mercoledì 14 agosto 2019

L’ABBANDONO È UN’EMOZIONE DA CONOSCERE

 La paura di essere abbandonati è un’esperienza abbastanza comune tra le persone, ovvero il timore di rimanere soli, per sempre privi di un legame affettivo, senza che nessuno si occupi di loro. Ciascuno di noi, infatti, può avvertire il timore di essere abbandonato, ma in linea generale la maggior parte ci convive senza alcuna conseguenza specifica.
 Alle volte questa paura non è correttamente amministrata e di conseguenza si tramuta in vera e propria sindrome tramite l’espressione di un disagio psichico fino all'angoscia più nera o alla depressione.
  Questa emozione può colpire sia i bambini (in modo particolare verso la figura materna), sia gli adulti. Si ha paura che la persona cara possa andare via o addirittura morire e si rimane sempre della certezza che nonostante il tutto proceda bene prima o poi si finirà soli. Ci si avverte uno stato emotivo dipendente dall'altra persona e non si ammettono le separazioni, anche di breve durata, per la paura di non avere più la relazione d’ intimità.
 Predisposizione naturale o famiglie in cui lutti o veri abbandoni sono stati trascurati o peggio ignorati, questi elementi possono causare nei componenti la sindrome che procura una disposizione patologica di cui non si riesce più a controllarla.
 Nella persona adulta che patisce di sindrome dell’abbandono è come se dominasse un pezzo bambino che necessita di cure. Quel bambino triste costituisce la parte infantile che è stata trascurata emotivamente. Non ci si rende conto che le cure verso quel bambino trascurato possono essere offerte dall'adulta che è diventata.
 Da tale fragilità interiore si palesano tutta una serie di comportamenti nocivi che mirano a esorcizzare l’abbandono da parte dell’altro: gelosia morbosa, controllo esagerato, ricatti morali, annullamento di sé e la perdita d’ imparzialità nei riguardi della relazione. Tutti indicatori che se non sono tenuti adeguatamente a bada vanno  inevitabilmente a concludersi in una dipendenza affettiva con tutte le conseguenze che molto bene conosciamo.
 Per poter superare un abbandono occorre il tempo solamente se impariamo a
utilizzarlo: serve per apprendere la radice del dolore, serve per capire come mai viviamo un allontanamento come un abbandono, serve per comprendere che inutili sensi di colpa ci allontanano solo dal cuore del problema, serve a prendere coscienza delle proprie responsabilità, che non significa necessariamente colpe. Il tempo serve a superare l’abbandono quando quello spazio temporale a nostra disposizione impariamo ad attraversarlo, quando apprendiamo a contattare il tempo in cui si è verificato quello specifico abbandono remoto che ci impedisce di svolgere le nostre attività quotidiane e i nostri rapporti sociali in modo sereno, quando impariamo a vivere i nostri rapporti interpersonali senza caricarli del fardello dei nostri fantasmi.
 Certamente l’abbandono è un’emozione che si può superare, tuttavia non esiste un unico metodo per metterlo in atto, pertanto non facciamoci incantare da patetici video o da moltissime ricette che ci narrano con voce suadente il modo con cui guarire le ferite. Per poter superare un eventuale abbandono ognuno di noi deve poter trovare il metodo di guarire la propria ferita. Che scotta terribilmente. Ma a bruciare non è la perdita attuale della persona amata o di un lavoro, ma il dolore remoto che quello attuale ha soltanto risvegliato.
 Superare l’abbandono è possibile, realizzabile, bisogna trovare la forza dentro di sé per mettersi in discussione, per andare a cercare un modello diverso di affrontare le avversità della vita. Per cui, percepiamo la rabbia, la tristezza o la gelosia quando arrivano, senza forzarci di mandarle via, solo così verranno messe in campo nuove energie psichiche per trovare le soluzioni più giuste per noi.
 In questo modo, scopriremo che mentre si chiude una porta, si aprono nuove possibilità, ad esempio, si ripropone un incarico di lavoro che aspettavamo da tempo o arriva una certa telefonata inaspettata che apre nuovi orizzonti, interessi  o modi di essere.

