconica descrizione finale:
<<
È un brusio di vita, e questi persi/ in essa, la perdono serenamente,/ se il
cuore ne hanno pieno: a godersi// eccoli, miseri, la sera: e potente/ in essi,
inermi, per essi, il mito/ rinasce…Ma io, con il cuore cosciente// di chi
soltanto nella storia ha vita,/ potrò mai più con pura passione operare,/ se so
che la nostra storia è finita?>>.
Le tematiche della raccolta di articoli per
il Corriere della Sera, pubblicate col
titolo Scritti corsari sono la
società italiana contemporanea, i suoi endemici mali e le sue angosce:
<<
L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e
l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo
medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un weekend
a Ostia>>, in cui è evidente la nostalgia del sottoproletariato di una
volta , che era adorabile, mentre quello presente fa schifo.
Concludo la rassegna con la lettura di alcuni
versi di Transumanar e organizzar,
una raccolta in cui rilevo la frattura psicologica tra il poeta e il suo tempo
storico, che viene da lui avvertita e tradotta in un verso adatto ad
esprimerla:
<<
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga
una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti,
fratelli dei cani.>>.
A questo punto posso concludere dicendo che la
malinconia è una emozione positiva che fa parte della nostra quotidianità,
vivendola fino in fondo, può favorire
un’attenta introspezione, una nuova ricerca più riservata o nascosta nella
nostra interiorità.sabato 16 settembre 2017
L'INVIDIA UN'EMOZIONE SGRADEVOLE
L’invidia
è un’emozione che nasce nell’individuo nel constatare che un suo simile è
felice, sta ottimamente con se stesso, è soddisfatto, è riuscito in un suo
progetto, un intimo sentimento che a volte assume una intensità tale da far
desiderare che il benessere altrui si trasformi in malessere: nell’osservare
l’altra persona stabiliamo, senza neanche desideralo, un confronto e questo
confronto ci rimprovera per ciò che non
abbiamo e ciò che noi siamo.
L’invidia è un’emozione sgradevole che
difficilmente noi ammettiamo. Nello stato emozionale dell’invidia, l’altra
persona con la quale stabiliamo un paragone è il migliore e non importa se
quanto gli invidiamo e vorremmo ardentemente per noi gli è costato enormi
sacrifici. In alcuni casi, nell’invidioso esiste il desiderio che la persona
invidiata perda l’oggetto (bene materiale o affetto) senza che l’invidioso ne
tragga poi effettivamente vantaggio. Quando siamo preda dell’invidia,
diventiamo ciechi e vediamo solo noi stessi. L’altro funziona come uno specchio
e ci mostra, non necessariamente in modo intenzionale, la nostra inferiorità.
Come abbiamo già detto, nessuno è immune
dall’invidia, anche se poi tutti non hanno il coraggio di confessarla. Al
limite si può ammette di farsi prendere a volte da scatti d’ira, di
compiacersi nella inoperosità o
di soffrire per gelosia, ma di essere
logorato dall’invidia proprio no. Secondo gli psicologi l’invidia è
l’emozione negativa più rifiutata. Questo perché ha nel suo intimo due elementi
infamanti: il primo ammettere di essere inadeguato, il secondo prova di
procurare danni all’altro senza confrontarsi a viso aperto ma in modo ambiguo,
considerato infelice.
L’invidia, infatti, di frequente è distinta dall’antipatia
malcelata verso l’altra persona, dal desiderio di danneggiarla, persino dietro
la spalle con apprezzamenti maledicenti, e nel contempo di privarla di tutto
quello che la rende piacevole, invidiabile.
Anche un altro elemento distintivo
dell’invidia la rende difficile da ammettere, persino a se stessi. Si prova
soprattutto per la persona che è simile, per le persone che si considerano
paragonabili come condizioni di partenza. Per una donna, ad esempio, è scottante
il confronto con un’amica esteticamente più bella e corteggiata, più che quello
indefinito e sproporzionato con una top model; per un uomo si invidia il
collega d’ufficio che è stato promosso, non il direttore generale.
Inoltre l’invidia colpisce spesso anche le
persone che ci circondano e a cui siamo affezionati, come colleghi, compagni di
classe, ma anche amici e parenti: la pari convenienza rende infelice
l’essere al di sotto rispetto ai
successi di un fratello o di una sorella,
in un raggio d’azione importante per sé.
