domenica 20 gennaio 2019

PRESENTAZIONE ROMANZO

Presentazione del romanzo IL TEMPO DELLA GIOVENTU' il '68 e DINTORNI a cura dell'Associazione Culturale SOLIDEA (1 utopia) con:
                                                 
                                                    Prof. ENRICO CASTROVILLI
                                                               L'AUTORE

                                                   Prof.ssa CLARA  BIANCO
                                                 DIRIGENTE SCOLASTICO  IISS di BRINDISI

                                                   Prof. DOMENICO URGESI
                                                   PRESIDENTE SOCIETÀ' STORICA DI TERRA D'OTRANTO
                                                 

                                                    Dott. GIOVANNI GALEONE
                                                     VICEPRESIDENTE ASSOCIAZIONE " G.DI VITTORIO"

SABATO 26 GENNAIO 2019 ORE 18,30.

presso ASSOCIAZIONE "G.DI VITTORIO" VIA CASTELLO  MESAGNE
                                                                                              

mercoledì 2 gennaio 2019

LA RABBIA E' UN'EMOZIONE PRIMITIVA




La rabbia è una emozione caratteristica, considerata vitale da tutti gli studiosi di psicologia.  Essa è una tra le emozioni più precoci ed essendo una emozione primitiva, può essere osservata già dai bambini molto piccoli. Capita spesso infatti osservare bebè che rifiutano il cibo o non hanno l’attenzione particolare da parte della madre e manifestano questo comportamento urlando o tirando oggetti.  Questo comportamento rammenta il fatto che la rabbia è una emozione allocata nel nostro DNA, difatti appare sin dai primi giorni di vita. Si tratta, dunque, di emozione primitiva, di base, che è determinata dall’istinto di difendersi per sopravvivere.
 A questa reazione emotiva si riferiscono diverse voci, quali: collera, esasperazione, furore ed ira che rappresentano lo stato acuto della rabbia; altre, invece, manifestano la medesima emozione ma di virulenza minore, come: irritazione, fastidio, impazienza.
 Nella vita quotidiana vi sono persone tranquille che difficilmente si arrabbiano, altre al contrario, sono sempre sul piede di guerra. La rabbia deriva da esperienze di frustrazione dei tentativi di raggiungere un obiettivo, da azioni ostili o situazioni disturbanti: i bambini a volte si arrabbiamo con i divieti, con le cose e con gli adulti.       Moltissimi sono i motivi che portano le persone ad arrabbiarsi. D’altronde sappiano che la rabbia come tutte le emozioni non è mai giusta, o sbagliata: se è presente bisogna prenderne atto, comprenderla e gestirla alla meglio. La persona che riesce a far tacere la rabbia, non sempre ne ottiene salute psichica, perché essa rappresenta un segnale di grande interesse: che qualche individuo o qualche oggetto sta mortificando la nostra personalità.
  Inibire le espressioni d’ira si può andare incontro a disturbi psicopatologici: problemi psicosomatici come mal di schiena, l’emicrania, disturbi gastrici, psoriasi possono colpire gli individui più concilianti. Coloro i quali riescono ad esternare la rabbia, dopo il breve  sfogo liberatorio, vanno incontro a intricati disagi relazionali. In particolare se a provocare l’emozione sono i conflitti con i parenti, partner e colleghi di lavoro; normalmente, più energico è il rapporto affettivo, più furiosa è la risposta aggressiva che si aizza nello scontro. 
 Reprimendo la rabbia non fa certamente bene, esploderla in momenti opportuni non anche. Tirare fuori ciò che dentro bolle non è poi così drammatico, come alcuni  paventano,  soprattutto ricercatrici,  ma in ogni caso normalmente è inutile, non  chiarisce il problema, ma lo continua nel tempo e, in realtà,  si è portati poi ad arrabbiarsi  daccapo e ancora, per la causa originale.
 È basilare, quindi, per la nostra salute psicofisica , conoscere e apprendere ad esprimere la collera in maniera costruttiva ed adeguata.
 Spesso, però, alla rabbia a prima vista non ci si  oppone; tuttavia non è certo ciò che realmente accade; la mancata reazione può essere dipesa dal negato contatto emotivo con l’emozione rabbia, quindi entra in gioco l’alessitimia, ossia l’imperizia di avvertire sul piano emotivo le emozioni, le quali vanno di fatto a finire direttamente sul corpo fino a somatizzarle;  arriva così  accusare, come abbiano già detto innanzi, dolori addominali o di testa privi di cause organiche apparenti, sino a giungere a vere e proprie patologie.  
 A volte l’emozione rabbia può essere negata  inconsapevolmente e l’individuo è in grado, per  esempio, di collocare in atto aspetti o comportamenti sostitutivi e/o di copertura dell’emozione, diciamo quindi di compulsioni ( pensieri o comportamenti) e rituali.
 Genericamente però può accadere il contrario; lo smisurato sfogo delle proprie emozioni e il mancato controllo della rabbia può provocare risultati negativi a se stessi e agli altri. Pigliare tutto come un’aggressione personale, sentirsi messo in discussione solo per una scortesia di un impiegato o feriti per la negligenza di un collega è l’inizio del viaggio che percorriamo ogni qualvolta che si attiva il meccanismo rabbia.