lunedì 15 luglio 2019

EGOISMO, EMOZIONE DA CONOSCERE


Per la maggioranza dei giudizi l’egoista  è colui che pensi in assoluto a se stesso,  facendo in modo da raggiungere un favore personale, spesso a danno di altre persone.
 L’egoismo autentico si rivela in molti comportamenti di vario genere, ma alla sua base c’è una visione molto opportunistica e focalizzata su se stessa, la quale convince la persona a muoversi solo quando vi è la sicurezza che ne deriverà un utile personale.
 Purtroppo, però non termina qui. L’egoismo, infatti, si può manifestare anche in forme più ambigue e dannose, e ciò accade quando pur di ottenere un vantaggio personale si è disposti a mettere sotto i piedi le altre persone. L’egoismo può quindi sfociare nell'invidia.
 Per la sua natura, l’egoista trascorre la sua vita in un circolo chiuso; sembra incapace di vedere e di ascoltare ciò che gli interessa personalmente: lui è il tutto e il restante non gli riguarda.
 Non è per nulla contento della vita che svolge quotidianamente e spesso preferisce stare da solo, sia per scelta che per forza. Insomma, il minimo che possiamo dire dell’egoista è che lui desidera trascurare il suo ambiente umano.
 Il rimprovero consueto fatto all'egoista è quello di amare se stesso per poter dare amore alle altre persone. Tuttavia, prima di confermare l’eccessivo amore che l’egoista prova per se steso, domandiamoci invece se effettivamente si amano davvero. E, nel caso opposto, da dove proviene il fatto di non avere alcun pensiero in mente che loro stessi?
 Nei primi stadi di evoluzione, il bambino è basato soltanto verso la gratificazione dei propri bisogni: essere accudito, nutrito, stimolato, consolato, amato. Si tratta di circostanze insostituibili per la sopravvivenza. È soltanto dopo aver raggiunto un minimo d’ indipendenza che il bambino si schiuderà man mano a un ambiente sempre maggiore (dalla madre ai componenti della famiglia), dalla famiglia alla scuola materna, e così via. 
 Comunque, per rendere favorevole che questa progressiva apertura verso l’esterno sia priva di ogni tipo di ostacoli, è essenziale che il bambino abbia ricevuto una buona dose di amore per credere in se stesso e per volersi bene. Solo in questo modo egli potrà iniziare a restituire l’amore che ha ricevuto per primo. In caso contrario, il bambino può restare bloccato a questo stadio di sviluppo in cui pare che il mondo intero sia diretto esclusivamente verso di lui.
 Insomma, la persona egoista che si prende ogni bene per vantaggio personale non prova nessun godimento nello scambiare e nel donare affetto. Questa persona è priva d’amore per se stessa, anzi, si affligge per il motivo opposto. La sua avidità, la necessità urgente di togliere alla vita ciò che potrebbe ottenere in modo diverso, un buon segno è sicuramente non quello di un’abbondanza d’amore verso se stessi, ma quello di una difficoltà a credere in se stessi.
 Non è, quindi, l’amore per se stessi all'origine dell’egoismo, quanto piuttosto l’attaccamento più o meno patologico a un’immagine superata di sé, quella del bambino stupendo cui non deve mai mancare nessuna cosa.
 Ci possiamo liberare dall'egoismo?
Secondo la psicologia sì. Per prima cosa bisogna prendere coscienza di questa forma di fragilità psichica e delle conseguenze negative che genera a se stessi. Soltanto in quel momento sarà possibile liberarsi poco la volta dal circolo vizioso in cui l’egoismo ci mantiene rinchiusi, tipo: dagli altri non ci aspettiamo niente di buono…accettiamo ciò che l’occasione offre…spesso permetto che mi raggirino e così via.

