lunedì 20 aprile 2015

LIBRI-libri


LA FRAGILITA’ CHE E’ IN NOI, di Eugenio Borgna.
Sinossi
Quale è il senso di un discorso sulla fragilità? Quello di riflettere sugli aspetti luminosi e oscuri di una condizione umana che ha molti volti e, in particolare, il volto della malattia fisica e psichica della condizione adolescenziale - con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza, e con le sue discese negli abissi della insicurezza e della disperazione -, ma anche il volto della condizione anziana, lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza, dallo straniamento e dall'angoscia della morte. La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l'immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell'indicibile e dell'invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d'animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.
Nota critica
 La fragilità non significa uno stato di precarietà, di difetto strutturale della materia, come il rompersi di un oggetto di vetro. Attraverso un attento percorso  tra le emozioni e tra le <<falde più profonde e creatrici della nostra interiorità>>  il professore Eugenio Borgna psichiatra e fenomenologo di fama, analizza con la sua decennale esperienza professionale gli elementi psicologici  (valori) che si celano dietro questo <<stare al mondo>> che ci seguono continuamente e cerca, elemento dopo elemento, a dare il giusto significato. <<Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli, e sono fragili alcune emozioni più significative della vita. Sono fragili la tristezza, la speranza e l’inquietudine, la gioia e il dolore dell’anima. E in che cosa consiste la loro fragilità?>>. Da questo incipit, riportato in  copertina del prezioso libretto, Borgna si addentra nel pianeta umano e inizia a scavare nell’animo di chi soffre.
Diversi e articolati sono i passaggi significativi riportati nel saggio, che suggeriscono l’estrema  difficoltà di riassumere nello spazio della nota; per cui – sintetizzando il pensiero dell’autore - , diremo che tutti gli esseri umani sono fragili e possono rompersi sotto la spinta del dolore psichico e della stanchezza  di vivere. Tuttavia trasformando con dolcezza <<le relazioni umane, immergendole in atmosfere di accoglienza e di non conflittualità>> si possono allontanare le ombre e le inquietudini del cuore.                          

 

martedì 7 aprile 2015

L'INVIDIA, UNA EMOZIONE DA GESTIRE

 Nella società tecnologica, come la nostra contemporanea, in cui l’individualismo è l’icona, segno visivo di una realtà esterna, caratterizzata da egoismo, da eccessiva considerazione di sé, l’invidia trova terreno fertile per alimentarsi e svilupparsi.
 Che cosa è l’invidia? Tralasciando le teorie bioneurologiche, dal punto di vista psicologico l’invidia è un’emozione spiacevole, spesso penosa, caratterizzata di inferiorità, ostilità e risentimenti che ha origine dalla presa di coscienza che un’altra persona o un gruppo di persone posseggano un bene ambito – oggetto, posizione sociale, titolo o qualità professionale. Insomma, è una motivazione, un desiderio di qualcosa posseduta da un altro. Dal punto di vista sociale, l’acido corrosivo dell’invidia distrugge il tessuto sociale.
  L’invidia è un sentimento noto sin dall’antichità e su di essa si è riflettuto e scritto molto. Tra le tante testimonianze, qui riporto in sintesi l’intervento dell’Apostolo Paolo che si lamentava di alcuni che << predicano Cristo anche per invidia e per rivalità>> Filippesi 1:15,18 e l’incontro di Dante con gli invidiosi (43-72) del XIII Canto del Purgatorio. Il poeta è molto colpito dalla pena degli invidiosi, tanto che non crede ci sia uomo così duro da non esserne commosso: infatti, quando li vede meglio è costretto a versare lacrime.
 Oggi, è importante ritornare a parlare dell’invidia, perché a differenza di altre emozioni negative (tristezza, angoscia, collera, vergogna, disagio) che oscurano la nostra parte razionale (che però non vanno eliminate ma gestite)  è un sentimento che danneggia tutti, chi la prova e chi la subisce.
   Se, quindi, è un’emozione sorretta da un mega e distruttivo egocentrismo, linvidia  amareggia l’esistenza. Ma non è tanto il voler avere ciò che l’altro possiede in talenti e qualità, è l’odio per quello che l’altra persona ha oppure rappresenta. La persona che invidia un’altra carismatica, ricca di passione e ingegno, amata da molti conoscenti del proprio ambiente, che fa le cose non per mettersi in mostra ma per piacere, non si accontenta di rodersi dentro, ma semina calunnia, desidera distruggere i pregi dell’altro. L’invidia si alimenta di risentimento. Si insinua nella pretesa che ciascuno ha di valere qualcosa a se stesso e agli occhi degli altri. La invidiosa sminuisce i successi altrui e li attribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia. La professionalità e l’entusiasmo altrui sono fonte di personale frustrazione.
 Si può trasformare l’invidia o, in genere, un’emozione negativa in positiva? Secondo la psicologia si può, avendo a disposizione grande forza di volontà ed energia psichica per non identificarsi con l’emozione quando in modo autonomo s’instaura. A questo punto bisogna riconoscere la causa della sua presenza che non è esterna ma è tutta interna a noi, per cui per trasformarla e gestirla bisogna adottare una intensa e assidua meditazione (intesa quest’ultima come una profonda riflessione della mente atta a ricercare la ragione di questa autonoma e improvvisa intrusione).
                                                                           E. C.  
Didattica emozionale.

