domenica 1 marzo 2020

IL DUBBIO, TRA NORMALITÀ’ E PATOLOGIA


 Secondo gli psicologi nella società contemporanea vi sono forme di dubbio patologico piuttosto comuni (le prenderemo in considerazione di seguito); per altri studiosi, invece, il dubitare è abbastanza legittimo. Anzi, aggiungono, è basilare, constatato che è proprio sul bagaglio culturale del dubbio si è inserita la tradizione filosofica e scientifica dell’occidente. E il Cogito ergo sum di cartesiana memoria ne è il testimone indiscusso. E concludono dicendo che chi non fa domande, non giunge mai ad alcuna scoperta. Oltre al dubbio rimangano solamente il fanatismo, il dogma, la massima.
 Certamente, un dubbio è di questa natura proprio perché non vi è nessuna certezza, perciò in nessun caso il dubbio deve recare una condanna, difatti persino la nostra tradizione giuridica si fonda sulla presunta innocenza.
 In breve, un dubbio è un dubbio, e come tale può restare indefinitamente. È legittimo, anzi sano averne e non implicare alcuna presa di posizione. Senza schierarsi, non esiste contrapposizione e dunque non ha senso nessuno scontro. Tra i dubbiosi ci può essere confronto sincero, fecondo e aperto, proprio perché nessuno ama restare tra color che son sospesi. I processi naturali mirano in modo naturale a una risoluzione. Come un macigno che rotola giù dal colle, e prima o poi si arresta, così il dubbioso ama cercare di capire, perché vuole risolvere e trovare sollievo rispetto all'ansia dell’incertezza.
 Gli psicologi, invece, sostengono che la predisposizione dell’essere umano a trovare una spiegazione razionale a ogni problema, anche a domande da tralasciare per la loro assurdità, può diventare una insidia molto pericolosa.
 Cercare, infatti, di dare una risposta logica a un dubbio è come spalancare l’uscio, andare oltre l’ingresso, per poi trovarsi di fronte ad altre due porte con il bisogno di sceglierne una, di conseguenza aprirla, superarne la soglia, per trovarne di fronte altre tre, poi cinque, poi sette e così via.
 Accade ciò in quanto ogni risposta razionale a un dubbio, che non può essere districato razionalmente, nascono senza sosta altre domande la cui risposta genera altrettanti punti interrogativi, incrementando un circolo vizioso infinito. Logico esito: arresto totale dell’individuo nella sua vita quotidiana.
 Un dubbio spesso frequente negli adolescenti, a esempio, è quello riguardante l’inclinazione alla sfera sessuale:<<Sono etero, omo o bisessuale?>>.  È chiaro che la risposta a questo dubbio è insita nelle sensazioni avvertite di fronte a uno dello stesso sesso o di fronte a una donna e non tanto nelle argomentazioni.
 Va da sé che cercare di far chiarezza sulle proprie naturali tendenze sessuali proietta oscure ombre e alimenta i dubbi. Si tratta di un circolo vizioso tra pensieri e sensazioni che complica il problema invece di risolverlo.
 Il soggetto, cascato nel suo stesso tranello, è di solito portato a cercare ulteriori prove sul proprio genere sessuale, persino a mettere in pratica veri e propri esperimenti per verificare l’effetto su di sé, producendo ulteriori incertezze e confusioni, nella maggioranza dei casi accompagnate da “sensazioni di colpa o di disagi”.,
(G. Nardone, G. De Santis, Cogito Ergo soffro, Ponte alle Grazie, 2011).
 Un altro esempio di un sofferto cammino dell’individuo succube del dubbio, è in rapporto con la volontà e l’impegno di respingere razionalmente pensieri insinuatisi arbitrariamente che inquietano la tranquillità mentale. In questa circostanza la lotta è tra il pensiero e il pensare: cioè, tramite il pensare ragionevolmente si tenta d’ invalidare un pensiero illogico o semplicemente fuori luogo.
 Per concludere possiamo dire che il dubbio è normale, anzi possiamo aggiungere che può essere considerato un elemento sano, saggio, proprio perché indicatore di persona matura, che sa riflettere su quello che le sta accadendo, che sta facendo e si interroga su quale sia il gesto, l’aspetto e/o la risposta più adeguata.
 Il fatto importante è come sempre l’equilibrio: il dubbio “sano” spinge a riflettere e a trovare una soluzione soddisfacente.