lunedì 1 luglio 2019

FOBIA UN’EMOZIONE NEGATIVA


 La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per oggetti, situazioni, animali, persone che non rappresentano una reale minaccia e con cui gli altri individui si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Le più frequenti sono le fobie sociali, come la paura di parlare in pubblico e le fobie specifiche, come la paura di volare, degli insetti, dei cani,  gatti e così via.
 Il soggetto affetto da una fobia è perfettamente conscio di riconoscere che la sua paura  è assurda e che non dipende da un reale pericolo dell’oggetto, attività o condizione temuta, ma che i suoi motivi  si trovano altrove, ossia nel proprio percorso evolutivo,  nonostante  molti  privilegiano convivere con fobie angosciose e limitanti invece di capirne le origini e liberarsene, avendo timore anche nei confronti di un altro percorso che lo conduce non soltanto di liberarsi dei sintomi molesti ma pure delle nuove  limitazioni a essi congiunti, venendo a conoscenza delle cause.
 Le fobie, quindi, non sono altre che paure ingiustificate di animali o di una particolare situazione, il contatto con i quali determina nella persona una intensa reazione di paura o angoscia.
 Una persona che soffre di una fobia, come ad esempio la paura dei gatti e  ragni, può accadere di essere sopraffatta dal terrore, al solo pensiero di entrare in contatto con un piccolo e docile animale, come un gattino anche neonato o pure con una timida lucertola. Questo succede pure per azioni svolte in modo naturale da moltissime persone (passare per un luogo aperto, andare in un negozio, partecipare a un congresso e così via). Pertanto se la persona, ad esempio, soffre di claustrofobia entrerà in un esagerato stato d’ansia fino al terrore, al pensiero di essere costretta a entrare in un treno o nella metropolitana perché la paura di cui diventerà preda, sarà quella di non poter uscire come vorrebbe se all'improvviso ci fosse un pericolo.
 Le persone colpite da disturbi fobici, sono coscienti dell’assurdità del loro disturbo, ma nel contempo non hanno la forza di controllare la loro paura. L’ansia generata dalla fobia, rivela una serie di espressioni a livello psicofisiologico.
 A tale livello i sintomi più comuni sono i seguenti: vertigini, extrasistole, tachicardia, disturbi gastrici con nausea, diarrea, senso di soffocamento, malanni urinari, rossore, sudorazione eccessiva, tremore e spossatezza.
 Un comportamento particolare che mettiamo in atto quando abbiamo paura è quello della fuga dalla situazione temuta, che negli uomini delle caverne era finalizzato alla propria salvaguardia. D'altronde, quando si ha paura di qualcosa, si sta male ed è abbastanza normale voler fuggire: la fuga è un’ottima tattica di emergenza.
 Sin qui abbiamo parlato di fobie specifiche, resta di analizzare brevemente quelle di origine sociale.
 Per fobia sociale s’intende la paura di prendere iniziative di fronte agli altri, nel   timore che il proprio agire possa mostrarsi sgradevole o umiliante per colui che le fa e di ricevere come esito dei giudizi negativi. In breve consiste in una fobia che porta a evitare all’incirca la maggioranza dei momenti sociali, per paura di commettere  qualche azione errata e di conseguenza essere giudicati male per questo. Le persone affetta da fobia sociale,  temono circostanze in cui sono costretta a produrre qualcosa davanti agli altri, come per esempio presentare una relazione o semplicemente parlare con amici ma spesso solo magiare o fare una telefonata in presenza di altri. Le persone con fobia sociale sono moltissimo timorose che i segni della propria ansia siano o diventino manifesti agli occhi degli altri, come la loro tendenza ad arrossire e sudare facilmente, oppure avere degli attacchi di aritmia cardiaca.
 Per concludere un consiglio utile per affrontare fobie è quello di fare una lista delle situazioni o delle paure che limitano la nostra vita e che desideriamo superare: immaginate ad esempio quella specifica situazione e analizzate attentamente le possibili reazioni. Qual è l’azione che ci fa più paura? Come possiamo superarla senza fuggire? Quali sono i nostri punti fragili, ma anche le nostre potenziali energie interne?
 Successivamente proviamo a esporci in modo graduale alle situazioni che causano la fobia, valorizzando i risultati ottenuti, per quanto minimi. Occorre essere decisi nel perseguirli e premiarsi ogni qual volta che se ne ottiene un successo. Anche un piccolo risultato positivo è già una grande vittoria.

