venerdì 13 febbraio 2015

RECENSIONE

   Andrea Scardicchio
Cittadini di mente e di cuoreIstanze educative nella letteratura italiana dell’Otto-Novecento (Castromediano, Pirandello, Deledda), Lecce, Pensa MultiMedia, 2014, pag.204.
Questo libro di Andrea Scardicchio, insegnante di Storia della critica letteraria italiana presso l’Università del Salento, in bella veste tipografica e articolato in quattro capitoli e un’ampia introduzione con funzione riepilogativa, analizza e mette in evidenza ad uno ad uno i temi principali dei singoli saggi, non mancando di avvertire che i lavori qui raccolti sono stati già pubblicati e lievemente modificati.
  Sin dalle prime pagine, frutto di un puntuale e documentato lavoro di ricerca, appare evidente la capacità della letteratura di  dare un contributo <<in termini di edificazione delle coscienze>> agli italiani dei primi governi del Regno. Si tratta quindi di un lungo viaggio cognitivo, puntuale e fluido, nella vasta e fitta produzione letteraria, che copre un arco di tempo che va dai primi anni dell’Ottocento all’inizio del Novecento. In questo originale cammino i primi personaggi che incontriamo sono i poeti improvvisatori giunti nella Puglia e quindi nel Salento e i nativi.
  I cosiddetti improvvisatori di mestiere, sintesi straordinaria di abilità teorica e di spontaneità, a cui la critica accademica ha fatto mancare la propria voce relegando la loro creatività  al << rango di sottoprodotto poetico-culturale, inficiata da aprioristiche valutazioni>>, erano poeti presenti in tutta la penisola e nelle isole che cantavano a braccio un componimento spesso creato al momento inventando i contenuti nello stesso istante in cui si recitava utilizzando lo schema metrico classico, l’endecasillabo già usato da Dante e Ariosto. Tra i più quotati presenti nel territorio della Puglia e del Salento sono: il novarese Giuseppe Regaldi <<l’annunziatore del verbo della redenzione italiana>> e alcuni nativi tra cui Salvatore Brunetti di Otranto, definito da Castromedino, un uomo,  <<tutto cuore>>,  Pasquale Cataldi, cantore pomposo gallipolino per <<naturale vocazione>> e il leccese Francesc’Antonio D’Amelio, definito da Donato Valli poeta da <<la musicalità raffinata dell’ultima Arcadia>>.
  Di questi e di altri validi improvvisatori citati nel saggio vengono presi in considerazione i loro contributi di provata professionalità e di impegno poetico-politico all’indomani dell’Unità, che pur in forma di poesia rustica <<ebbero l’indubbio merito di aver tenuto acceso e alimentato, forse più di altri, il mito romantico della patria>>.      Il secondo personaggio che incontriamo in questo nostro viaggio culturale è il duca cavallinese Sigismondo Castromediano, figura d’intellettuale di spicco nella società salentina del primo Ottocento, per i suoi trascorsi politici e ,soprattutto, per il suo costante impegno per la realizzazione del progresso civile, sociale, culturale e umano degli abitanti del Salento.
Caduto nelle elezioni politiche dell’ottobre del 1865, che sancirono la sconfitta del moderatismo in Meridione, Castromediano abbandonò la scena pubblica nazionale e abbracciò il sempre auspicato progetto, di chiare tematiche laiche e liberali, di dare nuova linfa vitale all’ambiente culturale, che da diversi anni si prodigava di diffondere e di realizzare in provincia di Lecce. Tuttavia, questo impulso riformistico nei riguardi del campo dell’istruzione e dell’educazione della nuova generazione salentina,veniva osteggiato da avversari politici e clericali, che mal digerivano quelle proposte  di ammodernamento. Tuttavia i tempi dei cambiamenti erano maturi; così l’iniziativa ministeriale di promuovere un progetto per arginare il fenomeno dell’analfabetismo nel Mezzogiorno diede l’avvio anche alla “questione femminile”. Per cui, ai modelli tradizionali della moglie e della madre, alle donne si riconoscevano nuove figure femminili impegnate non solo nei ruoli di allieve del servizio scolastico, ma anche  in quelli più diretti e attivi: maestre, direttrici, ispettrici scolastiche, pubbliciste e pedagogiste. A seguito di un tale cambiamento, Castromediano scelse l’educatrice progressista milanese Luisa Amalia Paladini,  per dirigere il riformato Educandato “Vittorio Emanuele II”. Questo fu l’ultima fatica del patriota cavallinese che rese tangibile i suoi <<intendimenti di pedagogia etico-civile programmaticamente perseguiti>>. 