sabato 1 febbraio 2020

LA PIGRIZIA UN’EMOZIONE SCOMOD


A volte quando ci svegliamo o durante la giornata dopo un periodo di duro lavoro, ci sentiamo stanchi più del solito, e pensando a tutto ciò che dobbiamo fare ci sembra troppo noioso o difficile. Arriva all'improvviso la pigrizia come una mancanza di determinazione nel compiere un’azione di cui si riconosce l’importanza e si traveste con nomi differenti, quali: ozio, fiacchezza, poltroneria, accidia, fannullaggine.
 La pigrizia, quindi, può giungere per varie ragioni. Certe volte arriva con le abitudini giornaliere, quando svolgiamo le medesime attività, e pure a volerle sostituire con altre, abbiamo timore di farlo. In questi casi, la pigrizia diventa una scusa per far restare le cose come sono. Essa diviene un avversario da sconfiggere in qualunque modo in quanto mette a rischio la nostra felicità.
 Talora può essere generata dalla stanchezza psicofisica. In questi casi, dopo un periodo di faticosi impegni, non si ha voglia di fare niente e il solo pensiero di compiere ulteriori compiti ci causa una terribile emicrania. Naturalmente, in questa circostanza la pigrizia è come una specie di meccanismo di difesa, un campanello d’allarme che abbiamo bisogno di riposare e recuperare le forze.
 In realtà, se ci giriamo indietro e analizziamo gli attimi in cui siamo attaccati dalla pigrizia, è possibile comprendere un modello comune: erano tutte circostanza in cui eravamo obbligati ad accollarci qualche rischio; il pericolo di cambiare alcuni oggetti nella propria vita o di far fronte a un serio problema. La pigrizia fa da dispositivo di difesa di fronte a condizioni che sembravano più grandi di noi dal punto di vista conoscitivo ed emotivo. La pigrizia ci proteggeva dal possibile cambiamento proprio perché sappiamo bene che il nostro cervello non è certamente a suo comodo con i cambiamenti, ma preferisce vie già sperimentate.
 Ciò nonostante, la pigrizia è la strada più corta verso il malcontento. Al di là a essere una sensazione fastidiosa, ci ostacola il cammino facendoci rimandare decisioni importanti ed eluderci di prendere in visione nuovi argomenti che potrebbero aiutarci a migliorare.
 Giunti sin qui abbiamo analizzato e compreso che la pigrizia non può essere la nostra emozione più esperta. Allora, in che modo possiamo gestirla?
 Un metodo efficace consiste nel fare delle minime attività ogni giorno, in tal modo da avere la percezione di non essere vessati o costretti. La cosa migliore sarebbe quella d’ iniziare a produrre qualcosa che non risulti troppo audace, così da sentirci accoglienti, ma che nel contempo rappresenti una piccola spia.
 A d’esempio, è regola importante riflettere con attenzione sul presente, cercando di tenersi occupati anche nel tempo libero invece di dissipare la mattinata a letto o sul divano, provare a impegnarsi magari in cucina, a svolgere qualche attività sportiva, o in alternativa a fare una semplice passeggiata. Se permettiamo che questi suggerimenti positivi sostituiscano la pigrizia, se sviluppiamo la capacità, ogni cosa diventerà molto più facile.
 Di frequente il pensiero di fallire è il motivo principale per cui molte persone rimandano le attività.  Tra tutte le cause del rimandare a dopo le nostre attività, la paura di fallire è certamente un’emozione delle più condizionanti.
 Infatti chi ha paura di sbagliare di solito è molto preoccupato di cosa si possa pensare delle sue capacità e perciò preferisce oziare. Analizzare correttamente e in modo imparziale le proprie paure ed evidenziare la nostra attenzione su di noi stessi e non sugli altri ci permetterà di affrontare la quotidianità senza sentirsi giudicati.
 A questo punto è reale fissare un obiettivo, aumentare un poco l’impegno ogni giorno: porsi una nuova competizione. Constateremo che l’attività chiama altra attività e a poco a poco la pigrizia ci lascerà in pace. Ogni qualvolta che riusciremo a svolgere nuovi impegni saremo sicuramente felici, e ciò sarà di stimolo per uscire dalla nostra zona accogliente stimolandoci a fare nuove azioni positive. Un mattino ci sveglieremo e la pigrizia ci ha lasciati e al suo posto vi sarà una persona più produttiva e soprattutto sicura di sé.









