giovedì 1 febbraio 2018

COSA SONO LE EMOZIONI

Senza voler entrare nei complessi meandri della neuroanatomia e dei numerosi livelli di funzioni cerebrali e né nelle polemiche tra scienziati  che non si trovano d’accordo su cosa sia un’emozione e anzi i punti di vista sono molteplici e spesso opposti, per noi in questo spazio è sufficiente rispondere che, secondo Daniel Goleman, psicologo, giornalista e studioso di fama internazionale nel campo dell’intelligenza emotiva, le emozioni sono un’insieme di cambiamenti che il corpo esperisce in risposta a stimoli esterni ed in base ad immagini mentali che attivano uno specifico sistema cerebrale.
Con altre parole, le emozioni sono  sentimenti, con le loro situazioni psicologiche e biologiche, che le caratterizzano, e inoltre con una serie di tendenze naturali ad agire.
Pertanto le emozioni costituiscono elementi insostituibili della vita umana, perché sono patrimonio genetico di tutti e fanno parte del vivere quotidiano.
 Alla luce dei risultati delle attuali ricerche, è possibile una reale suddivisione delle emozioni in due grandi categorie:
-         Emozioni primarie, già presenti alla nascita o di base; hanno un fondamento biologico.
-         Emozioni secondarie, da adulti, basate sulla formazione d’immagini mentali strutturate sulle emozioni della fase iniziale.
Individuate le categorie d’appartenenza, cercheremo ora di proporre, senza alcuna presunzione esaustiva, una sintesi – perché vi sono moltissime emozioni con le loro sfumature e variazioni - delle principali famiglie emozionali fondamentali individuate da Goleman, ponendole a guida di un nostro prossimo lavoro di didattica emozionale:
-         Collera: ira, risentimento, irritabilità, odio, violenza patologica.
-         Tristezza: pena, dolore, malinconia, solitudine, disperazione, depressione.
-         Paura: ansia,timore, tensione, spavento, terrore, fobia e panico casi psicopatologici.
-         Gioia: felicità, diletto, godimento, soddisfazione, capriccio, estasi, euforia.
-         Amore: accettazione, benevolenza, fiducia, gentilezza, devozione, infatuazione.
-         Sorpresa: shock, stupore, meraviglia, trasecolamento.
-         Disgusto: disprezzo, sdegno, avversione, ripugnanza, schifo.
-        Vergogna: senso di colpa, imbarazzo, rammarico, rimorso, umiliazione, rimpianto, mortificazione, contrizione.
 A questo elenco l’autore aggiunge alcune emozioni miste quali la gelosia, la speranza, il coraggio, la fede, il perdono, l’invidia tra rancore e astio, e ancora altre.
 Una variegata moltitudine di emozioni, quindi, moti dell’animo che predispongono e regolano l’esistenza umana. Ed è ciò che a noi occorre per le prossime ricerche.
  L’obiettivo di regolare e/o modificare condizionamenti interni ed esterni di una vita è un compito difficile, ma non impossibile secondo alcuni addetti ai lavori. E allora perché non cercare  attraverso l’apprendimento di mettere le emozioni al servizio dell’educazione? Per Goleman è un argomento attuabile. Tuttavia, aggiunge, bisogna
stabilire quando debba iniziare l’insegnamento. Per alcuni studiosi deve iniziare sin dai primi anni di vita e di affidare ai genitori il compito di sviluppare e fare acquisire le  prime abilità emozionali essenziali, naturalmente con l’aiuto di uno istruttore.
 Superando la tradizionale visione dell’educazione, che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a discapito di quelli emozionali, essa permette di rivalutare l’idea della educazione globale, fondata sul principio che l’attività educativa debba comprendere nel suo insieme intelletto ed emozioni. D'altronde è noto che la persona non può formarsi in modo completo se non si sviluppa coscientemente anche la sfera emozionale e, viceversa, la sfera emozionale aiuta a completare la formazione della persona,
 A tale proposito Goleman  parla di scuola e di programmi scolastici. Secondo lo studioso, la strategia dell’educazione emozionale è quella di non sovraccaricare di lavoro gli insegnanti creando una nuova materia, ma di mescolare le lezioni sui sentimenti e sui rapporti interpersonali con gli altri argomenti già oggetto d’insegnamento. E suggerisce di fondere naturalmente le lezioni emozionali con materie quali lettura e scrittura, educazione sanitaria, scienze e altre ancora.
  Noi abbiamo scelto, come modello didattico, il racconto breve o se preferite, bozzetto o exsemplum, ma la sostanza non cambia. L’insegnamento dell’intelligenza emotiva ha un preciso progetto educativo, l’alfabetizzazione emozionale, che, se è ben gestito, può produrre effetti benefici a lungo termine, emozionali e sociali, nella
vita di chi lo ha seguito. Argomento interessante questo, su cui ritorneremo.