giovedì 13 dicembre 2018

LE TONALITA' EMOTIVE UNA RICCHEZZA INTERIORE


In un periodo storico come l’attuale, affascinato dall'improvviso riaffiorare - nei vari ambiti culturali  e scientifici- dell’interesse nei riguardi della dimensione emotiva, ritengo mio dovere soffermarmi, ancora una volta, su quelle sensazioni corporee, che denotano in un certo senso il nostro modello comportamentale di essere nel mondo, al punto d’essere quasi un indirizzo di base per mezzo del quale si organizza la nostra quotidiana attività vitale.
 A proposito, a chi non è mai accaduto di avvertire una lieve ansietà nel normale viaggio esistenziale o un senso di malcontento che discreto sguscia di fianco?  Se, infatti, mettiamo particolare attenzione al modo d’essere del nostro corpo possiamo individuare una tonalità emotiva, anche se inafferrabile e impossibile da rendere concreta. Durante lo svolgimento delle attività quotidiane possiamo avvertire uno stato psicofisico tensivo o rilassato, ottimista o pessimista. Poiché le emozioni e i sentimenti ci attivano pur conservando i nostri normali impegni coscienti, ciò che avvertiamo dal profondo del nostro interiore ha la capacità di influenzare il nostro modello giornaliero di operare e di individuare  nell'ambiente circostante.
 Insomma, il tono emotivo entra variamente e continuamente in gioco osteggiando o compensando le nostre preferenze e le attitudini naturali, ma anche le nostre stesse consuetudini e i nostri modelli culturali e perfino dottrinali.
   È chiaro che, facendo parte del nostro codice genetico, le tonalità emotive sono elementi necessari della nostra natura e, quindi, non possono essere evitate. Non esiste un solo stato umano che non sia in una certa maniera emotivamente intonato: tutte le esperienze sono orientate dal tono elevato o depresso. Nella nostra vita siamo sempre in uno stato emotivo, le tonalità non sono alieni che sopraggiungono accidentalmente e poi se ne vanno, mentre il nucleo psicologico e vitale dell’uomo si costituisce assolutamente svincolato da esse.
 Comprendere l’importanza e la presenza delle tonalità emotive significa vivere e godere la ricchezza del momento interiore senza timore di non poterlo gestire; soprattutto liberarsi dall'errata concezione che le emozioni siano elementi nocivi da bandire, da inibire.
    A questo punto fare una classificazione delle varie tonalità non è lavoro facile proprio per le varie sfumature emotive presenti. Per il filosofo francese Otto Fiedrich Bollnow è auspicabile proporne una, per poter aprire alla comprensione dei fenomeni psichici stessi. Secondo la sua visone, si possono avere due raggruppamenti di tonalità: allegre  e  tristi oppure elevate  e depresse.
 Allora, nel sentirsi allegri non solo l’ambiente circostante ci appare accogliente, più ospitale, ma siamo noi stessi più equilibrati, più riflessivi, più creativi. Tuttavia è interessante notare che in questo stato mentale di grazia non si rimane fissi nella passività di sentirsi soddisfatti ma avvertiamo nel contempo una forza contraria che ci spinge all’ andare oltre.