sabato 4 gennaio 2020

UMILIAZIONE EMOZIONE SGRADEVOLE


  Nella credenza popolare si dice che commettere un errore è umano. Per cui essere
eventualmente ripresi non può essere considerata per forza una umiliazione.
 In tutti i modi, nel caso in cui veniamo corretti in maniera che ci fa provare vergogna, probabilmente è questo intervento che non ci fa sentire bene con noi stessi, indipendentemente dal nostro bagaglio culturale. E allora cosa s’intende per umiliazione?
 Recenti studi definiscono l’umiliazione l’emozione che avvertiamo allorquando la nostra capacità viene svalutata in presenza di altre persone. Potremmo avvertire un certo disagio quando commettiamo un errore o non ricordiamo la risposta a un quesito, ma fino a che non vi è intorno nessun testimone, non accade niente d’ irreparabile. Normalmente occorre che sia presente qualche persona ad affermare il presunto errore per sentirsi umiliati.
 Come abbiamo appreso per nostra diretta conoscenza, perciò, l’umiliazione è uno stato emotivo del tutto avverso. Incredibilmente, è pure studiato non abbastanza in ambito psicologico.
 Al contrario, altre emozioni negative, quali rabbia, ansia, gelosia e paura, sono più soggette a studi sperimentali, probabilmente perché puntare l’attenzione su di essi ha chiare implicazioni pratiche: la rabbia è deleteria per la salute, l’ansia rende difficoltose le attività, la gelosia porta a contrasti relazionali, la paura può essere un supporto per sviluppare delle fobie.
L’umiliazione è quindi un’emozione sgradevole che almeno apparentemente non sembra avere molte conseguenze sul cervello. Tuttavia, da diverse ricerche, possiamo evidenziare il fatto che il nostro cervello non gradisce per nulla essere umiliato. Non soltanto ci sentiamo delusi, ma il livello di attivazione della risposta cerebrale è più evidente rispetto ad altri stati emotivi.
 Sembra abbastanza ovvio che venire ripresi davanti ad altre persone non ci fa sentire bene. Però, se crediamo opportuno di dare una mano a un amico o a un familiare ponendo in evidente i suoi errori, molto probabilmente calcoliamo in malo modo il nostro aiuto. Vi sono modi cortesi e più tenui per dare un messaggio correttivo alle persone cui siamo legati affettivamente che desideriamo preparare o in qualche modo aiutare. Tenendo presente che il nostro parere o la nostra lezione educativa sia un veicolo che conservi intatto l’amor proprio dell’altro, questo è il modo più semplice per evitare di umiliarlo.
 S’intende che come per tutte le emozioni, dirigere l’umiliazione deriva da come si   capisce la situazione. Secondo la teoria cognitiva delle emozioni, la maniera in cui avvertiamo disagio è direttamente proporzionale al modo in cui si pensa. Se siamo così determinati e odiamo essere in errore davanti agli altri, potremo usufruire dell’analisi dei pensieri che sono presenti durante quella situazione. Se l’umiliazione è un’emozione che prende origine dal percepirsi svalutato, allora dovremmo rivedere di nuovo la situazione di disagio minimizzando l’effetto dell’episodio sulle nostre reali capacità conoscitive.
 Può capitare che un amico, un nostro familiare o un insegnante desidera soltanto evitare che ripetiamo lo stesso errore e pertanto il danno della capacità è soltanto irreale. Rivedere la situazione di disagio mentale riducendo questo aspetto mitigherebbe assai la sofferenza psichica. Pure se gli altri hanno ragioni meno dignitose, tuttavia avremmo lo stesso dei benefici. Col concedere a noi stessi la facoltà di avvertire la perdita di dignità, amor proprio o reputazione, limiteremo il “loro” diletto nel vederci in difficoltà.
 Per concludere questo discorso diciamo che l’umiliazione si può mostrare in vari aspetti, dal respingere all'essere ripresi davanti ad altre persone per un fallo commesso volontario o meno. Capire il rapporto con le reazioni nel nostro cervello ci può essere d’aiuto a superare, o anche a evitare, l’acuta sofferenza di questa emozione negativa.  