martedì 2 gennaio 2018

LA NOIA, UN SENTIMENTO IMPORTANTE

Sarà successo a tutti noi di sentirsi annoiati a volte nella vita, di essere vittima prediletta della noia. Essa è un sentimento che l’uomo inizia a sperimentare  prestissimo, fin da bambini. Si è propensi a far provenire la noia dalla mancanza di stimoli, dall’ambiente circostante, o in ogni caso da qualcosa di esterno a noi. Malauguratamente, però, la noia in moltissimi casi non è causata da nessun oggetto esterno, ma prende origine dal nostro intimo. Tuttavia, si differenzia dall’apatia in quanto quest’ultima è caratterizzata da una semplice inerzia depressiva, indifferente agli stimoli, che può accadere in particolari periodi stressanti o difficili del nostro quotidiano.
 La noia è il sentimento più temuto dall’uomo contemporaneo perché è abituato a cercare stimoli sempre nuovi, per ciò fa di tutto per non incontrarla mai, però senza successo. Per gli adolescenti la noia è uno spettro inquietante, ma anche un incubo per diversi adulti. Non è desiderata da nessuno, malgrado ciò la noia è li accanto, in attesa, pronta a rivelarsi e invece sembra proprio che  quanto più ci si dia da fare per allontanarla, tanto più il suo fantasma si fa ostile.  
 Considerata priva di tutti gli impulsi, un contenitore vuoto,  la noia non è gradevole: è una percezione cangiante che amalgama nelle varie occasioni, in modo diverso, la monotonia, l’inerzia, l’indifferenza, il fastidio, il distacco, il non senso, che può realizzarsi nel non sapere come impegnare il proprio tempo utile, come saggiare emozioni o interesse, come percepirsi attivi e partecipativi.
 La nostra vita  si fonda sull’avvicendamento e sulla copresenza di elementi opposti, e la noia è l’estremità opposta della passione, della percezione di senso e della totalità dell’essere. Un polo importante, essenziale dunque all’attività psichica e mentale, poiché con la sua presenza ci fornisce preziose informazioni su come stiamo vivendo e su ciò che stiamo facendo, come per esempio: il problema ci entusiasma?  È la scelta giusta? Bisogna fare delle modifiche? Siamo affaticati?
 Quando queste domande, prodotte dal normale svolgimento delle nostre attività quotidiane, non fanno più parte dei nostri interessi, allora la mente genera la noia, e se noi le apprestiamo attenzione, può agevolarci a realizzare modiche importantissime alla qualità dell’esistenza e principalmente a scoprire ciò che riusciamo a realizzare in modo soddisfacente, con altre parole, il nostro talento.
 Rivolgendoci con buone intenzioni la noia ci rida quindi una sapiente guida per viaggiare sicuri nel nostro percorso vitale.
 Spesso, però, per cercare di evitare la solitudine, la monotonia e l’inattività, che sono nate con la noia, essa diventa ansia e irrequietezza.
 Per rimediare bisognare riprogrammare le attività giornaliere, nel senso di non isolarsi e di riempire la giornata d’ impegni nuovi che procurano emozioni forti.
 Tuttavia, fare tante attività, spesso anche superflue, in più per evitare la noia, riduce la possibilità  di sperimentare altre esperienze che potrebbero essere più vicine ai propri interesse e più gratificanti.
 Secondo la psicologia, per fuggire dall’annoiato ciclo della giornata tipica, bisogna cambiare il percorso lavorativo, variare l’alimentazione, modificare le abitudini, partendo dalle più elementari. Ma, soprattutto, può essere un valido sostegno sperimentare un ascolto più vero e più empatico di se stessi e riscoprire, avvalorandolo, il bisogno di libertà che, per alcune vicende, abbiamo appreso tra le pieghe della routine familiare, degli amici o della coppia, illudendoci così di sentirci meno soli.
                                                       