 E poiché non esiste un’azione emotivamente neutra, noi ci dedichiamo alla lettura di un racconto o di una poesia  perché essa non è solo piacevole. Soprattutto riesce a veicolare emozioni, contenuti e stimoli quando produce piacere e si prova piacere in quelle situazioni in cui si realizza una relazione empatica, emotivamente profonda tra lettore e testo. Per cui, il lettore manifesta i suoi stati emozionali, entra in un processo d’identificazione, e condivide esperienze ed emozioni.
  Passando ora all'analisi delle opere di alcuni poeti che hanno prodotto le loro migliori composizioni in momenti particolari di grande tensione emotiva, mi soffermo volutamente sulla produzione poetica di Vittorio Bodini, la cui poesia è un insieme di immagini, idee, giudizi e soprattutto di propri stati emotivi, come il dolore, la speranza, la tristezza, la passione, il coraggio e così di seguito.
 Per rilevare e mettere in luce la forma e la modalità di espressione delle tonalità depresse o quelle tristi, leggiamo e mettiamoci in relazione empatica con alcuni versi di poesie in cui le tonalità emotive si manifestano, con varie sfumature, in una serie di effetti infelici, come in: “La luna dei Borboni 8”.
 << Qui non vorrei morire dove vivere
       mi tocca, mio paese
       così sgradito da doverti amare;
       lento piano dove la luce pare
       di carne cruda
       e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno>>. 
 In precedenti interventi dissi che la poesia di Bodini ha una visione intimistica capace di cogliere le sensazioni dell’anima e di comunicarle con varie tecniche letterarie. Per comprendere, quindi, le varie tonalità delle emozioni tristi o depresse bisogna fermarsi a una comprensione empatica. I versi su citati, quindi, esprimono, con un tono triste e di profondo dolore esistenziale, la sofferenza psicologica di un intimo sentimento. La tristezza è il filo rosso della composizione poetica che consente al poeta di mostrare agli occhi del lettore tutto il suo dolore psichico per un sentimento controverso.
Questa atmosfera che non ha mai conosciuto momenti di facile abbandoni, diventa una riflessione esistenziale di un’anima solitaria tormentata dall'angoscia, dal dolore metafisico, dal pensiero della morte, come nei versi de La canzone semplice dell’esser se stessi:
  <<Provo ad essere solo.
     Trovo la morte e la paura>>.
Sono aspetti tenebrosi e lancinanti dell’agognata solitudine a prendere forma e visibilità in questi versi oscuri e indecifrabili.
 Il precedente climax melanconico si fa più intenso nei versi che seguono: la paura della imminente morte del poeta è vissuta e descritta con parole semplici e dolorose. La paura che diventa <<oscenità>>, e che fa naufragare in un mare di <<alcool>> persino le memorie più care, come in Nait II: 
<<Se bere un whisky è versarlo
   sull'arso terriccio della propria tomba
   dove l’oscenità canticchia assassinata
   dall'ombra d’un cane o dalla furia della ragione
   trofei d’occhi inespugnati
   come fregi di antiche stamperie
   si scioglieranno nell'alcool […] >>.