   Nel terzo saggio facciamo conoscenza con il più grande drammaturgo italiano, l’agrigentino premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello, nelle vesti di professore presso l’Istituto di Magistero di Roma, che però insegnava con poco entusiasmo, perché sentiva forse di non aver scelto la strada giusta. C’è da dire, inoltre, che l’impegno di contrastare antiche forme prive di idee innovative e di privilegiare con un metodo sperimentale fondato su basi <<anti-libresca e anti-meccanicistica, ancorato attorno all’espressione delle singole individualità degli allievi>>, non mancò mai, perché, sosteneva, tante giovani menti non potevano essere lasciate deluse e prive di qualsiasi didattica.
  Certamente il tracollo dell’impresa paterna in cui erano stati investiti i beni della famiglia  e, soprattutto, il figlio in guerra e l’acuirsi dei disturbi mentali della moglie, che resero necessario il ricovero in una clinica psichiatrica di Roma,  ebbero gravi ripercussioni sui rapporti con gli obblighi burocratici e con gli impegni derivanti dal ruolo del professore e non solo. Tuttavia, Scardicchio, dando per scontato il <<lassismo scolastico>>, mette in evidenza il  sicuro contributo dell’agrigentino all’attuazione di un piano di lavoro propriamente <<educativo-didattico>>. Inoltre il saggista avvalora questa sua linea interpretativa non solo con la sua acuta lettura educativa (“paideutica”) della vasta produzione letteraria di Pirandello, ma anche con la testimonianza di colleghi e di allieve del Nostro, che in più riprese hanno messo in luce l’impegno del docente siciliano a modernizzare i metodi d’insegnamento, già avvallati da alcune iniziative ministeriali. Tutti fatti, insomma, ascrivibili al caso Pirandello educatore, che denotano <<una vocazione pedagogica tutta personale, sostanziata di motivi e di cardini ideologico-concettuali del suo pensiero>>.   
  Termina il nostro meraviglioso viaggio con l’incontro della scrittrice sarda, Grazia Deledda, autrice feconda, nonostante la perplessità di parte della critica, conosciuta anche all’estero, cui nel 1926 fu conferito il premio Nobel per la letteratura.
 La Deledda si rivelò scrittrice  giovanissima (diciassettenne) pubblicando i suoi primi lavori come <<bozzetti>> (ma anche <<novelline ingenue>>, <<scritti puerili>> e così via>>, prove lievi che se dal punto di vista di alcuni detrattori  erano caratterizzati da una sostanziale <<ingenuità di sentire e d’espressione>> da quello del reale valore delle opere, quelle novelle esordiali non solo risultano anticipatrici di una futura crescita letteraria, soprattutto portano nel loro dna l’imprinting giovanile dell’autodidatta Deledda di una chiara <<vocazione etico-didattica>>.
 Questa ricca produzione iniziale di Grazia Deledda rappresenta,quindi,i nuovi canali per comunicare non più contenuti nozionistici scolastici ma nuove istanze e valori pratici della vita. Il tutto <<all’insegna di una proposta pedagogica dagli effetti più incisivi sulle dinamiche di costruzione della nuova cittadinanza italiana, con ricadute concrete nella vita politica e sociale coeva>>.
  Nella lettura di questo saggio, scritto con grande e solida competenza, ho subito il fascino dello spessore stilistico, dell’indagine appassionata e della particolare analisi dei personaggi presenti nel cammino narrativo. Un testo che focalizza bene l’attenzione sull’attività di un nucleo d’intellettuali meridionali, che contribuirono a risollevare la triste condizione materiale, culturale e sociale delle regioni estreme del Regno post unitario.   
                                                                           Enrico Castrovilli   