sabato 15 giugno 2019

IL DISPREZZO UN’EMOZIONE SOCIALE

 Il disprezzo è un’emozione che viene espressa in modo prevalente nelle situazioni d’ interazione sociale. Secondo gli studiosi il disprezzo verso un’altra persona è provocato soprattutto da comportamenti trasgressivi di norme morali o convenzioni sociali, dal tradimento della fiducia, da aggressività e violenza, da atteggiamenti immotivati di superiorità, da sincerità e falsità. Si è anche constatato che vi sono differenze significative tra maschi e femmine nello sperimentare disprezzo: per i maschi il tradimento della fiducia e atteggiamenti immotivati di superiorità sono le cause scatenanti più frequenti; invece per le donne i motivi scatenati più rappresentati sono le trasgressioni di norme morali e la falsità.
 Si tratta, quindi, di una emozione sociale che si attiva quando il suo scopo è minacciato.
 L’oggetto del disprezzo è il comportamento della persona in alcuni atteggiamenti particolari che richiama un giudizio morale che porta al dissenso.
 Il ricevente è l’individuo che rivela comportamenti giudicati negativi, ha atteggiamenti di superiorità o tradisce la fiducia. Allorquando questo succede, si ritengono danneggiati, per guanto riguarda la collettività,  gli obiettivi sociali (conservare  le regole della società), morali (la religione), legali oppure in uno specifico gruppo di appartenenza, gli scopi specifici del gruppo stesso e ci si prepara a scontrarsi con un avversario ritenuto pericoloso. L’individuo o il gruppo, ritenuto responsabile di un simile comportamento è riconosciuto disprezzabile per quel specifico comportamento ed esprimendo  disprezzo, non si permette più il ripetersi di quella condotta.
 Lo scopo della persona oggetto di offesa è quello di salvaguardare le norme morali e gli accordi comuni della società, o del gruppo di appartenenza, da quei soggetti che possono comprometterle; il disprezzo è un’emozione adeguata alla loro difesa all'interno della comunità o di un terminato gruppo di appartenenza.
 Possiamo individuare il disprezzo sul volto di un nostro interlocutore?
 Certamente sì, anche se spesso lo possiamo confondere con il sorriso. Tuttavia questo è un errore frequente commesso da chi non conosce il linguaggio del corpo in generale.
 Inoltre, il disprezzo è un’emozione differente dal disgusto, infatti è possibile mostrare disprezzo verso le persone (simultaneo innalzamento e allargamento del labbro superiore su un unico lato della bocca), ma non lo possiamo mostrare verso i cibi.
 Non si prova disprezzo neanche per odori e oggetti.
 Possiamo avvertire un cattivo odore, in quel caso si può provare disgusto, ma non disprezzo; forse il disprezzo è collegato con chi è portatore di un odore sgradevole, ma mai nei riguardi di un odore in particolare. Il disprezzo si manifesta quando ci troviamo di fronte a situazioni ritenute immorali, e si prova un senso di superiorità rispetto a chi ha compiuto l’azione fuori dalle regole.
 A questo punto del nostro discorso, possiamo concludere dicendo che l’emozione del disprezzo consente alla persona di modulare, rendendole più funzionali, le proprie relazioni sociali e di confrontarsi, anche nell'immediatezza del vissuto emotivo, con i valori e norme di comportamento socialmente condivisi

sabato 1 giugno 2019

LA VIOLENZA PSICOLOGICA


Secondo l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la violenza è “qualsiasi atto che può provocare, danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione e la deprivazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che privata”.
 Le forme più comuni di violenza sono:
Violenza fisica, Violenza psicologica¸ Violenza sessuale, Violenza economica, Violenza familiare: varia combinazione di violenza fisica, psicologica economica e sessuale agita all'interno dell’appartamento da persone con cui si convive.
 Per quanto ci riguarda, in questo spazio analizzeremo la sola violenza psicologica in quanto essa non sempre è individuata anche dalle stesse vittime come un atto violento. Invece è necessario riconoscerne l’importanza, non soltanto  perché anticipatore di altri tipi  di violenza tra cui quella fisica, ma anche perché di per sé causa di sofferenza e disagio in chi la subisce.
 La violenza psicologica si organizza vicino a particolari comportamenti e/o atteggiamenti che si ripetono e si rafforzano nel tempo; una serie di piccole violenze che in linea generale  aderiscono al seguente modello: tutto comincia con il controllo continuo dell’altro, si passa poi alla gelosia e alle molestie insistenti, sino a giungere alle umiliazioni e al disprezzo.
 Il controllo si può tramutare in un comportamento esageratamente geloso, all'incirca patologico, contrassegnato da sospetti continui ed infondati. Il partner diviene un oggetto da possedere in modo privilegiato, non è riconosciuto come una persona diversa da se stesso.
 Molto spesso, nell'ambiente della violenza casalinga, il controllo sulla donna è conservato grazie anche al suo continuo isolamento: le viene impedito di svolgere attività lavorativa e di avere una propria vita sociale, di frequentare gli amici, d’ intrattenere rapporti con conoscenti e con la famiglia, al fine di renderla totalmente dipendente dal partner, in questo modo che non sfugga al suo controllo.
 L’isolamento è al tempo stesso causa e conseguenza dei maltrattamenti; in queste particolari situazioni le donne parlano a volte di sentirsi prigioniere.
 Un piano alla base della violenza psicologica è edificato dalle critiche mortificanti con lo scopo di rendere fragile l’autostima della persona, a dimostrarle che è carente di valore, ad esempio la persona  può essere screditata per quello che svolge, può essere accusata di pazzoide, criticata  riguardo al suo aspetto fisico o peggio alle sue capacità intellettuali. Continuare a svilire, umiliare, ridicolizzare, sono gli atti specifici della violenza psicologica.
 A volte, quando le critiche e le umiliazioni riguardano in modo particolare la sfera sessuale, queste generano un senso di vergogna che diventa un ulteriore ostacolo al chiedere un aiuto esterno.
 Inoltre la violenza psicologica può comprendere anche minacce o atti intimidatori quali lanciare o rompere gli oggetti, sbattere le porte e così via. Tali comportamenti hanno lo scopo d’ intimidire l’altro, minacciandolo della propria capacità fisica di fare del male a se stesso e agli altri.
 La minaccia del suicidio è una violenza di massima gravità perché porta il compagno a sentirsi responsabile delle azioni dell’altro e a dover restare fermo per la paura delle possibili conseguenze di qualsiasi sua scelta.
 La regolare critica quotidiana e i continui insulti alla persona, maschio o femmina poco importa, minacciano la sua autostima. Sentendosi continuamente disprezzata, essa stessa inizia a disprezzarsi e a sentirsi non degna di essere amata e rispettata.
 Va da sé che mentre gli esiti della violenza fisica sono subito individuabili e agevolmente diagnosticabili, è certamente più difficile rendere visibili quelli causati da una violenza psicologica. Vi è, ancora, qualche difficoltà a individuare le violenze psicologiche stesse, giacché i loro confini non sono così definiti: una stessa azione può prendere su di sé significati diversi a seconda del contesto in cui si inserisce e a seconda della persona che la valuta.
 Infine, la violenza psicologica spesso è negata sia dall'aggressore che dai testimoni; mancano elementi che provano la realtà di ciò che la vittima subisce e questo fa sì che la stessa persona che ha subito la violenza dubiti di ciò che prova.     