mercoledì 25 marzo 2015

LIBRI-libri


                                                           Viaggiatori di nuvole
  Sinossi
È l'autunno del 1499 quando il giovane Zosimo Aleppo, stampatore d'origine ebraica, lascia Venezia. Scopo del viaggio è trovare le pergamene che un misterioso ragazzo, da tutti chiamato chierico Pettirosso, si porta dietro nelle bisacce. Corrono tante voci sul conto di queste carte: profezie, rivelazioni, memorie... La meta è Milano, ma Zosimo ci arriva tardi, il ragazzo è fuggito. Lo cerca a Mantova, in Francia, nelle terre intorno a Napoli, in Basilicata; gira per città e campagne, cammina dentro le nebbie e nella neve, si innamora di una donna che ha la pelle color d'ambra e gli occhi di una gatta, conosce mercanti, cavalieri, tavernieri, spioni, uomini del clero e di malaffare; si finge pittore, marito, poeta, soldato mercenario pur di ottenere notizie. E la sua missione finisce per diventare l'inseguimento di un'ombra, un'ossessione vagabonda, una scommessa con la sorte. In questa movimentata vicenda di avventure e di visioni, dove si affacciano i volti di Isabella d'Este, Francesco Gonzaga, Gilbert de Montpensier, Leonardo da Vinci, i personaggi si alternano come in una grande giostra, umili e sapienti, astuti e crudeli. E sullo sfondo di un'Italia attraversata da eserciti, sul palcoscenico di un'epoca su cui soffia il vento delle invenzioni e giungono gli echi delle scoperte geografiche, Zosimo si riappropria di un tempo remoto e dimenticato, ritrova il segreto della sua identità. Epico e favoloso come L'ultima sposa di Palmira, in questo nuovo romanzo Giuseppe Lupo racconta una storia che fa sognare il lettore, lo incanta con le suggestioni di una lingua che ricorda l'Oriente delle Mille e una notte, lo accompagna in quel crogiuolo di illusioni e sconfitte, di utopie e speranze che è stata la civiltà del xv secolo.
  Nota critica
Nell’attuale panorama letterario contemporaneo, questo romanzo, strutturato con maestria, di Giuseppe Lupo, frutto della fantasia ma adeguatamente supportato da una concreta conoscenza degli avvenimenti storici e sociali, però di scrittura agile e godibile dalla prima all’ultima pagina, ci guida con sapienza analitica in un mondo meraviglioso, che sebbene a noi lontano nel tempo è eterno, poiché immortali risultano i temi del viaggio alla ricerca del sé, delle proprie radici e del viaggio sulle ali delle <<nuvole>> verso l’ignoto.

martedì 10 marzo 2015

CHE COSA SONO LE EMOZIONI?