domenica 1 dicembre 2019

LA FRAGILITÀ’ UMANA, UNA EMOZIONE DEBOLE


Da una sensazione di stretta al torace in seguito ad uno scontro verbale con un familiare o con un caro amico, all'improvviso e apparente immotivato vuoto mentale alla vigilia di un esame a scuola o all'università oppure di un importante dibattito pubblico e, ancora, la sensazione d’angoscia alla notizia di una grave malattia fisica, la nostra umana fragilità è presente in diverse forme in ogni ora e in ogni stagione della 
nostra vita.
  Come definire e percepire la fragilità umana?
 Il concetto di fragilità è stato oggetto di continuo interesse in questi ultimi decenni e, benché ampio spazio vi sia stato dato dalla letteratura scientifica non si è raggiunto pieno accordo sui criteri per individuarlo. Tuttavia, per quanto riguarda la nostra ricerca, il Professore Eugenio Borgna, psichiatra e fenomenologo di fama, sostiene che a differenza di quanto abitualmente i dizionari considerano la fragilità come indice di gracilità, di scarsa consistenza, di debolezza, oggi le cose sono cambiate nel senso semantico, perché  accanto ai significati ora indicati, il dizionario ( Il Dizionario analogico della lingua italiana edito nel 2011 da Zanichelli) assegna alla fragilità i significati di sensibilità, di vulnerabilità, di delicatezza e del loro possibile incrinarsi nel corso della vita. Borgna conclude definendo la fragilità come qualcosa che facilmente si rompe, e fragile è un equilibrio psichico che facilmente si frantuma.
  Presente sin dalla nascita, la fragilità umana come una via attraversa zigzagando e oscillando le varie stagioni dell’esistenza, lambendo varie aree tematiche talora apparentemente lontane tra loro.  Se, quindi, la fragilità è una esperienza umana, ci sono anche momenti in cui la presenza, o almeno la sua percezione, si accentua, o si inaridisce, ma in ogni caso dovremmo educarci a riconoscerla negli altri e in noi.
  Su questo particolare aspetto pare che la cultura contemporanea non dia risposte adeguate, o sufficienti. Il nostro, infatti, è il tempo della ricerca dell’effimero, del benessere psicofisico e della rinuncia delle mete di alto profilo. Un siffatto vivere permette di favorire il nascere di tipi ideali: l’uomo efficiente fisicamente e psicologicamente, esteticamente disposto al perfetto, in continua ricerca di successo. Ma dietro la facciata di tanta sicurezza e forza, fioriscono diversi drammi d’inferiorità psicofisica, dipendenza e solitudine, grettezza ed egoismo.
  Dal punto di vista psicologico, il problema non ha facili risoluzioni, anche se non manchino echi di future speranze. Rimangono soprattutto da risolvere i molteplici fattori che oggi rendono la persona indifesa ed esposta alle intemperie quotidiane della vita e resi più crudi da una cultura che ha insegnato e continua ad insegnare a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti che impediscono di far risaltare i pregi e la stima di se stessi.
 Di seguito, analizzeremo brevemente alcune situazioni di particolare disagio psichico:
-         L’arrivo del bambino.
Nelle prime fasi di vita, il neonato deve ricevere dai genitori, e in modo particolare dalla madre, moltissime cure, perché noi siamo, tra i primati, gli individui più vulnerabili. Compito abbastanza arduo per molte giovane madri, che oggi sono disoccupate e non hanno disponibilità economiche per accogliere e crescere la propria creatura.
-         La malattia.
 La malattia modifica il modo di vivere di ciascuno di noi, ci rende fragili nell'anima e nel corpo, e bisognevoli di accoglienza di chi circonda il letto. Spesso i ritmi quotidiani della famiglia si dissestano, creando un notevole disagio assistenziale e organizzativo tra i componenti.
-         Relazioni interpersonali.
La nostra fragilità si svolge e si articola con l’ambiente naturale e con gli altri esseri umani. Questa innata capacità di stare insieme, è a volte resa difficile dalla presa di coscienza della propria debolezza psichica. Tuttavia, non essendo auto sufficienti, siamo aperti alle parole e ai gesti degli altri.
-         La condizione anziana.
Un evidente pregiudizio assedia  la terza età della vita nella sua fragilità, di questa età considerata inutile, forse perché gli anziani non possono più avere un ruolo attivo nella società contemporanea; e non è facile sfuggire al fascino malefico del pregiudizio che nel suo intimo nasconde il disprezzo per la debolezza psicofisica  che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap e dalla condizione anziana intesa come una vita nella quale le emozioni e gli stati d’anima si inaridiscono e si svuotano di aspetto spirituale e religioso. Ma ciò non risponde al vero, perché la vita emozionale rimane autentica e dotata di senso anche nella condizione di terza età.
   L’anziano va dunque considerato soggetto attivo alla costruzione della società, secondo le possibilità di ciascuno. In tal senso una società matura è chiamata a non tralasciare l’anziano bensì a promuoverne le risorse di cultura, di trasmissioni di valori e di vissuti, di abilità e capacità attuali individuali e di spiritualità.
   Argomento attuale, la fragilità umana, di grande interesse, che sarà oggetto dei nostri prossimi interventi.
                                                                      