venerdì 6 febbraio 2015

Scritti di psicocritica - Profili psicologici di poeti e narratori contemporanei



Sabato 20 dicembre u.s., presso il frantoio semipogeo di Mesagne, l’associazione culturale Solidea1utopia con la collaborazione di Alice Marie LEPAINTEUR, Family Banker Mediolanum, ha presentato il libro “ Scritti di Psicocritica – Profili psicologici di poeti e narratori contemporanei “  del prof. Enrico Castrovilli, scrittore e psicocritico letterario. Presenti alla serata l’Assessore alla Cultura di Mesagne l’avv. Gianfrancesco CASTRIGNANO’, il prof. Andrea SCARDICCHIO docente italianistica presso l’Università di Lecce, il Dr. Francesco Colizzi psichiatra e psicoterapeuta direttore del centro igiene mentale di Brindisi e S. Vito dei N.nni, D.ssa Maria Pina SANTORO, psichiatra psicoterapeuta (Bari), poeta, docente di Psicopatologia presso la S.G.A.I. sezione di Roma (Scuola di Formazione in Psicoterapia Gruppo analitica) ed il dott. Enzo Dipietrangelo Presidente di Solidea. Il libro è la presentazione di un panorama articolato di letture psicocritiche, che l’autore ha iniziato negli ottanta del secolo scorso e che prosegue con vigore in quest’ultimo decennio del nuovo millennio, con lo scopo di fornire al lettore il profilo psicologico di alcuni autori contemporanei. Dopo un breve intervento  da parte dell’assessore alla culura Castrignanò, il prof. Scardicchio ha elogiato il lavoro faticoso affrontato dal Castrovilli nella stesura del saggio: frutto di uno studio analitico di migliaia di testi, “sovrapponendo più opere di un medesimo autore per cogliere la presenza di più associazioni di idee ”. Il prof. Scardicchio ha evidenziato il ruolo importante della psicocritica, e pertanto della psicologia, nello studio critico di un ‘opera letterarira in quanto essa stessa ne rappresenta una branca. La dott.ssa  Santoro ha indicato, quale filo conduttore del libro del Castrovilli, ” la capacità, di ogni autore prensente nel testo, di riconciliare e mettere in risonanza il proprio mondo interiore con quello degli altri “. Per il dr. Colizzi, inoltre, “ La Psicocritica diventa una lente di ingrandimento sui pregi delle opere letterarie e su ciò che queste possono dare di ampliamento all’orizzonte umano, ossia allargare quell’orizzonte che riguarda i tratti fondamentali della condizione umana“. Il prof. Castrovilli, “figlio artistico” di un uno dei padri della critica letteraria contemporanea, quale Giacomo Debenedetti,  ha illustrato le linee guida del suo libro: nato dalla volontà e con il precipuo fine di introdurre il lettore su  una chiave interpretativa in grado di cogliere lo stato emotivo e psicologico di un autore attraverso le sue opere. Lo scrittore ha messo in evidenza la metodoglia utilizzata negli studi dei vari autori trattati nel saggio, l’estetica psicologica. Durante la serata I presenti sono stati intrattenuti con letture di opere di autori proposti nel libro e brani musicali del M° Vincenzo De Nitto. Il folto pubblico presente alla manifestazione ha seguito con in teresse gli interventi ed i dibattiti che si sono susseguiti, apprezzando, inoltre, la mostra di pittura dell’artista Antonella Miccoli, le cui opere sono state ispirate dai temi trattati nel libro.
                                                                                                              Giovanni Basile




 
 
 
 
  

 

mercoledì 4 febbraio 2015

LIBRI-libri


PROFESSIONE LOLITA di Daniele Autieri.
Sinossi
A quattordici anni Jenny e Lalla si prostituiscono in un appartamento dei Parioli. Lo fanno per i soldi e per la coca. A quindici anni Fairy vomita per essere più magra e meno sola. Per essere ancora più bella. È così insicura che finisce nella rete di K, il fotografo delle minorenni adescate nei quartieri bene. K le convince a fare sesso tra di loro. E scatta. E vende. A diciotto anni Malphas adora le lame, il Duce e CasaPound. Gestisce lo spaccio e la ricettazione nel cuore della capitale. Deve tutto alla camorra e al patto con i bori di Tor Bella Monaca. Poi ci sono loro. Politici, imprenditori, giudici. Affamati di carne giovane e di potere. Pronti a sborsare centinaia di euro per una notte con una minorenne. Poi c'è lui. Il Camaleonte. Il re di Roma. L'uomo a capo dell'associazione a delinquere che ha messo le mani sugli appalti pubblici assegnati dal comune e dalle sue società controllate. Un sistema criminale sul quale indaga il capitano del Nucleo investigativo dei carabinieri Eugenio Marchesi. Cresciuto in borgata e in borgata noto a tutti come Markio, oggi il capitano vuole salvare i ragazzini come un tempo è stato salvato lui. Di notte perlustra le strade della capitale a bordo della sua Cbr 1000, nelle orecchie il Notturno di Chopin, sulle spalle un passato ingombrante che non vuole dimenticare. Le sue indagini lo portano sulle tracce di Lalla, Jenny e Malphas. Lui è l'unico che può salvarli e incastrare i burattinai che giocano con le loro vite.
  Nota critica
Tratto da una recente e ben nota notizia di cronaca romana, il libro mette in evidenza la fragilità psicologica di alcune adolescenti delle scuole della capitale schiave del mito del successo, dell’apparire e di contro gli adulti che si comportano come avvoltoi e i genitori presenti fisicamente ma lontani con la mente. Per queste figlie del consumismo, ribelle e rabbiose, persino il sesso è diventato una merce di scambio, come può essere un vestito, il cibo, il bere, gli stupefacenti. Comportamento al limite della psicopatologia, questo che le protagoniste adottano per cercare di soddisfare il loro vuoto interiore con un qualsiasi oggetto  che  non ha più nulla a che fare con le emozioni, coi sentimenti, con la passione, con la fantasia. Insomma una generazione disperata sul bordo di baratro.
 Se questa è la gioventù d’oggi non bisogna, però, avere paura per il domani, basta che la famiglia in prima persona e la scuola in seconda aiutino i ragazzi/e a capire  come a una emozione tossica – come è (in questo caso) la rabbia  o  la ricerca dell’amore nel brivido dell’avventura– esistono sempre diverse scelte per reagire ad essa e più modalità  di risposta conoscono, più la loro vita può arricchirsi.
                                                                                                       E.C.