lunedì 18 dicembre 2017

IL RITORNO RACCOLTA POSTUMA DI NINO PINTO

Ho ricevuto in dono il libro del defunto scrittore salentino Nino Pinto, una raccolta di agili versi, portati alla luce dal prefatore con l’intento di “familiarizzare con un canto di singolare suggestione e intensità” pagg.9,10. 
 Noto al grande pubblico di Prato (Firenze), città d’adozione dove aveva trascorso la maggior parte della sua esistenza come insegnate prima e poi lessicografico, Nino Pinto nato a Lecce nel 1928 e morto nella sua città natale il 6 aprile 2016, allievo del linguista Bruno Migliorini e con cui si  laureò nel 63 a Firenze, è  autore di 19 raccolte di poesie e della sua ultima fatica letteraria dal titolo Il RITORNO, recuperata dalla sensibilità letteraria di Andrea Scardicchio e pubblicata da Genesi Editrice, 2017, pag. 224
 Arricchito da una ottima Premessa dell’Editore e dalla dotta Prefazione del Professore Andrea Scardicchio il libro si apprezza per l’originalità, la schiettezza d’animo e  la diversa tonalità delle emozioni, che sono le ali su cui l’arte si abbandona.
Ed è proprio il potere testimoniale della sincerità d’animo e dei toni emotivi aperti, senza ombre dei suoi più intimi pensieri, a esprimersi nelle parole scelte per descrivere una zampillante fonte interiore, che concede poco o nulla alla distrazione di un io alle prese con i giochi del quotidiano o con le ideologie del mondo. Ma al contrario, il lavoro di scavo diventa una sorta di analizzatore-costruttore d’immagini illuminate di contenuti concreti su uno sfondo di dignità e a volte di minuta serenità.
 Al di là di questa breve nota introduttiva, IL RITORNO è davvero un libro interessante non soltanto per la qualità intrinseca dell’opera, ma anche in virtù della coerenza della visone poetica che ne ha contraddistinto l’ultimo tessuto biografico dell’autore.
Ricco di questa tensione interna, Pinto spinge il linguaggio a concretizzare e a rendere manifesto tutto ciò che il cuore può dire. Aprirsi al mondo esterno significa, soprattutto per l’autore, riconoscere di portare alla luce, di comunicare la naturalezza dell’emozioni, di fare dei propri versi una forma di messaggio e di dare un senso alla propria esistenza.
 Entrare, quindi, in questo microcosmo così ordinatamente costruito e pieno di luci e di ombre e dare un senso alle possibili aperture bisogna certamente essere in consonanza con la voce interiore dell’autore. Non solo. Per cogliere e rendere  fluidi e visibili le sue intenzioni occorre percorrere  con pacata attenzione quelli che appaiono i punti più importanti nel libro e le possibili chiavi di lettura.
  Innanzitutto la scoperta di nuovi paesaggi dell’anima, più veri. Di conseguenza la poesia acquista nuovi valori in cui troviamo sentimenti ed emozioni di varia intensità emotiva. Leggiamo alcuni esempi:
“È sospiro
  d’anima
  il ritorno.”.
E di seguito:
Strazia l’anima
 la lontananza”,
ancora;
S’insedia
nell’anima
la pena
del distacco”  .
Per Nino Pinto la poesia dell’anima, pacata e silenziosa ma ferma, più che il grido afono di una coscienza provocatrice è testimonianza del profondo malessere psichico dell’artista. 
Seguendo questa interpretazione, rileviamo che le emozioni sorgono ininterrottamente come in un monologo, di verso in verso, con un ritmo serrato, con una voce cristallina e dolce che invita a riflettere sulla desolante realtà offerta all’occhio vigile dell’essere pensante. È il caso della gioia, emozione fragile, che si riversa come un fiume nel mare:
“È gioia
che si comunica
il ritorno”.
 Continuando la lettura
“È  la gioia tanto più viva
 Che segue a un lungo dolore
E ancora.
“È circonfusa
di poesia
la gioia
del ritorno”.
Infine:
Sarà l’indicibile gioia
 di muoversi senza catene”.
A seguire:
Sono passi di gioia
   passi
che si avvicinano”.
 A questo punto, per aggiungere qualcosa  alle prime considerazioni, possiamo dire che la gioia è una emozione lieve che ci invita vivamente a meditare con attenzione  sul mistero che avvolge  la sfera globale  di tutte le esperienze di un essere umano  e, nel contempo, anche sulla sua  capacità di resistere alle intemperie generate dalle tribolazioni, dalle paure, dai dolori della vita, nonostante la sua fragilità.
Da quanto detto possiamo affermare che Pinto appartiene alla grande schiera dei poeti che credono nella poesia come mezzo di comunicazione delle emozioni
nelle forme varie della vita vissuta dell’ambiente umano in cui operano.
 Leggiamo qualche esempio. Per comunicare un disagio esistenziale:
 “È sempre
in cammino
l’ansia
del ritorno”.