La poesia, qui, come possiamo osservare, propone due aspetti della morte. Il primo è la morte ventura del poeta (<<la propria tomba>>); il secondo definisce  la morte <<l’oscenità>>.  A una morte umiliante, legata alla morte del corpo e dell’anima, si oppone una morte, al contrario,  che <<canticchia>>. Per questo, più che eccesso di morte i versi denunciano diverse tonalità di malinconia.
 Proseguendo la lettura delle composizioni, noto che l’io poetico incontra spesso frammenti del quotidiano che rendono visibili la vitalità delle immagini emotive, le fragili solitudini e pezzi di ambienti esterni che correlano alle scene interiori.
 Nei versi successivi le parole ci danno immediatamente la possibilità di cogliere le varie tonalità emotive attraverso  gli aspetti caratteristici dei luoghi, che si trasformano in un canto triste, malinconico di un idioma dal tono lento, dosato ma non monocorde, che porta in scema gli atti semplici, rituali del quotidiano di un ambiente ben noto, come in: Foglie di tabacco:    
<<Una funesta mano con languore dai tetti
       visita forni spenti, le stalle in cui si desta
       una lanterna o voce impolverata.
       Come da un astro prossimo a morire>>.
 Comprendere, dunque, l’importanza della costante presenza nelle nostre attività quotidiane delle tonalità emotive nelle loro varie forme d’espressione, significa cogliere e descrivere le tensioni dell’anima non solo degli artisti, come nella testimonianza sofferta umana e poetica  di Vittorio Bodini , ma di ogni essere pensante che ha vissuto o vive  il mistero dell’esistenza.









domenica 2 dicembre 2018

L'AMORE E' UN'EMOZIONE MERAVIGLIOSA


Sin dai primordi filosofi, poeti e artisti si sono interrogati sul significato della parola amore e, quindi, anche in questi ultimi tempi è oggetto di interesse della psicologia.
 Ma che cos’è l’amore?
 Capita spesso sembrare incerti al riguardo e ci domandiamo, per esempio, se nutriamo amore o soltanto interesse fisico, se siamo davvero innamorati del nostro partner o è solo una moda, oppure può sopraggiungere di sentirci sottomessi in un rapporto che più che amore si è mutato in un’idea fissa e dolore psichico, o in altre circostanze, la relazione è diventata un vero campo di scontri quotidiani e l’emozione di rabbia sembra tessere il legame più resistente.
 Per capire il significato dell’amore prima di tutto è essenziale distinguerlo dall’innamoramento. Quando siamo innamorati mostriamo uno stato di coscienza trasformato: esaltiamo la figura dell’altro, siamo gioiosi, ci pulsa energico il cuore quando siamo con lui o lei. Allorché queste sensazioni cessano non significa che l’amore è terminato, probabilmente siamo passati a uno stadio dell’amore adulto.
 Secondo gli studiosi la coppia vive differenti periodi per quanto riguarda l’amore: il primo periodo coincide con l’innamoramento, la coppia vive un periodo di sintonia sentimentale, in cui la mitizzazione dell’altro e massima, si pensa a lei/lui come l’anima gemella, l’oggetto che può accontentare ogni proprio desiderio e per il quale si smarrisce la ragione; dopo segue un lasso di tempo di disillusione, contraddistinto dalla tristezza e dalla rabbia, derivato dalla scoperta della diversità dell’altra/o.