 

venerdì 16 gennaio 2015

DORMIRE BENE

La veglia e il sonno sono due stati fisiologici che si influenzano reciprocamente e si condizionano. Se non dormiamo bene, durante la giornata siamo privi di forza psicofisica, facilmente irritabili e poco produttivi. E meno sonno si rischia meno salute. Un buon riposo notturno invece assicura una lucidità all’altezza degli impegni quotidiani. I  dati raccolti dai ricercatori del settore, ricavati da una ricerca scientifica sui disturbi del sonno, rilevano che le persone non sanno più dormire. Hanno dimenticato alcune semplici norme di igiene del sonno. Ciò è avvenuto per  il cambiamento degli stili di vita, che ha letteralmente sconvolto le normali abitudini notturne non solo degli adulti  ma soprattutto degli adolescenti. A questo punto gli esperti suggeriscono piccole strategie comportamentali utili per un normale ritmo sonno-veglia. Prima di tutto, andare a dormire ogni sera e alzasi ogni mattina alla stessa ora. Chi fa sport  deve anticipare l’attività  almeno 4-6 ore prima  del momento di coricarsi e lo stesso vale per l’assunzione di alcolici (dosi moderate) e caffè (o tè, cioccolata, bevande con caffeina). Bisogna mangiare se possibile più o meno alla stessa ora evitando la sera cibi elaborati con carni rosse, salumi e fritti. Non saltare il pasto. Per conciliare il sonno, consigliata una cena parca  assumendo alimenti quali banana, mela o il classico bicchiere di latte caldo. E ancora. Evitare sonnellini durante il giorno, massimo 30-40 minuti all’inizio del pomeriggio.  No alle sigarette o similari, perché il tabacco è un eccitante. Inoltre è molto importante non sottoporsi alla intensa luce emessa da computer, cellulare, tablet e televisore, che può alterare la produzione della melatonina , l’ormone che armonizza il ciclo sonno-veglia. Raccomandano poi di non usare la camera da letto per usi diversi da quelli per cui esiste un determinato spazio nella casa quali non mangiare né lavorare. Seguono la scelta accurata del materasso come anche del cuscino e lenzuola. Possibilmente evitare i tessuti che possono dare allergia. La temperatura giusta è di 18-20 gradi per tutto l’anno.
L’insonnia non è una malattia, ma un sintomo molto diffuso di svariate patologie psichiche o fisiche, oppure di alterati equilibri situazionali o ambientali.. Ne soffre il 10-15% degli italiani in forma cronica. Apnee notturne sono la causa più frequente che generano scarsa qualità di sonno. Gli esperti dichiarano, inoltre che nel corso degli anni la popolazione perde circa da 1,5 a 2 ore di sonno e questo fenomeno per i giovani è un problema, perché se non hanno una buona qualità di sonno, è provato che, a prescindere dalla facilità con cui si addormentano, a scuola e nello studio  avranno scarsa concentrazione e rendimento.
                                                                           E. C.