“È l’ansia
del ritorno
che non si fida”,

 o attimi di serenità:

“Dà nuovo
slancio
la fiducia”,

oppure la persona sofferente:

“Felicità
 che ha l’impatto
 d’un dolore”.
 La varietà tonale delle emozioni di queste poesie è veicolata da un io poetico in un flusso interrotto di sensazioni, piano e limpido.
  Quest’ultima raccolta di poesie postume, dunque, testimonia la vocazione di Nino Pinto a descrivere attraverso le parole sensazioni profonde, stati d’animo, disagi esistenziali tramite una tastiera linguistica e compositiva costantemente tenuta sotto il controllo di un io  sobrio e rigoroso, di asciutta e serena capacità meditativa.


                                                                           Enrico Castrovilli

venerdì 1 dicembre 2017

IL DUBBIO TRA NORMALITÀ' E PATOLOGIA

Secondo gli psicologi nella società contemporanea vi sono forme di dubbio patologico piuttosto comuni ( le prenderemo in considerazione di seguito); per altri studiosi, invece, il dubitare è abbastanza legittimo. Anzi, aggiungono, è basilare, constatato che è proprio sul bagaglio culturale del dubbio si è inserita la tradizione filosofica e scientifica dell’occidente. E il Cogito ergo sum di cartesiana memoria ne è il testimone indiscusso. E concludono dicendo che chi non fa domande, non giunge mai ad alcuna scoperta. Oltre al dubbio rimangano solamente il fanatismo, il dogma, la massima.
 Certamente, un dubbio è di questa natura proprio perché non vi è nessuna certezza, perciò in nessun caso il dubbio deve recare una condanna, difatti persino la nostra tradizione giuridica si fonda sulla presunta innocenza.
 In breve, un dubbio è un dubbio, e come tale può restare indefinitamente. È legittimo, anzi sano averne e non implicare alcuna presa di posizione. Senza schierarsi, non esiste contrapposizione e dunque non ha senso nessuno scontro. Tra i dubbiosi ci può essere confronto sincero, fecondo e aperto, proprio perché nessuno ama restare tra color che son sospesi. I processi naturali mirano in modo naturale a una risoluzione. Come un macigno che rotola giù dal  colle, e prima o poi si arresta, così il dubbioso ama cercare di capire, perché vuole risolvere e trovare sollievo rispetto all’ansia dell’incertezza.
 Gli psicologi, invece, sostengono che  la predisposizione dell’essere umano a trovare una spiegazione razionale a ogni problema, anche a domande da tralasciare per la loro assurdità , può diventare una insidia molto pericolosa.