A questo punto diciamo che in fondo
l’invidioso non ha lo scopo di danneggiare l’altro direttamente, ma auspica il
male dell’altro. Questo perché non è
stato danneggiato realmente e quindi non può agire in modo attivo e
apertamente, soprattutto perché la società condanna l’invidia. La società
civile, infatti generalmente tendono a scoraggiare gli atti ostili per
custodire i valori sociali.
Tuttavia dal suo punto di vista l’invidioso
non ha tutti i torti. A questo riguardo,
infatti, neanche l’esibizione della superiorità è tollerata dalla
società, perché mette in evidenza l’inferiorità dell’altro.
In
conclusione, l’invidia se è ritenuta pericolosa per le altre persone, perché
allora proviamo questa emozione? Perché l’invidia è simile alla paura, dicono
gli psicologi, la quale è sgradevole ma ci prepara a reagire a un pericolo. È
un vero campanello d’allarme: ci avverte velocemente che siamo perdenti nel
confronto sociale con l’altro. Ed essere in una posizione inferiore e sicuramente
svantaggioso, quindi l’invidia è un’emozione che segnale questo tipo di disagio
sociale e ci dovrebbe incitare a uscirne per cui necessariamente deve essere
un’emozione spiacevole.
martedì 5 settembre 2017
LE FERITE DELL'ANIMA
Prima
d’iniziare a parlare delle ferite, passiamo, brevemente, in rassegna il
contenuto del termine <<anima>>
nelle sue differenti forme ed espressioni, rintracciabili nelle varie tipologie
antropologiche, culturali e scientifiche di ogni periodo storico.
Secondo la Bibbia l’anima umana è l’intera
persona che può lavorare, desiderare il cibo, mangiare e ubbidire alle leggi.
Per
la concezione cristiana, l’anima è
l’elemento spirituale dell’uomo, che con il corpo producono, - nella sua unità,
un unicum - , la persona umana vitale.
Dal
punto di vista della filosofia moderna, Hume critica il dualismo di Cartesio, -
il corpo e l’anima, percepiti separati che agivano separatamente – parlando
dell’anima come un fascio di fatti o eventi psichici in perpetuo movimento. Nel
Novecento si è spesso parlato dell’anima
come un principio vitale, non puramente spirituale--razionale, ma
inconsapevole.
In ambito psicologico contemporaneo la psiche,
che per gli antichi greci era l’anima, è un complesso di funzioni cerebrali,
emotive, affettive, relazionali, pur avendo un aspetto più astratto legato
all’inconscio e alla coscienza.
Va da
sé che, da ora in poi parlando di anima, noi intendiamo psiche, poiché in
psicologia l’uomo è anzitutto psiche, e la psiche è l’essenza dell’uomo
stesso.
Passando
al tema, diciamo che ogni trauma psicologico, visibile o invisibile, ha effetto
profondo sulla psiche e sulle relazioni interpersonali della persona. Esso
genera un nuovo e strano mondo fatto di vari strati di dolore. Tuttavia, esiste
una varietà soggettiva che riguarda le ferite dell’anima. Queste, infatti, non
sono percepite allo stesso modo da tutti. Un evento può accadere di non essere
accettato dal punto di vista emotivo – per esempio il senso di vuoto – fino ad
avere tragiche conseguenze nell’ambito delle relazioni interpersonali,
continuando a mantenere vivo e attivo il suo effetto traumatizzante, attraverso
i ricordi. Questo risultato può diventare motivo di disturbo nel vissuto di una
persona, mentre potrebbe essere meno
deleterio o vissuto con meno dolore da altre persone.
Per essere, quindi, considerata una vera
ferita psicologica, di fronte a un trauma, la risposta della persona deve
comprendere un serie di emozioni tra le quali paura intensa, il sentirsi
incapace di agire o addirittura di avere
orrore.
Quali traumi possono ferire la nostra anima?
Intanto bisogna dire che non tutti i traumi sono uguali. Per cui alcuni
studiosi addetti alla materia distinguono i traumi in categorie, altri sui
principali eventi emozionali.
In breve per i primi vi sono due categorie di
traumi:1) legati a rapporti
interpersonali, cioè eventi della vita quotidiana che, pur apparentemente
innocui, se si ripetono, procurano danno psichico alla persona; 2) legati ad
eventi profondi che compromettono la stessa esistenza o l’integrità fisica
della persona.