mercoledì 7 gennaio 2015

LIBRI-libri

CUORE PRIMITIVO di Andrea De Carlo.
  Sinossi
Maria Abbiati, scultrice italiana, e suo marito Craig Nolan, famoso antropologo inglese, possiedono una casetta per le vacanze estive nei pressi di Canciale, piccolo paese ligure arrampicato sulle colline tra il mare e l’Appennino. Un mattino d’estate Craig sale sul tetto per controllare da dove sia entrata la pioggia di un temporale estivo, e la vecchia copertura gli cede sotto i piedi  rischiando la frattura di una gamba. I Nolan, alla cerca di qualcuno che gli aggiusti il tetto, vengono in contatto con Ivo Zanovelli, un costruttore dall’aspetto ribelle e con molte ombre nella vita. Nel corso di pochi giorni di un luglio incandescente l’equilibrio psichico già precario dei tre si rompe, facendo emergere con violenza dubbi, desideri, contraddizioni fino a quel punto sopiti.
  Nota critica
 In questo nuovo romanzo De Carlo si avventura lungo un percorso intimistico  per scavare nel cuore primitivo dell’uomo, nel tentativo di mettere in evidenza calore umano, sentimenti ed emozioni.
 L’intendimento dal punto di vista narrativo è nobile e ricco di buoni propositi, ma da quello analitico è arduo e pieno di dettami da decifrare, perché non basta essere un abile scrittore per scandagliare l’animo dei personaggi facendoli, poi, raccontare i lori dubbi, le loro illusioni e aspettative, soprattutto bisogna essere un ottimo analista quando si tratta di esaminare dal punto di vista psicologico i pensieri intimi, ben strutturati.
  Tuttavia, se sul piano psicologico questo romanzo non riesce a convincere, le qualità narrative invece ci invitano a riflettere sui rapporti interpersonali, sui valori persi, sulla vita contemporanea.  
                                                                                     E.C.

giovedì 18 dicembre 2014

RACCONTI SOTTO L'ALBERO

                                                         LA FUGA 
In quel pomeriggio di fine dicembre, tutta la gente sembrava che si fosse riversata nelle strade della città alla ricerca dei regali natalizi da comprare e da mettere sotto l’albero. La neve superava i dieci centimetri e le persone si muovevano goffamente, come tanti soldatini del tiro a segno. Agli incroci stradali gli ingorghi delle macchine superavano quelli dei giorni precedenti, sicché il fracasso dei clacson era assordante.
 Viviana se ne andava lentamente; fissava con i suoi occhi verde-mare le vetrine dei negozi addobbate, dove fasci di luci colorate si sovrapponevano dando luogo a un intrigante e misterioso gioco di ombre.
 In questo ambiente fantasmagorico gli abiti, le scarpe e altri mille oggetti diventavano ora verdi, ora gialli, ora rossi, ora…Era uno spettacolo bello a vedere, ma Viviana era indifferente, aveva altro per la testa. Proprio la mattina di quel giorno si era allontanata da casa perché stanca di ascoltare i soliti rimbrotti dei genitori. Papà e mamma la consideravano una ragazza immatura.
 Ma Viviana a giugno scorso aveva compiuto quindi anni e, a suo dire, era già tempo di non seguire più alla lettera i piccoli-grandi rimbrotti quotidiani dei genitori. Ciò che le dava più fastidio era l’imposizione di un certo modello di vita: frequenta le lezioni della danza classica, indossa quel vestito, comportanti come una donna, non frequentare certe compagnie, non ti ritirare tardi, fai i compiti, a tavola alle…uffa!.. uffaaa!!, non la finivano mai. Non li sopportava più. Così decise di fuggire, di andare lontano.