 Cercare, infatti, di dare una risposta logica a un dubbio è come spalancare l’uscio, andare oltre l’ingresso, per poi trovarsi di fronte ad altre due porte con il bisogno di sceglierne una, di conseguenza aprirla, superarne la soglia, per trovarne di fronte altre tre, poi cinque, poi sette e così via.
 Accade ciò in quanto ogni risposta razionale a un dubbio, che non può essere districato razionalmente, nascono senza sosta altre domande la cui risposta genera altrettanti punti interrogativi, incrementando un circolo vizioso infinito. Logico esito: arresto totale dell’individuo nella sua vita quotidiana.
 Un dubbio spesso frequente negli adolescenti, ad esempio, è quello riguardante l’inclinazione alla sfera sessuale:<<Sono etero, omo o bisessuale?>>.  È chiaro che la risposta a questo dubbio è insita nelle sensazioni avvertite di fronte ad uno dello stesso sesso o di fronte ad una donna e non tanto nelle argomentazioni.
 Va da sé che cercare di far chiarezza sulle proprie naturali tendenze sessuali proietta oscure ombre e alimenta i dubbi. Si tratta di un circolo vizioso tra pensieri e sensazioni che complica il problema invece di risolverlo.
 Il soggetto, cascato nel suo stesso tranello, è di solito portato a cercare ulteriori prove sul proprio genere sessuale, persino a mettere in pratica veri e propri esperimenti per verificare l’effetto su di sé, producendo ulteriori incertezze e confusioni, nella maggioranza dei casi accompagnate da “sensazioni di colpa o di disagi”., (G. Nardone, G. De Santis, Cogito Ergo soffro, Ponte alle Grazie, 2011).
 Un altro esempio di un sofferto cammino dell’individuo succube del dubbio, è in rapporto con la volontà e l’impegno di respingere razionalmente pensieri insinuatisi arbitrariamente che inquietano la tranquillità mentale. In questa circostanza la lotta è tra il pensiero  e il pensare: cioè, tramite il pensare ragionevolmente si tenta di invalidare un pensiero illogico o semplicemente fuori luogo.
 Per concludere possiamo dire che il dubbio è normale, anzi possiamo aggiungere che può essere considerato un elemento sano, saggio, proprio perché indicatore di persona matura, che sa riflettere su quello che le sta accadendo, che sta facendo e si interroga sua quale sia il gesto, l’aspetto e/o la risposta più adeguata.
 Il fatto importante è come sempre l’equilibrio: il dubbio “sano” spinge a riflettere e a trovare una soluzione soddisfacente.


  