Per gli altri, le più importanti ferite
dell’anima sono quelle emozionali: l’abbandono, il rifiuto, l’umiliazione, il
tradimento, l’indifferenza e la derisione. Queste ferite profonde bloccano la
capacità di essere se stessi e condizionano la stessa vita.
Dal nostro punto di vista queste ferite
emozionali dell’anima, sono esperienze il cui impatto emotivo è così intenso e
negativo da produrre nel nostro cervello delle vere cicatrici biologiche che
condizionano i nostri comportamenti, le nostre emozioni, la nostra personalità,
le nostre capacità relazionali.
Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi
non scompaiono facilmente dal cervello, mostrandone le conseguenze sintomatologiche
anche a distanza di decenni.
Alcuni di questi traumi emozionali sono
generati da profondi dolori personali, intimi che la persona colpita non sa
come gestire. Altri traumi vengono attivati dalla cosiddetta “memoria
traumatica” : la persona risponde con paura, vulnerabilità, orrore, dopo avere
assistito ad eventi potenzialmente mortali, con pericolo di morte o di feriti
gravi, o una minaccia alla propria integrità psicofisica. Facciamo qualche
esempio letterario.
Dai traumi interni origina la poesia di Amelia
Rosselli, i cui versi sono caratterizzati da impulsi emotivi instabili, da
gridi afoni di un io poetico che tollera con grande sofferenza psichica gli
eventi della vita interiore ed esteriore. Di tale fragilità emotiva sono i
segni di molti versi sparsi nelle raccolte che colpiscono il lettore. Alcuni di
questi particolari versi sono i seguenti:
<<E
il delirio mi prese di nuovo, mi trasformò
stanca ed ebete in un largo pozzo di
paura,
mi chiamò coi sui stendardi bianchi e
violenti
mi spinse alle porte della follia>>
(La libellula).
Proseguendo l’analisi di questo conturbante
discorso poetico, abbiamo rivelato che le parole, senza alcun artificio
letterario, portano alla luce gli angoli più bui, più profondi del suo, del
nostro essere, che sfuggono al controllo della ragione. Leggiamo alcuni versi:
<<Dissipa
tu se tu vuoi questa debole
vita
che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il
pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo nemico. Dissipa la mia
effige.
Dissipa…dissipa>> (La libellula).
Si tratta
di un parlare affannoso, debordante di tensione interna da cui nasce una
poesia che analizza, cerca di portare alla luce, per quanto possibile, le
contraddizioni insite nella sua coscienza.
E concludiamo questa breve disamina delle
ferite dell’anima di Amelia Rosselli con i versi che seguono:
<<Oh mio fiato che corri lungo le sponde
dove l’infinito mare congiunge braccio di
terra
a concava marina, guarda la triste
penisola
anelare: guarda il moto del cuore
farsi tufo, e le pietre spuntate
sfinirsi
al flutto>>, e ancora:
<<L’alba
ai rintocchi cade
sulla mi testa malata
il difficile umore m’assale
verde come la paura>> ( Variazioni
belliche).
Passando alle memorie traumatiche, prendiamo
in considerazione alcune composizioni in versi de le POESIE SPARSE E PROSE LIRICHE, che rivelano il travagliato stato d’animo
di Clemente Rebora durante i mesi
trascorsi in prima linea, come sottotenente di fanteria nella prima guerra
mondiale; un periodo drammatico, di avvenimenti dolorosi, che mostrano
chiaramente le conseguenze sintomatologiche anche a distanza di decenni.
Queste composizioni poetiche vivono un
profondo malessere esistenziale, o meglio una tensione interna che esprime
senza formalismi retorici un insieme di amarezze, delusione, stordimento e smarrimento:
<<[…] Tra melma e fango
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire […] (VIATICO),
e quando il disagio psichico aumenta sfociando
in un dolore e in un’angoscia insopportabile, il poeta avverte un senso di
vuoto come un’anima persa, intimidita, spaurita:
<<
[…] Fungaia
d’un morto saponava la terra; a divano.
Forse
[…] Feci come per tergerlo al cuore – ma
Viscido anche il mio cuore.
Perdono? […] (Perdono?),
e
continuando la nostra lettura incontriamo nuovi squarci di umana sofferenza:
<<C’è
un corpo in poltiglia
Con crepe di faccia, affiorante
Sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può, e del fango […] (Voce di vedetta morta).