 Si era fermata un attimo a specchiarsi in una vetrina per controllare se i lunghi capelli neri, i pantaloni larghi di jeans, il suo giaccone a pois e il foulard attorcigliato al collo alla maniera della cantante Alice fossero in ordine, quando si avvicinò una ragazza, più o meno della stessa età, chiedendole qualche moneta.
<<Mi piacerebbe sapere a cosa ti serve questa richiesta di denaro>> le chiese, con un tono di voce poco conciliante.
<<Veramente>> esitò la ragazza <<non so da dove incominciare. La mia è una  lunga storia di miseria, di povertà>>.
<< Miseria, povertà, mi vuoi prendere in giro? Forse i soldi ti servono per acquistare d..>> s’interruppe.
<<Osservami, ho forse l’aspetto di una ragazza in cerca di piaceri? Credimi, non è facile spiegare i motivi che costrinsero la nostra famiglia a vivere alla periferia della città, in una baracca costruita alla meglio con assi di legno, lamiere e cartoni pubblicitari. Mio padre partì in cerca di lavoro e non è più ritornato, la mamma  è invalida,  nessuno ci aiuta, a volte qualche indumento o pasto alla mensa della Caritas, ma siamo in tanti a mangiare e vestirci.>>.
 La ragazza sembrava infreddolita e stanca, e Viviana non volle assillarla con altre domande. La guardò con uno sguardo penetrante. Le sembrò gracile e bisognevole di aiuto, tanto bisognevole che la sua immagine era l’esatto contrario delle strade addobbate e  accoglienti e delle persone in giro  con aria divertita a comprare regali.
 La mendicante abbassò lo sguardo e attese un segno d’affetto. Allora Viviana le prese la mano e la strinse tra le sue. La ragazza alzò gli occhi e gli sguardi si incrociarono in una zona illuminata.
  <<Ho pochi spiccioli in tasca, ma cosa posso fare per te?>> domandò Viviana. Seguì una breve pausa.
<<Qualcosa potresti fare>> rispose la mendicante, coprendosi i capelli che si erano irrigiditi per l’aria pungente. <<andare insieme a casa tua a prendere vestiario e cibo da  portare ai mie fratelli>>.
 Viviana ammutolì, non pensava certo di ritornare così presto dai suoi genitori. Ispirò a lungo gonfiando il petto, come per un tuffo in piscina; che buffa situazione si era creata. Poi, pensò che forse questa spiacevole storia di miseria poteva in qualche modo collegarsi alla sua scappatella  dalla casa paterna. Insomma, la richiesta della mendicante poteva essere una buona ragione per dimenticare tutto il passato. Sì, era una ragione sufficiente per fare ritorno a casa.
 <<Andiamo>> disse, con voce che non lasciava dubbi  sul significato che lei voleva dare alla parola.
 Quella sera, terminata la cena, Viviana chiese per la prima volta il permesso di alzarsi da tavola per andare a letto. Si sentiva stanca per il lungo girovagare in cerca di ritrovare la pace interiore. Si addormentò col pensiero rivolto alla mendicante, alle strade addobbate, alle persone con le borse colme di regali, al tepore della sua casa, all’affetto dei genitori e fece un sogno misterioso di fughe e di magici ritorni, che non riuscì mai a raccontare.
                                                                                               E. C.