lunedì 4 novembre 2019

LA PIGRIZIA UN’EMOZIONE SCOMODA

A volte quando ci svegliamo o durante la giornata dopo un periodo di duro lavoro, ci sentiamo stanchi più del solito, e pensando a tutto ciò che dobbiamo fare ci sembra troppo noioso o difficile. Arriva all'improvviso la pigrizia come una mancanza di determinazione nel compiere un’azione di cui si riconosce l’importanza e si traveste con nomi differenti, quali: ozio, fiacchezza, poltroneria, accidia, fannullaggine.
 La pigrizia, quindi, può giungere per varie ragioni. Certe volte arriva con le abitudini giornaliere, quando svolgiamo le medesime attività, e pure a volerle sostituire con altre, abbiamo timore di farlo. In questi casi, la pigrizia diventa una scusa per far restare le cose come sono. Essa diviene un avversario da sconfiggere in qualunque modo in quanto mette a rischio la nostra felicità.
 Talora può essere generata dalla stanchezza psicofisica. In questi casi, dopo un periodo di faticosi impegni, non si ha voglia di fare niente e il solo pensiero di compiere ulteriori compiti ci causa una terribile emicrania. Naturalmente, in questa circostanza la pigrizia è come una specie di meccanismo di difesa, un campanello d’allarme che abbiamo bisogno di riposare e recuperare le forze.
 In realtà, se ci giriamo indietro e analizziamo gli attimi in cui siamo attaccati dalla pigrizia, è possibile comprendere un modello comune: erano tutte circostanza in cui eravamo obbligati ad accollarci qualche rischio; il pericolo di cambiare alcuni oggetti nella propria vita o di far fronte a un serio problema. La pigrizia fa da dispositivo di difesa di fronte a condizioni che sembravano più grandi di noi dal punto di vista conoscitivo ed emotivo. La pigrizia ci proteggeva dal possibile cambiamento proprio perché sappiamo bene che il nostro cervello non è certamente a suo comodo con i cambiamenti, ma preferisce vie già sperimentate.
 Ciò nonostante, la pigrizia è la strada più corta verso il malcontento. Al di là a essere una sensazione fastidiosa, ci ostacola il cammino facendoci rimandare decisioni importanti ed eluderci di prendere in visione nuovi argomenti che potrebbero aiutarci a migliorare.
 Giunti sin qui abbiamo analizzato e compreso che la pigrizia non può essere la nostra emozione più esperta. Allora, in che modo possiamo gestirla?
 Un metodo efficace consiste nel fare delle minime attività ogni giorno, in tal modo da avere la percezione di non essere vessati o costretti. La cosa migliore sarebbe quella d’ iniziare a produrre qualcosa che non risulti troppo audace, così da sentirci accoglienti, ma che nel contempo rappresenti una piccola spia.
 A d’esempio, è regola importante riflettere con attenzione sul presente, cercando di tenersi occupati anche nel tempo libero invece di dissipare la mattinata a letto o sul divano, provare a impegnarsi magari in cucina, a svolgere qualche attività sportiva, o in alternativa a fare una semplice passeggiata. Se permettiamo che questi suggerimenti positivi sostituiscano la pigrizia, se sviluppiamo la capacità, ogni cosa diventerà molto più facile.
 Di frequente il pensiero di fallire è il motivo principale per cui molte persone rimandano le attività.  Tra tutte le cause del rimandare a dopo le nostre attività, la paura di fallire è certamente un’emozione delle più condizionanti.
 Infatti chi ha paura di sbagliare di solito è molto preoccupato di cosa si possa pensare delle sue capacità e perciò preferisce oziare. Analizzare correttamente e in modo imparziale le proprie paure ed evidenziare la nostra attenzione su di noi stessi e non sugli altri ci permetterà di affrontare la quotidianità senza sentirsi giudicati.
 A questo punto è reale fissare un obiettivo, aumentare un poco l’impegno ogni giorno: porsi una nuova competizione. Constateremo che l’attività chiama altra attività e a poco a poco la pigrizia ci lascerà in pace. Ogni qualvolta che riusciremo a svolgere nuovi impegni saremo sicuramente felici, e ciò sarà di stimolo per uscire dalla nostra zona accogliente stimolandoci a fare nuove azioni positive. Un mattino ci sveglieremo e la pigrizia ci ha lasciati e al suo posto vi sarà una persona più produttiva e soprattutto sicura di sé.