 In questo particolare periodo cominciano i primi segnali di incomprensione, possono arrivare attacchi d’ansia, si inizia a pensare alla necessità di realizzare una giusta distanza. Una buona elaborazione delle ostilità esistenti in questo periodo ha la possibilità di passare a quello successivo, il periodo dell’indipendenza, nel quale la coppia avverte la necessità di venir fuori dal nucleo a due e di sondare l’esterno .
 È questo il momento più complicato nel periodo della coppia e quello più a repentaglio di frattura poiché può accadere  l’infedeltà. Se questo periodo di instabilità psicologica viene abilmente superato si passa all’ultimo periodo, quello dell’indipendenza in cui il partner è accettato nei suoi difetti e accade un riavvicinamento che può ammettere il risuscitare di nuovo la voglia della passione.
 Oltre questi particolari periodi, validi in linea generale per ogni coppia, la difficoltà della vita sentimentale è congiunto a diverse variabili: la vita adulta è un prodotto delle esperienze primitive, dei rapporti parentali e delle relazioni sociali importanti che s’incontrano nel cammino quotidiano, del rapporto che si ha con se stessi e il proprio corpo, del grado di auto stima e di accettazione del proprio essere e della tendenza a fidarsi all’interno di una relazione.
 Finora abbiamo detto che ci sono epoche in cui nella relazione ci innamoriamo, altre nelle quali creiamo attacchi d’ansia e altre ancora dove si riaccendono fervori passionali.
 Ora esaminiamo brevemente come nella relazione cerchiamo di sanare le eventuali fratture psico-sentimentali; spesso infatti utilizziamo l’amore, quello vero, come sviluppo di risanamento.
  Si osservano coppie che si incontrano nel dolore psichico e, unitamente, sanno trasformarlo in qualcos'altro, si osservano coppie che si incontrano in ciò che desiderano, e a volte deflagrano. Per farla breve, la psicologia dell’amore segue- diciamo forse - le nostre leggi nevrotiche.
 Certamente  ciò che rende diverso l’amore dall'Amore sincero è la coscienza limpida che noi mettiamo nella relazione: non è assolutamente errato cercare di guarire una ferita sentimentale attraverso una relazione d’amore, chiedere all'altro di alimentarci dove avvertiamo ancora la fame di sentimenti, ma è essenziale essere consapevoli di ciò che si sta compiendo in modo da trasformare il nostro amore nevrotico in Amore vero, quello con la A maiuscola.
 Proviamo a renderci la quotidianità più semplice, lasciamo andare via quell'amore che ci delude, l’amore che non ci soddisfa, che genera tristezza, rabbia , vedetta.  Proviamo invece ad individuare l’amore vero, sincero, quello che ci rende la luce del mattino più splendente di quella che è.  
                                                                 