giovedì 16 maggio 2019

LA GENTILEZZA UN SENTIMENTO POSITIV









 Nella psicologia la gentilezza non è intesa come un segno di debolezza psichica, ma anzi una manifestazione di forza. Essere in grado di rivolgersi alle altre persone con un sorriso,  far vedere la propria disponibilità, praticare alcune regole maltrattate  della buona educazione quali per esempio aiutare una persona in difficoltà, significa attestare le proprie aspirazioni e ideali, senza soccombere alla seduzione della prepotenza e dell’egocentrismo, ma portando rispetto agli esseri umani.
 L’importanza della gentilezza come qualità vitale è una conoscenza arcaica. La filosofia e le religioni la rappresentano come una particolarità dello spirito aderente alla tranquillità interiore, all'equilibrio e alla coscienza di sé. Una predisposizione psicologica che possiamo perdere nel percorso della vita per le insoddisfazioni, le ferite e i dispiaceri che, normalmente, sono presenti nella nostra crescita psicofisica.
 Infatti, i rancori, le paure infantili persistenti possono trasformarci in esseri egoisti e tenebrosi, oppure boriosi e diffidenti. Le persone tristi, rancorose smarriscono, unitamente  alla luce dell’intelletto, quello della gentilezza. Senza averne coscienza, subiscono l’influenza negativa di abitare in un mondo maleducato, dove necessita farsi largo, prendere in giro, falsificare per continuare a vivere.
Va da sé che l’inettitudine di essere gentile significa una anomalia vitale, psicologica e morale, su cui non abbiamo l’abitudine di ragionare, nel mentre corrode dall'interno e dal profondo della nostra esistenza, sino al punto a nuocere, anche l’ambiente sociale, l’eventualità di una comunità più florida e più inserita.
 La persona gentile invece sa perfettamente di essere sincera e corretta, dà prova di apertura mentale e di prestare attenzione e conosce la qualità della fiducia e dell’alternanza. Probabilmente queste proprietà a certi individui potrebbero sembrare illusorie, o addirittura soprannaturali, ma è sufficiente far conoscenza almeno una volta nella vita di una persona gentile per rendersi conto che il tutto corrisponde al vero.
 In una società come la nostra, infatti, dove si esaltano i pessimi comportamenti, le ambizioni e la faccia tosta è quasi normale che la gentilezza sia travisata come innocenza o bollata come segno di fragilità psichica. La persona gentile può attendersi freddezza e ingratitudine, ma ciò non ci deve allontanare dal coltivare una vocazione che, in sostanza, dà in dono quella serenità e quell'amore sincero cui desideriamo come esseri umani.
 In ambito psicologico, quindi, la gentilezza si collega al benessere, alla creatività e alla stabilità emotiva. Infatti, la persona che sviluppa un comportamento positivo realistico e senza riserve rispetto alle altre persone è più resistente agli episodi critici del ciclo vitale, e ha più possibilità di sviluppare le proprie capacità e rendere possibili le finalità personali e professionali.
 Insomma, essere gentili è una semplice azione quotidiana come, ad esempio, una telefonata a un conoscente in difficoltà, fare un complimento a qualcuno e così via, esempi questi di piccoli gesti, che possono portarci al valore della gentilezza e rendere possibile e duraturo il nostro benessere psicofisico.
 Siamo, dunque, invitati tutti a promuovere piccole azione che generano benessere dentro di noi, un boomerang che viene generato dalla gentilezza e che torna al mittente arricchito di forza. Essere gentili è quindi una grande responsabilità che noi abbiamo non solo nei confronti di noi stessi, ma anche verso i nostri simili al fine di costruire un’ armonia positiva.