Da
questa breve sintesi di versi la figura umana e psicologica di Rebora emerge
nella sua fragilità, nella sua vulnerabilità emotiva e nella sua incapacità di
superare vicende drammatiche. Nelle sue parole si può cogliere un insieme di
dolore, di paura e di angoscia, cicatrici indelebili dell’esperienze di una
guerra che destabilizzò psicologicamente il poeta.
Ogni tipo di trauma, dunque, lascia evidenti
tracce negative e invisibili nella nostra mente, che, nel breve o lungo periodo
della propria esistenza, condiziona i nostri normali modelli comportamentali,
le emozioni e le relazioni sociali.
mercoledì 16 agosto 2017
LA NOSTALGIA UNA RISORSA ESISTENZIALE
La
nostalgia si rappresenta come un’emozione che ci conduce a ripensare a qualcosa
del passato che non esiste più e mette insieme la soddisfazione per ciò che si
è vissuto con l’accettazione che si parla di un periodo già trascorso che non
tornerà.
Da alcuni studi di psicologia viene fuori principalmente che le persone provano
nostalgia innanzitutto ricordando qualcosa che le hanno implicate
personalmente, attimi in cui hanno agito il ruolo di protagoniste della scena e
soltanto causalmente ricordando momenti nei quali erano semplici attente
osservatrici esterni. Con altre parole si rievoca con viva nostalgia ad esempio
un abbraccio affettuoso ricevuto da una persona cara che uno osservato.
La nostalgia, quindi, è un’emozione provata
piuttosto di frequente da tutti i tipi di personalità, deboli o forte che
siano. Essa ha la capacità d’influenzare non solo la nostra psiche, ma anche il
nostro corpo, attraverso una serie di sintomi che interessano il sistema
cardiorespiratorio, i disturbi dell’appetito, l’ansia e così via.
Gli oggetti più assidui di episodi nostalgici
sono anzitutto eventi che lasciano segni profondi nella mente (come una vecchia
fotografia, la panchina su cui eravamo soliti sederci) e le persone ( sono
naturalmente quelle rilevanti per noi: genitori, fratelli, amici, colleghi, un
loro sorriso, un gesto, o particolari momenti trascorsi in loro compagnia), a
volte di rado specifici eventi (un viaggio), periodi della vita e, impensato,
anche animali (cane, gatto).
Secondo alcune ricerche, la nostalgia sembra
stimolata da un particolare stato d’animo negativo, nello specifico da un senso
di tristezza, di solitudine.
Tuttavia, vi sono altri elementi che attivano
la nostalgia come le scambievolezze sociali, cioè rivedere amici di un tempo e
ricordare con loro gli avvenimenti del passato, gli stimoli sensoriali (come caratteristici
profumi, musica), gli oggetti (come gli anelli del matrimoni, una fotografia),
inattività (cioè momenti di rilassamento totale), infine occupano un posto
privilegiato gli anniversari (come la
data del primo incontro, il venticinquesimo)
e le emozioni positive (felicità, gioia ecc.).
La nostalgia, secondo alcuni ricercatori, sul
nostro stato mentale fa nascere un’emozione positiva atta a bilanciare momenti
di tristezza o di solitudine, inoltre rinforza i legami sociali e aumenta
l’autostima.
La nostalgia si presenta per rammentarci che
abbiamo un passato e che ciò che abbiamo vissuto ha avuto un senso benefico per
noi.
Moderni studi affermano che la nostalgia non è
una debolezza ma una risorsa psichica. Le persone, infatti, nostalgiche sono
più vigorose, in quanto valide a ricompattare i frammenti del passato e a
rendere la vita un cammino consistente.
L’emozione che abbiamo in presenza di una
vecchia fotografia di un tramonto o
dell’incontro con un vecchio conoscente non prende in breve la durata di un
attimo ma produce un collocamento tra quello che eravamo e quello che realmente
siamo, donandoci la sensazione che la
nostra esistenza abbia avuto un cammino terreno saggio, ricco di esperienze ed
emozioni, nel bene o nel male.
A questo punto possiamo dire che la nostalgia
possiede potere terapeutico positivo se le persone sono idonee a percorrere a
ritroso la propria vita, dando ai ricordi il giusto valore.
È
del tutto evidente che una quota esagerata di nostalgia può privare la mente di
spazi preziosi e rendere pessima la qualità della vita, mutandosi nelle
circostanti più gravi in vera patologia.