.

sabato 17 novembre 2018

IL PERDONO, UN SENTIMENTO POSITIVO


Perdono è un termine che nella sua eccezione letteraria significa: remissione di una colpa e del relativo castigo, Il Nuovo Zingarelli. È, quindi, una rinuncia, un’agevolazione che si offre a colui il quale compie ciò che non avrebbe dovuto compiere.
  Da quanto appena detto si può comprendere come il perdono è un modo di procedere che include la consapevolezza della vittima di aver subito una vessazione tuttavia si preferisce volontariamente di passare oltre la punizione e di mettersi in un atteggiamento diverso.
 La capacità di perdonare insita in ciascuno di noi nel corso dell’esistenza si modifica e non rimane stabile negli anni. Secondo alcuni ricercatori una persona è motivata a perdonare a seconda di un momento particolare dalla vita: il perdono è possibile quando la vittima è risarcita del danno subito; il perdono è possibile per la presenza di regole morali, religiose e sociali che condizionano la persona; il perdono è utile perché concede di vivere in armonia nel contesto sociale.
 Quando si tratta di capacità di perdonare non si mette in atto rapporto solamente a quel comportamento di compassione e benevolenza che la vittima di sopraffazione  sceglie liberamente di riservare al trasgressore, ma concerne anche il comportamento che una persona può avere verso se stesso nel caso che sia responsabile di un atto nocivo verso altri soggetti. Bisogna distinguere infatti il perdono in rapporto alla sorgente della violazione: si può essere vittime di un’offesa e quindi in questa circostanza il perdono sarà diretto verso terzi, ma si può essere i responsabili di un’offesa e sentirsi colpevoli del proprio comportamento, in questa circostanza il perdono deve essere rivolto a se stessi.
 Sembra giusto aggiungere che chi commette un danno per altre persone è un soggetto con emozioni e sentimenti, e molte volte ci si può diventare responsabili  di causare dolore ad altri senza alcuna intenzione. In questo caso particolare il trasgressore si può sentire in colpa per il suo operato maldestro e non perdonarsi di aver procurato sofferenza psichica. L’insufficienza di perdonare se stessi per aver compiuto una grave violazione si collega a sentimenti molto penosi di colpa, rammarico, vergogna e disagio invece nel danneggiato che patisce un’ingiustizia le emozioni consuete sono rabbia e avversione.
 Negli ultimi decenni la psicologia si è interessata al perdono in particolare quando alcuni ricercatori rilevarono una stretta relazione tra perdono e benessere psichico. Saper perdonare, quindi, può rappresentare un mezzo per favorire il benessere psicologico, limitando il vortice di emozioni negative che si intromettono quando patiscono un torto, ovvero riducendo la rimuginazione, il rancore, la rabbia e tutte quelle emozioni negative che non soccorrono positivamente una vessazione subita ma al contrario ne danneggiano ancora di più la salute psicofisica.
Sappiamo che, secondo la visione cognitiva ed emotiva, il sentimento del perdono può accadere soltanto dopo che è stato messo a tacere la rabbia, il  desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha subito l’oltraggio. L’atto del perdono è solo l’ultimo segno che interessa questo lungo e articolato processo di preparazione di un fatto avverso avvenuto.
 Come già detto, l’abilità di perdonare al di là di esibire benefici sulla prosperità psicologica, pare avere conseguenze positive pure sulla salute fisica. Differenti ricerche hanno infatti documentato come provare per diverso tempo emozioni negative quali rabbia, ostilità, risentimento accresce l’efficacia di disturbi cardiovascolari.
 Il modalità, dunque, in cui il perdono potrebbe favorire la salute psicofisica è inerente alla diminuzione di rabbia e ostilità incoraggiando emozioni positive quali benevolenza, compassione e amore.  