martedì 1 ottobre 2019

L’IMBARAZZO UN’EMOZIONE DI BREVE DURATA


 A differenza della vergogna – che è un’emozione molto intensa e duratura - l’imbarazzo è un vissuto emotivo meno inteso e limitato nel tempo, perché dipende dalla situazione occasionale.
 Insomma, l’imbarazzo è uno stato emotivo più o meno inteso e di durata variabile (da pochissimi secondi a pochi minuti) che si manifesta esclusivamente in una situazione sociale, caratterizzato da modificazioni psicofisiologiche e manifestazioni comportamentali che esprimono un certo disagio psichico.
Nel corso delle attività quotidiane tutti noi abbiamo provato l’esperienza dell’imbarazzo. Questo è un’emozione strettamente connessa alla presenza e allo sguardo di un’altra persona. Di solito proviamo imbarazzo quando pensiamo che  altri stiano giudicando o possono giudicare in modo critico il nostro comportamento. Proviamo imbarazzo allorquando avvertiamo la sensazione di essere esaminati dagli altri e ciò è vissuto come un serio pericolo per la nostra immagine che desideriamo dare a noi stessi. La maggior parte degli studiosi che si sono interessati di studiare questa emozione, infatti, convengono nel collegare strettamente l’esperienza dell’imbarazzo a situazioni che mettono in crisi l’immagine pubblica dell’individuo. Perché nasca questo tipo di emozione, quindi, necessita che gli attori presenti in scena siano almeno due: colui che si imbarazza e chi causa o assiste all'imbarazzo.
 L’espressione specifica dell’imbarazzo (il rossore, l’agitazione motoria, le alterazioni della voce), di là a indicare agli altri l’emozione che stiamo provando, fanno manifestare nuovo imbarazzo. A livello comportamentale l’imbarazzo si manifesta con un modo tipico: si distoglie lo sguardo dall'interlocutore, si assume un portamento inflessibile o, al contrario, compiono movimenti irrequieti degli arti e delle mani, si alterna la posizione continuamente. Quando ci sentiamo imbarazzati si mira ad allentare la tensione emotiva mettendo in atto comportamenti quali toccarsi ripetutamente i capelli o giocherellare con piccoli oggetti. Il tono della voce diventa più acuto, a volte si balbetta, nel discorso ci sono frequenti esitazioni o lunghe pause tra una parole e l’altra. A livello psicofisiologico il segnale tipico dell’imbarazzo è rappresentato dal rossore improvviso di viso e collo, accompagnato da respirazione irregolare , aumento di sudorazione, secchezza delle fauci.
 Tra le considerazioni più imbarazzanti ce ne sono alcune a che fare con il nostro stato emotivo e la nostra fisiologia: sudare, arrossire, balbettare. Inoltre proviamo imbarazzo anche quando mettiamo il piede in fallo, cadiamo, rovesciamo oggetti, quando per sbaglio o per distrazione rompiamo qualche oggetto prezioso. Ci sentiamo imbarazzati quando si è costretti a riportare in un negozio della merce che desideriamo sostituire o cambiare o quando acquistiamo qualcosa per cui potremmo sentirci giudicati.
 Ciò può accadere in quanto siamo convinti che saremmo certamente giudicati negativamente. Di conseguenza, bisogna individuare questi pensieri negativi e le seguenti emozioni che producono e poi impegnarsi attivamente per sostituirli con altri positivi.
 In ultima analisi diciamo che alcune persone cambiano le proprie abitudini per evitare di finire in situazioni imbarazzanti e ciò è comprensibile, perché l’imbarazzo è una sensazione spiacevole. Tuttavia se in quel particolare momento ci accade di non trovare la parola giusta, meglio tacere. Le frasi di circostanza servono solo a superare il proprio imbarazzo e a non comunicare affinità. E come tali – le frasi - sono comprese.