martedì 9 dicembre 2014

Ettore Catalano, STRATEGIE DI SCRITTURA NELLA LETTERATURA ITALIANA, Pregedit, 2013.

Appena mi giunse, spedita dell’editrice barese, la copia del libro di Ettore Catalano, rimasi colpito da due elementi ben evidenti: la veste tipografica e il titolo del saggio. Del primo dirò che, fedele al contenuto, la splendida  copertina  offre  ai lettori sia  una apprezzabile grafia che  la particolare qualità dell’immagine tratta da un dipinto di Giuseppe  Arcimboldi, “Terra” (1570). Si tratta della ricostruzione della parte superiore del corpo umano, con una serie di teste ritratte con colori vivaci di animali tra di loro incastrate ad arte, tale da riprodurre quasi fedelmente i caratteri somatici di un uomo; il tutto su uno sfondo monocromato brillante. Del secondo, ritengo opportuno soffermare più a lungo la mia attenzione analitica, perché mi coinvolge  per il modello metodologico,  per i segni semantici, per le fonti documentarie, per i ritmi psicologici, in un clima di profondo scavo nei labirinti della mia memoria.
  La lettura del titolo, “Strategie di scrittura”,  mi prese quasi per mano e mi indusse a ritornare indietro nel passato, a scrutarmi dentro e d’intorno con occhio analitico. Il risultato di questo straordinario avvenimento psichico fu quello di ritrovarmi seduto sui banchi dell’università a seguire le lezioni di storia della letteratura italiana tenute negli anni fine’60/’70. In quel particolare periodo di studio e di apprendimento, a noi studenti  venivano impartite lezioni su come si è raccontato il Novecento, secolo delle avanguardie e delle crisi permanenti, attraverso le sue strategie inconsce  (Svevo) e intenzionali (Pirandello), le tecniche di gruppo (realismo magico di Bontempelli), i creatori di miti (Debenedetti),  tanto per citarne alcune.
   Dall’incipit ora passiamo ad analizzare il contenuto del libro, <<articolato in ventidue interventi dotati tutti di una necessaria intitolazione>> ,  che coprono un arco di tempo di secoli che va dal XIII al  XXI secolo; un lungo, articolato e pericoloso sentiero proprio perché presenta  una serie di difficoltà oggettive derivate non solo dalle metamorfosi della  scrittura letteraria italiana ma anche  dal reale rischio di <<parlare di un autore su cui spesso si sorvola con uno scettico sorriso sulle sue prove letterarie>>.
   Il primo attore ad entrare in scena è Dante Alighieri, un poeta che vive ed eredita tutti i problemi del suo tempo; tuttavia sa cogliere l’equilibrio necessario per dare corpo e visibilità alla sua creatività  attraverso la strategia di rielaborazione di una lingua per i fini propri della cultura e dell’arte. Seguendo questa scia, sul nostro cammino incontriamo il V canto dell’Inferno, qui notiamo  <<la pena di Dante>> entrato nel cerchio del maggior dolore e il flusso dei sentimenti di Ettore  Catalano che si appresta  a raccontare  l’episodio di Paolo e Francesca, <<una raffinata  cronaca di amore e di morte, di passione e di lutto>>. Memorabili sono alcuni versi scritti con buon gusto, riservatezza e suggestione:”Amor, cl’al cor gentil ratto s’apprende…Amor, ch’a nullo amato amar pedona…Amor condusse noi ad una morte”. L’anafora, dice Catalano,  non rappresenta solo le colte letture  di Francesca quanto il mezzo per coinvolgere e commuovere l’ascoltatore.       
    Nel X canto, gli eretici; qui l’autore si concentra soprattutto sull’analisi dell’epiteto <<magnanimo>> con cui Farinata degli Uberti viene descritto dal poeta dal verso 73 a 75:”Ma quell’altro magnanimo, a cui posta/ restato m’era, non mutò aspetto/, né mosse collo, né piegò sua costa…
  Nell’analisi del XXVI canto, Catalano evidenza una serie di avvenimenti tra cui sottolinea il <<folle volo>>  di Ulisse, il <<fandi fictor>> citando il lettore medievale, che, convinti  con parole  costruite i compagni di viaggio, li condurrà oltre la conoscenza del limite. Anche qui, avverte  l’autore<<come per Francesca e Farinata ogni esegesi di tipo romantica, pur suggestiva che possa sembrare, non coglie la complessità storica della poesia dantesca.>>.
   Sulla spiaggia del Purgatorio  i due poeti incontrano Aristotele e Platone cui Virgilio <<chinò la fronte>> v.44 del III canto , quale segno più evidente e consistete della nuova qualità <<contestuale>> del secondo regno,  e proseguendo il cammino verso il monte, tra un gruppo di anime si manifesta  quella di Manfredi <<Io son Manfredi>> v .112, rispose a Dante che, con un mutato tono e qualità di eloquio, disse di non averlo mai visto. Poi, re Manfredi confessò <<Orribil furon li peccati miei/ ma la bontà divina ha sì gran braccia/ che prende ciò che si rivolge a lei>> vv.121-122.  III canto del Purgatorio.   
   Nel VI canto del Purgatorio Dante incontra il poeta e l’oratore politico Sordello, censore e giudice severo della decadenza italiana. A Sordello è infatti ispirata l’inventiva famosa di Dante contro l’Italia politica del tempo:”Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave senza nocchiero in gran tempesta/ non donna di provincia, ma bordello” vv,76-126, <<documento alto e nobile della passione politica di Dante e insieme testo che ne segna i limiti  marcatamente medievali che, solo pochi anni dopo, la cultura umanistica guarderà con sufficienza>>.