sabato 25 novembre 2017

mercoledì 15 novembre 2017

LA FOBIA UN'EMOZIONE NEGATIVA

La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per oggetti, situazioni, animali, persone che non rappresentano una reale minaccia e con cui gli altri individui si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Le più frequenti sono le fobie sociali, come la paura di parlare in pubblico e le fobie specifiche, come la paura di volare, degli insetti, dei cani, dei gatti e così via.
 Il soggetto affetto da una fobia è perfettamente conscio di riconoscere che la sua paura  è assurda e che non dipende da un reale pericolo dell’oggetto, attività o condizione temuta, ma che i suoi motivi  si trovano altrove, ossia nel proprio percorso evolutivo,  nonostante  molti  previlegiano convivere con fobie angosciose e limitanti invece di capirne le origini e liberarsene, avendo timore anche nei confronti di un altro percorso che lo conduce non soltanto di liberarsi dei sintomi molesti ma anche delle nuove  limitazioni ad essi congiunti, venendo a conoscenza delle cause.
 Le fobie, quindi, non sono altre che paure ingiustificate di animali o di una particolare situazione, il contatto con i quali determina nella persona una intensa reazione di paura o angoscia.
 Una persona che soffre di una fobia, come ad esempio la paura dei gatti e dei ragni, può accadere di essere sopraffatta dal terrore, al solo pensiero di entrare in contatto con un piccolo e docile animale, come un gattino anche neonato o anche con una timida lucertola. Questo succede pure per azioni svolte in modo naturale da moltissime persone (passare per un luogo aperto, andare in un negozio, partecipare a un congresso e così via). Pertanto se la persona, ad esempio, soffre di claustrofobia entrerà in un esagerato stato d’ansia fino al terrore, al pensiero di essere costretta ad entrare in un treno o nella metropolitana perché la paura di cui diventerà preda, sarà quella di non poter uscire come vorrebbe se all’improvviso ci fosse un pericolo.
 Le persone colpite da disturbi fobici, sono coscienti dell’assurdità del loro disturbo, ma nel contempo non hanno la forza di controllare la loro paura. L’ansia generata dalla fobia, rivela una serie di espressioni a livello psicofisiologico.
 A tale livello i sintomi più comuni sono i seguenti: vertigini, extrasistole, tachicardia, disturbi gastrici con nausea, diarrea, senso di soffocamento, disturbi urinari, rossore, sudorazione eccessiva, tremore e spossatezza.
 Un comportamento particolare che mettiamo in atto quando abbiamo paura è quello della fuga dalla situazione temuta, che negli uomini delle caverne era finalizzato alla propria salvaguardia. D'altronde, quando si ha paura di qualcosa, si sta male ed è abbastanza normale voler fuggire: la fuga è un’ottima tattica di emergenza.
 Sin qui abbiamo parlato di fobie specifiche, resta di analizzare brevemente quelle di origine sociale.
 Per fobia sociale s’intende la paura di prendere iniziative di fronte agli altri, nel   timore che il proprio agire possa mostrarsi sgradevole o umiliante per colui che le fa e di ricevere come esito dei giudizi negativi. In breve consiste in una fobia che porta ad evitare all’incirca la maggioranza dei momenti sociali, per paura di commettere  qualche azione errata e di conseguenza essere giudicati male per questo. Le persone affetta da fobia sociale,  temono circostanze in cui sono costretta a produrre qualcosa davanti agli altri, come per esempio presentare una relazione o semplicemente parlare con amici ma spesso solo magiare o fare una telefonata in presenza di altri. Le persone con fobia sociale sono moltissimo timorose che i segni della propria ansia siano o diventino manifesti agli occhi degli altri, come la loro tendenza ad arrossire e sudare facilmente, oppure avere degli attacchi di aritmia cardiaca.
 Per concludere un consiglio utile per affrontare fobie è quello di fare una lista delle situazioni o delle paure che limitano la nostra vita e che desideriamo superare: immaginate ad esempio quella specifica situazione e analizzate attentamente le possibili reazioni. Qual è l’azione che ci fa più paura? Come possiamo superarla senza fuggire? Quali sono i nostri punti fragili, ma anche le nostre potenziali energie interne?
 Successivamente proviamo ad esporci in modo graduale alle situazioni che causano la fobia, valorizzando i risultati ottenuti, per quanto minimi. Occorre essere decisi nel perseguirli e premiarsi ogni qual volta che se ne ottiene un successo. Anche un piccolo risultato positivo è già un grande vittoria.