domenica 1 settembre 2019

IL RIMORSO UN’EMOZIONE POSITIVA E BENEFICA


In psicologia il rimorso è considerato uno stato d’animo che la maggioranza delle persone prova durante la vita, prende origine dalla certezza di aver adottato un comportamento scorretto contro uno specifico codice morale ed è, come esito finale, l’ingresso del senso di colpa.
 Il rimorso, e la successiva evenienza di provare senso di colpa, rappresenta uno stato d’animo forse di stare bene che può collegarsi a una condizione di salute psicologica.
Entrambi, rimorso e senso di colpa, sono emozioni che arrivano dalla certezza di aver adottato un comportamento inadeguato e, quindi, inducono la persona a correggere il proprio agire.
 Per quanto odioso possa essere, il rimorso è quell'emozione che ci sollecita a riconsiderare di nuovo il nostro comportamento o le nostre scelte, a saggiare empatia con le persone cui abbiamo semmai procurato danno e a riallineare il nostro modo d’agire a valori e principi che presumiamo essere giusti.
 Inteso in questo senso, il rimorso ci solleciterebbe a meditare su noi stessi e a valutare tutto ciò che facciamo da una opinione diversa o che avevamo messo da parte.
 Pertanto, secondo la psicologia il rimorso è un’emozione di grande interesse connessa alla integrazione, all'autocoscienza e alla organizzazione della personalità.
 Tuttavia non tutte le persone hanno la capacità di provare rimorso. Queste persone, - definite dalla psicopatologia “personalità sociopatiche” - infatti, oltre le loro prove tangibili sul piano comportamentale, sono caratterizzate da una specifica inadeguatezza di provare rimorso, senso di colpa o empatia per le sofferenze altrui.
  Vi sono altre persone che coltivano nel proprio animo per molto tempo il risentimento per vari motivi. Spesso alcuni adulti si portano dietro sentimenti del genere risalenti all'infanzia, impressi nella mente in modo particolareggiato. Può riguardare un caso per esempio di mancanza d’affetto da parte dei genitori, come rifiuto da parte dei compagni o di un insegnate, o di una ingiustizia  o crudeltà subita da parte di adulti, e di altre esperienze dolorose. Chi custodisce nell'animo  simili risentimenti, rinnova spesso nella mente quegli episodi, e il fenomeno può continuare anche quando la persona che ha recato l’offesa non esiste più.
 Non ha alcuna importanza se questi sentimenti potevano avere una plausibile giustificazione al tempo in cui ebbe luogo la tragica esperienza: il motivo è che portarseli nell'intimo causa dei costi fisici ed emotivi molto pesanti. Quando si conservano nello scrigno mentale tali sentimenti, la prima azione che bisogna riconoscere è che fonte ultima del nostro stress siamo noi, e nessun altro.
 L’eccesso di rimorsi, tuttavia, è interpretato come un segnale di diversi scompensi nell'equilibrio psichico della persona, può associarsi a numerose psicopatologie quali, a esempio, ossessive compulsive, con gli acquisti in modo infrenabili e macchinabili (sempre seguiti dall'immancabile rimorso) e dare forma ad eccessivi sensi di colpa immotivati.
 È un bene essere consapevoli delle proprie responsabilità, ma ciò non deve dare il via a un processo estremo e irrealistico, proprio perché un rimorso continuo costituisce un serio ostacolo alla nostra crescita psicofisica.
 Nella gestione dell’emozione del rimorso, il giusto apporto della ragione ci viene in soccorso, aiutandoci a trovare una via di mezzo tra il senso di colpa autolesionistico e la totale responsabilità delle proprie azioni.