A tale proposito è bene ricordare che vi sono
persone che non sono capaci di trarre beneficio dalle attività quotidiane e
trascorrono il loro tempo continuamente nel passato.
Tuttavia se si è portati a ricercare benessere
psicofisico soltanto nel proprio passato, la nostalgia diventa negativa e
capace di accrescere il dolore psichico nei riguardi al presente e al futuro, e
questa evenienza conduce certamente alla depressione. Ogni qual volta invece che
si ottiene di rivivere il passato con gioia, senza permettere che il presente
sia messo sottosopra e invaso dai ricordi, la nostalgia può divenire un’emozione
caratteristica, dall’aspetto delicato, pure se un po’ triste. 

venerdì 4 agosto 2017
EGOISMO EMOZIONE DA CONOSCERE
Per la maggioranza dei giudizi l’egoista è colui che pensa in assoluto a se stesso, facendo in modo da raggiungere un favore
personale, spesso a danno di altre persone.
L’egoismo autentico si
rivela in molti comportamenti di vario genere, ma alla sua base c’è una visione
molto opportunistica e focalizzata su se stessa, la quale convince la persona a
muoversi solo quando vi è la sicurezza che ne deriverà un utile personale.
Purtroppo, però non termina
qui. L’egoismo, infatti, si può manifestare anche in forme più ambigue e
dannose, e ciò accade quando pur di ottenere un vantaggio personale si è
disposti a mettere sotto i piedi le altre persone. L’egoismo può quindi sfociare
nell’invidia.
Per la sua natura,
l’egoista trascorre la sua vita in un circolo chiuso; sembra incapace di vedere
e di ascoltare ciò che gli interessa personalmente: lui è il tutto e il
restante non gli riguarda.
Non è per nulla contento
della vita che svolge quotidianamente e spesso preferisce stare da solo, sia
per scelta che per forza. Insomma, il minimo che possiamo dire dell’egoista è
che lui desidera trascurare il suo ambiente umano.
Il rimprovero consueto
fatto all’egoista è quello di amare se stesso per poter dare amore alle altre
persone. Tuttavia, prima di confermare l’eccessivo amore che l’egoista prova
per se steso, domandiamoci invece se effettivamente si amano davvero. E, nel caso
opposto, da dove proviene il fatto di non avere alcune pensiero in mente che
loro stessi?
Nei primi stadi di
evoluzione, il bambino è basato soltanto verso la gratificazione dei propri
bisogni: essere accudito, nutrito, stimolato, consolato, amato. Si tratta di
circostanze insostituibili per la sopravvivenza. È soltanto dopo aver raggiunto
un minimo di indipendenza che il bambino si schiuderà man mano a un ambiente
sempre maggiore (dalla madre ai componenti della famiglia), dalla famiglia alla
scuola materna, e così via.
Comunque, per rendere
favorevole che questa progressiva apertura verso l’esterno sia priva di ogni
tipo di ostacoli, è essenziale che il bambino abbia ricevuto una buona dose di
amore per credere in se stesso e per volersi bene. Solo in questo modo egli
potrà iniziare a restituire l’amore che ha ricevuto per primo. In caso
contrario, il bambino può restare bloccato a questo stadi di sviluppo i cui
pare che il mondo intero sia diretto esclusivamente verso di lui.
Insomma, la persona egoista
che si prende ogni bene per vantaggio personale non prova nessun godimento
nello scambiare e nel donare affetto. Questa persona è priva d’amore per se
stessa, anzi, si affligge per il motivo opposto. La sua avidità, la necessità
urgente di togliere alla vita ciò che potrebbe ottenere in modo diverso non è sicuramente il segno di un’abbondanza d’amore verso se stessi, ma quello
di una difficoltà a credere in se stessi.
Non è, quindi, l’amore per
se stessi all'origine dell’egoismo, quanto piuttosto l’attaccamento più o meno
patologico a un’immagini superata di sé, quella del bambino stupendo cui non
deve mai mancare nessuna cosa.
Ci possiamo liberare dall'egoismo?
Secondo
la psicologia sì. Per prima cosa bisogna prendere coscienza di questa forma di
fragilità psichica e delle conseguenze negative che genera a se stessi.
Soltanto in quel momento sarà possibile liberarsi poco la volta dal circolo
vizioso in cui l’egoismo ci mantiene rinchiusi, tipo: dagli altri non ci
aspettiamo niente di buono…accettiamo ciò che l’occasione offre…spesso permetto
che mi raggirino e così via
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