sabato 3 novembre 2018

IL COMPAGNO DI BANCO



Marco bussò alla porta della aula quinta “B” e alla risposta <<Avanti>> si affacciò timidamente, guardando in direzione della cattedra. La maestra gli fece cenno, con la testa, d’entrare e, come se nulla fosse accaduto, continuò il suo discorso iniziato da un quarto d’ora. Marco sgattaiolò al suo posto con la testa china e mentalmente di preparava a subire passivamente  la razione quotidiana di benevole rimprovero della maestra. A questi richiami egli si era abituato. Marco lo sapeva benissimo d’essere un ritardatario abituale, ma cosa ci poteva fare? All'età di sette anni aveva perduto il padre in un incidente stradale e da cinque mesi gli era venuto a mancare improvvisamente la madre. Era rimasto, così, con il fratello diciassettenni e la sorella quindicenne, i quali, per sopravvivere, andavano a lavorare presso un’azienda agricola distante dieci chilometri dal paese. Pertanto, ogni mattina  loro due si alzavano molto presto, preparavano una frugale colazione e prima di andare via, alle sei e trenta svegliavano Marco.
 Ma il bambino si attardava sempre di qualche minuto, specie quando il brontolio dello stomaco vuoto e il freddo pungente del mattino lo invitavano a rimanere intanato sotto le coperte, al caldo. Così, tra uno sbadiglio e un cambio di posizione, riprendeva sonno; e questo era il sonno più bello in quanto ritornava in campagna con i genitori a giocare e a respirare l’aria  satura degli odori del pane e della focaccia che la nonna cucinava nel forno a legna.
 Spesso, però, il sogno veniva interrotto dal richiamo di una vicina di casa, che aveva l’incarico di guidarlo e di preparargli un piatto di minestra a mezzogiorno. In quel momento Marco odiava tutti, fratello, sorella, vicina e persino la scuola, perché loro complottavano per sabotargli gli unici momenti belli della giornata. I parenti, la vicina, la scuola e la maestra potevano attendere, c’era tutta la giornata da trascorre insieme, invece con mamma e papà poteva giocare, tenere a bada la fame solamente quando era a letto: ecco perché Marco indugiava al mattino tra le lenzuola ruvide di tela.
 Quel mattino, però, la maestra non lo rimproverò, e ciò gli sembrò molto strano; tuttavia, quel segno lo ritenne un buon auspicio. Che le cose stavano cambiando in suo favore? o forse la maestra non voleva turbare il silenzio e l’aria di mistico ascolto, che si erano creati nell’aula?
 Marco cercò di seguire le parole della maestra, ma non capiva un granché. Sbirciò sul sussidiario del compagno di banco, ma continuava a non capire. Allora si decise di chiedergli sottovece:
<<Angelo, a che pagina state leggendo?>>.
<<Pagina quindici>> gli sussurrò. Poi, aggiunse:<< Quel paragrafo a destra, “La piccola vedetta lombarda”, infondo alla pagina, accanto a quell'immagine del bambino che sale sull'albero>> .
 Marco seguì le indicazioni e guardò il ritratto, attentamente. Quell'immagine gli ricordava qualche avvenimento già vissuto; sì, ma dove? Mentre pensava fu colpito in modo particolare da una frase della maestra, che diceva presso a poco così…<<sulla cima dell’albero avviticchiato al fusto con le gambe, tra le foglie, ma il busto scoperto, il sole gli batteva sul capo biondo…>>.
 Ecco, ora ricordava. Anche lui nei mesi estivi si arrampicava sugli alberi di fico per cogliere i frutti maturi. Lui sapeva di quali alberi fidarsi. Farsi male in campagna era frequente e ritornare al trullo con la testa rotta erano guai seri.
 Il suono della campanella annunciò la fine della lezione e l’inizio della colazione. L’aula divenne un ribollire di suoni. Angelo sfilò dalla cartella sotto la banco il panino avvolto in una carta crespa. Lo addentò. L’unico indifferente agli avvenimenti che gli accadevano intorno era Marco
<<Tu non mangi?>> gli chiese Angelo, notando l’insolito comportamento del compagno di banco.
<<No, non ho fame>> rispose con lo sguardo fisso sul banco.
 Angelo esitò qualche secondo, poi afferrò il panino con entrambi le mani e lo divise in due parti.
<<Toh!, prendi>>, gli uscì con voce decisa.