  



mercoledì 1 novembre 2017

L'ABBANDONO EMOZIONE DA CONOSCERE

La paura di essere abbandonati è un’esperienza abbastanza comune tra le persone, ovvero il timore di rimanere soli, per sempre privi di un legame affettivo, senza che nessuno si occupi di loro. Ciascuno di noi, infatti, può avvertire il timore di essere abbandonato, ma in linea generale la maggior parte ci convive senza alcuna conseguenza specifica.
 Alle volte questa paura non è correttamente amministrata e di conseguenza si tramuta in vera e propria sindrome tramite l’espressione di un disagio psichico fino all’angoscia più nera o alla depressione.
  Questa emozione può colpire sia i bambini (in modo particolare verso la figura materna), sia gli adulti. Si ha paura che la persona cara possa andare via o addirittura morire e si rimane sempre della certezza che nonostante il tutto proceda bene prima o poi si finirà soli. Ci si avverte uno stato emotivo dipendente dall’altra persona e non si ammettono le separazioni, anche di breve durata, per la paura di non avere più la relazione di intimità.
 Predisposizione naturale o famiglie in cui lutti o veri abbandoni sono stati trascurati o peggio ignorati, questi elementi possono causare nei componenti la sindrome che procura una disposizione patologica di cui non si riesce più a controllarla.
 Nella persona adulta che patisce di sindrome dell’abbandono è come se dominasse un pezzo bambino che necessita di cure. Quel bambino triste costituisce la parte infantile che è stata trascurata emotivamente. Non ci si rende conto che le cure verso quel bambino trascurato possono essere offerte dall’adulta che è diventata.
 Da tale fragilità interiore si palesano tutta una serie di comportamenti nocivi che mirano ad esorcizzare l’abbandono da parte dell’altro: gelosia morbosa, controllo esagerato, ricatti morali, annullamento di sé e la perdita di imparzialità nei riguardi della relazione. Tutti indicatori che se non sono tenuti adeguatamente a bada vanno  inevitabilmente a concludersi in una dipendenza affettiva con tutte le conseguenze che molto bene conosciamo.
 Per poter superare un abbandono occorre il tempo solamente se impariamo ad utilizzarlo: serve per apprendere la radice del dolore, serve per capire come mai viviamo un allontanamento come un abbandono, serve per comprendere che inutili sensi di colpa ci allontanano solo dal cuore del problema, serve a prendere coscienza delle proprie responsabilità, che non significa necessariamente colpe. Il tempo serve a superare l’abbandono quando quello spazio temporale a nostra disposizione impariamo ad attraversarlo, quando apprendiamo a contattare il tempo in cui si è verificato quello specifico abbandono remoto che ci impedisce di svolgere le nostre attività quotidiane e i nostri rapporti sociali in modo sereno, quando impariamo a vivere i nostri rapporti interpersonali senza caricarli del fardello dei nostri fantasmi.
 Certamente l’abbandono è un’emozione che si può superare, tuttavia non esiste un unico metodo per metterlo in atto, pertanto non facciamoci incantare da patetici video o da moltissime ricette che ci narrano con voce suadente il modo con cui guarire le ferite. Per poter superare un eventuale abbandono ognuno di noi deve poter trovare il metodo di guarire la propria ferita. Che scotta terribilmente. Ma a bruciare non è la perdita attuale della persona amata o di un lavoro, ma il dolore remoto che quello attuale ha soltanto risvegliato.
 Superare l’abbandono è possibile, realizzabile, bisogna trovare la forza dentro di sé per mettersi in discussione, per andare a cercare un modello diverso di affrontare le avversità della vita. Per cui, percepiamo la rabbia, la tristezza o la gelosia quando arrivano, senza forzarci di mandarle via, solo così verranno messe in campo nuove energie psichiche per trovare le soluzioni più giuste per noi.

 In questo modo, scopriremo che mentre si chiude una porta, si aprono nuove possibilità, ad esempio, si ripropone un incarico di lavoro che aspettavamo da tempo o arriva una certa telefonata inaspettata che apre nuovi orizzonti, interessi  o modi di essere.