Nella lettura dell’XI canto Catalano rileva che il Pater noster di Dante, recitato dal coro delle anime purganti, <<è qui rappresentato dal vangelo di Matteo (usato  dalla tradizione liturgica della Chiesa)  e non di Luca (più sintetico)>>. Seguono riflessioni dove rinveniamo un richiamo al Dio misericordioso e atti di contrizioni. Inoltre dal gruppo dei superbi, curvi e contratti sotto il peso delle pietre, escono la voce del conte Oberto Aldobrandeschi, che occupa la parte centrale del canto, e quella del miniatore Oderisi da Gubbio, che si distende sino alla fine del canto.
  Per Vincenzo Monti, Ettore Catalano affida il compito di leggere le opere letterarie del poeta di Alfonsine in Romagna al critico Cesare Angelini. Angelini nel ricostruire la biografia di Monti apprezza sì le sue doti letterarie ma non mancano anche pagine <<più dure e risentite>> , cioè gli rimprovera quel disinvolto comportamento di scrivere su commissione. Un tale umano agire <<non fu in lui mai frutto di egoismo e di cinismo dispregiatore  di ogni ideale e di ogni coerenza..(ma) fu il suo smanioso bisogno di rimanere alla ribalta…>>, dice Mario Sansone, (Storia della Letteratura Italiana pag.397).
  Catalano passa all’analisi delle opere di Massimo D’Azeglio immergendosi soprattutto nel romanzo storico Ettore Fieramosca, una storia ispirata ad una <<visione ottimistica e pragmatica, antiregolistica, che ne faceva esempio unico>> e caratterizzata da <<un rilevante esempio di scrittura innervata  da una progettualità politica, moderata nel suo profondo, ma sorretta da un afflato plurale e razionale>>.
  Figlia della <<vacanza>> creativa di Ettore Catalano è l’opera  <<Ulisse, signore degli inganni>>, <<una rilettura intertestuale dell’Odissea>>.
  Parlando ora del rapporto sentimentale tra Luigi Pirandello e Marta Abba, a  Ettore Catalano non interessa rilevare <<con pignola e indiscreta mondanità, il profilo di una storia d’amore quanto mai affascinate nella sua lacerante negatività: piuttosto vorrei descrivere le ricadute teatrali di quella passione <<platonica>> sulle linee portanti della costruzione drammaturgica pirandelliana>>, eseguita con puntualità e gusto.
 Credenze fantasiose, di<<il vero insegnamento pirandelliano, il più convincente e straziato lascito testamentario: una quotidiana fatica critica  che interpreta così la sofferenza dell’uomo e l’eterna tortura della maschera in cui l’uomo si era meta-teatralmente  identificato, traducendola in simboli e in sogni, in musica, in amore…>>.
  Siciliano era anche Elio Vittorini, un autore cui Catalano dedica particolare attenzione critica. In questo volume, Vittorini è presente con due saggi: <<L’edizione illustrata di Conversazioni in Sicilia e Il Radicalismo di Vittorini>>. Nell’intento dell’autore, l’edizione illustrata  di Conversazioni <<era simile a quello di un regista cinematografico, attento al rapporto complessivo tra testo e contenuto materiale delle foto>>. Analizzando il Radicalismo, Catalano afferma che <<dall’iniziale e giovanile rivolta antiborghese e antiproprietaria alla maturità dello scrittore e dell’editor, fino alla tensiva modernità ha sempre esibito un radicalismo intellettuale che forse gli ha impedito di mediare tra le sue posizioni e quelle del suo interlocutore…>>. 
  Tra questi autori inseriti nel saggio, troviamo anche due amici scrittori e poeti, Raffaele Nigro, lucano di nascita e pugliese d’adozione, e il foggiano Cristanziano Serricchio. A Nigro Catalano dedica tre saggi brevi:<<Forma del carcere e prigione delle forme nella recente produzione di Raffale Nigro; Saga Familiare, Cantari e Contemporaneità  in “Santa Maria delle battaglie; Una storia dolcissima  ma molto triste. Gli elefanti bianchi di Raffaele Nigro>>, a Serricchio  un saggio breve <<Il piccolo faro e la luna gigante>> e una epistola <<Carissimo Ettore…>>. Per vie diverse ma da entrambi Catalano ha saputo cogliere vivi frammenti dai nuovi modi di vivere e di pensare con i loro racconti di un realismo magico densi di credenze fantasiose, di saghe, di miti mediterranei, e le numerose suggestioni della profonda tristezza di vivere e di inventare storie per sopravvivere.
   Concludono Andrea Pazienza con <<Il sapore vitale della contraddizione. Una testimonianza critica>>: tratta delle straordinarie avventure di Pentothal in cui si rilevano lo sconvolgimento dei linguaggi artistici, l’onirismo e le pulsioni distruttive e  Antonio Caiulo con <<La verità del buio>>, una storia inquieta di un amore che divide e lacera.
  Il lungo e pericoloso cammino critico del Prof.re Ettore Catalano termina qui. Posso solo aggiungere che ho redatto il profilo letterario di << Strategie di scrittura nella letteratura italiana><, per quanto mi è stato possibile per la qualità e la ricchezza del materiale critico esaminato, che armonizza echi diversi, permettendo ai giovani studenti che si apprestano allo studio della letteratura italiana e alle persone che amano cimentarsi con la scrittura creativa di cogliere  la profondità della parola, che con inavvertibile levità procede da un argomento ad un altro, da un’immagine alla successiva. 
                                                                                                               Enrico Castrovilli
STRATEGIE