sabato 20 ottobre 2018

IL TEMPO DELLA GIOVENTU' INTERVENTO


IL TEMPO DELLA GIOVENTU’
(IL ‘68 E DINTORNI)         
DI ENRICO CASTROVILLI – ED LIBELLULA
QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA LETTURA DI BENITO D’ AGNANO
_
Sono abituato da sempre ad appuntare di ogni libro letto le cose che ho trovato interessanti e di comunicarle, quando è possibile, all’autore  come ringraziamento per le ore di piacevole lettura che mi ha regalato.
Perciò, anche se può sembrare una ripetizione, visto che diversi altri hanno scritto in modo completo e puntuale sul libro del Dott. Castrovilli, evidenzio ciò che mi ha colpito di più.
Che sia un libro di formazione è molto evidente ed è stato notato da tutti.
La vita del protagonista si sviluppa secondo una direzione ascensionale della mente ed è imperniato sulla crescita, la maturità, la ricerca di se stesso e del proprio ruolo nella vita.
Una educazione familiare di valori e di responsabilità ricevuta da Carlo, il protagonista, lo costringe ad abbandonare gli studi per il lavoro, necessario al sostentamento della famiglia dopo la morte del padre. La volontà e la spinta interiore fanno si che possano coesistere in lui lavoro e studio, pur in presenza di problemi di salute.
La famiglia fa quadrato intorno a lui e lo sostiene con affetto e rispetto. E la povertà non diviene un alibi per non andare avanti. Un bell’esempio per le famiglie di oggi!
Nel leggere le pagine del libro mi tornano nella mente le reminiscenze scolastiche sulla vita di tanti grandi che hanno vissuto situazioni simili. Orazio afferma che la povertà lo aveva spinto a scrivere versi. E poi balza forte e potente la figura di Pascoli che non è fermato da nessun ostacolo:
“Da me, da solo, solo e famelico/ per l’erta mossi, rompendo ai triboli/ i piedi e la mano./ Piangendo si, forse ma piano”E rubo a Leopardi un verso: “Oimè quanto somiglia/ al tuo costume il mio”. Perché anche io ho dovuto fare lo stesso percorso ad ostacoli per giungere alla meta da me sognata. Il desiderio così pregnante di Carlo di fare l’insegnante, è portato a buon fine con la caparbietà dei giovani e con l’aiuto di un professore (così io)  che aveva a cuore la scuola e i giovani volenterosi.   Meraviglioso nel finale l’appagamento del sogno risolto in una semplice frase: “ Io vi dico che non andrò via da questa classe”. Classe da cui erano scappati via tanti altri docenti perché “terribile”, senza per ciò dover ricorrere alla violenza. E sapeva bene che per l’esercizio della funzione docente ci vuole autorevolezza, non autorità.
Questo libro si apprezza anche per le sue osservazioni sul Movimento Sessantottino.
Carlo vi prende parte con chiara coscienza. Ha capito che gli studenti hanno le loro ragioni, ma non condivide la lotta armata. E se vi prende parte lo fa contro la sua volontà ma si ritira presto per aiutare l’amico rimasto seriamente contuso in uno scontro.
Tante cose erano giuste, tante un po’ meno. Era giusto dare a tutti la possibilità di studiare di crearsi un avvenire, ma non era giusto che tutti andassero avanti senza nemmeno studiare ( il famoso 6 politico).    E lui non appartiene a questa categoria.
Il movimento era caratterizzato dallo spirito di ribellione verso il principio di autorità. E fu di portata internazionale.
Con il boom economico molti studenti provenienti da ceti popolari avevano intrapreso gli studi di ogni ordine e grado e il sistema formativo degli anni ’60-70 si trovò ad essere incapace di reggere l’urto della scolarizzazione di massa.
Ci fu l’occupazione degli istituti, specie quelli superiori, perché offrivano un istruzione elitaria.
Comunque si verificarono molti cambiamenti sotto la spinta della contestazione. Carlo ci passa in quella tempesta. E pianta la sua bandiera tanto agognata in cima al monte.
Il libro è davvero un gioiello di valore inestimabile per la formazione dei giovani. E’ un percorso che mostra con chiarezza tutta la bellezza del sogno e tutta la crudezza delle spine poste ad intervalli lungo la strada che si possono superare solo con il supporto di una educazione familiare solida ed una volontà che deve divenire passione.
Una scrittura attenta ad evitare ogni manierismo, semplice ed elegante, ricca di immagini e di riferimenti storici chiari e precisi, rende la lettura coinvolgente e piacevole come una ventata di aria fresca nella calura. E’ un libro che si legge senza accorgersi e senza interruzioni, talmente penetra nel lettore e ne sollecita la sensibilità e le corde delle emozioni.       L’autore, oltre che laureato in Lettere, lo è anche in Medicina ed in Psicologia. E’ un punto di riferimento importante della Psicocritica.
Conosce molto bene la psiche umana con tutti i suoi risvolti comportamentali ed emotivi.
Il libro perciò accompagna il lettore anche nel dedalo delle emozioni spiegandone origine e manifestazioni. Ed  offre piacevolezza e soddisfazione.
Ognuno può avvertire nel testo consonanza fra l’autore e parte di se stesso che, nel medesimo tempo, lo spinge verso nuovi contesti emozionali.
San Vito dei Normanni, 15 ottobre 2018-
                                                                                                       Benito D’Agnano

IL PUNTO  ANNO XLVIII n°11