mercoledì 1 maggio 2019

L’ORGOGLIO EMOZIONE DOUBLE-FAC

  Le nuove teorie scientifiche definiscono l’orgoglio un’emozione con due facce. Se da un lato, infatti, l’orgoglio aumenta l’autostima individuale e l’abilità al risultato, dall'altro è incline di frequente a confondersi con l’arroganza e troppa sicurezza di sé, sino a essere registrato tra i sette peccati capitali.
 Con altre parole diciamo che definiamo orgogliose quelle persone hanno completa fiducia nelle proprie attitudini e potenzialità; ciò nonostante possedere un grado di autostima eccessivamente elevato e, di conseguenza, essere colmo di orgoglio, può finire in un eventuale concetto di superiorità riguardo agli altri, che alla lunga può rendere odiosi le persone.
 Tuttavia, l’orgoglio non è per forza un sentimento negativo, piuttosto, a volte è prospero e utile al nostro operare quotidiano, specialmente quando origina dalla evidente consapevolezza delle proprie capacità, delle mete raggiunte e dei risultati positivi che abbiamo ottenuto sino a quel momento. In questo particolare caso si parla allora di quell'orgoglio positivo, che occorre per farci ottenere una corretta autostima e che deve essere rafforzato e nutrito, in quanto che ci permette di vivere in accordo con noi stessi. L’orgoglio in salute mantiene i piedi ben bloccati a terra e apprendere ad averlo può essere di sostegno chi è eccessivamente ipercritico con se stesso a riconoscere le proprie capacità e ad iniziare il cammino che più ambisce.
Può accadere però che a volte un sano orgoglio si può tramutare in superbia. Ciò capita allorquando una persona si decanterà  in modo esagerato di sé, delle proprie attitudini e dei traguardi raggiunti.
  Quando le persone sono oltre misura orgogliose causano errori e diventano presuntuose, con il risultato che rimarranno da sole e isolate.
 Per evitare  pericolo d’isolamento, la persona superba deve apprendere a non mettersi in mostra, a non parlare in modo esagerato di se stesso, se non altro lì dove non fosse necessario, e ciò vale anche per coloro che stanno avvertendo una superba momentanea dovuta a una situazione d’ insicurezza, chiedersi perché si stia dicendo certi argomenti e se sia il caso di dirli, se quindi sia il posto e la persona giusta con la quale discutere è un legittimo metodo per evitare di coltivare la propria superbia.
 Come sin qui abbiamo messo in evidenza, un orgoglio moderato può essere un valido aiuto a farsi considerare, essere oltremisura orgogliosi conduce a conflitti e disaccordi e specialmente non aiuta nei rapporti umani.
 Occorrerebbe apprendere e porre il proprio orgoglio in un piano minore davanti alle circostanze in cui si viene a trovare a condividere argomenti vari con qualche altro di cui abbiamo stima e apprezzamento e quando prestiamo fede e diamo pregio al progetto che si sta approvando. In queste particolari circostanze porre da parte il proprio orgoglio non è un segnale di insufficiente fiducia e autostima nelle proprie certezze, ma indica dare rilievo all'altra persona e a ciò che in quell'attimo si è deciso di realizzare, sia se si discute di vita privata o di lavoro.
 Se al contrario questo accordo viene a mancare e non c’è la stessa energia di partecipazione nel progetto che si sta realizzando, ebbene possiamo anche restare sulle nostre posizioni e neppure scendere a espedienti.
 Certamente avvicinarsi all'altra persona, chiedere scusa e non dimostrarsi eccessivamente orgogliosi è anche un segnale di viva intelligenza.