Senza voler entrare nei complessi meandri della neuroanatomia e dei numerosi livelli di funzioni cerebrali e né nelle polemiche tra scienziati  che non si trovano d’accordo su cosa sia un’emozione e anzi i punti di vista sono molteplici e spesso opposti, per noi in questo spazio è sufficiente rispondere che, secondo Daniel Goleman, psicologo, giornalista e studioso di fama internazionale nel campo dell’intelligenza emotiva, le emozioni sono un’insieme di cambiamenti che il corpo esperisce in risposta a stimoli esterni ed in base ad immagini mentali che attivano uno specifico sistema cerebrale.
Con altre parole, le emozioni sono  sentimenti, con le loro situazioni psicologiche e biologiche, che le caratterizzano, e inoltre con una serie di tendenze naturali ad agire.
Pertanto le emozioni costituiscono elementi insostituibili della vita umana, perché sono patrimonio genetico di tutti e fanno parte del vivere quotidiano.
 Alla luce dei risultati delle attuali ricerche, è possibile una reale suddivisione delle emozioni in due grandi categorie:
-         Emozioni primarie, già presenti alla nascita o di base; hanno un fondamento biologico.
-         Emozioni secondarie, da adulti, basate sulla formazione d’immagini mentali strutturate sulle emozioni della fase iniziale.
Individuati le categorie d’appartenenza, cercheremo ora di proporre, senza alcuna presunzione esaustiva, una sintesi – perché vi sono moltissime emozioni con le loro sfumature e variazioni - delle principali famiglie emozionali fondamentali individuate da Goleman, ponendole a guida di un nostro prossimo lavoro di didattica emozionale:
-         Collera: ira, risentimento, irritabilità, odio, violenza patologica.
-         Tristezza: pena, dolore, malinconia, solitudine, disperazione, depressione.
-         Paura: ansia,timore, tensione, spavento, terrore, fobia e panico casi psicopatologici.
-         Gioia: felicità, diletto, godimento, soddisfazione, capriccio, estasi, euforia.
-         Amore: accettazione, benevolenza, fiducia, gentilezza, devozione, infatuazione.
-         Sorpresa: shock, stupore, meraviglia, trasecolamento.
-         Disgusto: disprezzo, sdegno, avversione, ripugnanza, schifo.
-        Vergogna: senso di colpa, imbarazzo, rammarico, rimorso, umiliazione, rimpianto, mortificazione, contrizione.
 A questo elenco l’autore aggiunge alcune emozioni miste quali la gelosia, la speranza, il coraggio, la fede, il perdono, l’invidia tra rancore e astio, e ancora altre.
 Una variegata moltitudine di emozioni, quindi, moti dell’animo che predispongono e regolano l’esistenza umana. Ed è ciò che a noi occorre per le prossime ricerche.
  L’obiettivo di regolare e/o modificare condizionamenti interni ed esterni di una vita è un compito difficile, ma non impossibile secondo alcuni addetti ai lavori. E allora perché non cercare  attraverso l’apprendimento di mettere le emozioni al servizio dell’educazione? Per Goleman è un argomento attuabile. Tuttavia, aggiunge, bisogna
stabilire quando debba iniziare l’insegnamento. Per alcuni studiosi deve iniziare sin dai primi anni di vita e di affidare ai genitori il compito di sviluppare e fare acquisire le  prime abilità emozionali essenziali, naturalmente con l’aiuto di uno istruttore.
 Superando la tradizionale visione dell’educazione, che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a discapito di quelli emozionali, permette di rivalutare l’idea della educazione globale, fondata sul principio che l’attività educativa debba comprendere nel suo insieme intelletto ed emozioni. D'altronde è noto che la persona non può formarsi in modo completo se non si sviluppa coscientemente anche la sfera emozionale e, viceversa, la sfera emozionale aiuta a completare la formazione della persona,
 A tale proposito Goleman  parla di scuola e di programmi scolastici. Secondo lo studioso, la strategia dell’educazione emozionale è quella di non sovraccaricare di lavoro gli insegnanti creando una nuova materia, ma di mescolare le lezioni sui sentimenti e sui rapporti interpersonali con gli altri argomenti già oggetto d’insegnamento. E suggerisce di fondere naturalmente le lezioni emozionali con materie quali lettura e scrittura, educazione sanitaria, scienze e altre ancora.
  Noi abbiamo scelto, come modello didattico, il racconto breve o se preferite, bozzetto o exsemplum, ma la sostanza non cambia. L’insegnamento dell’intelligenza emotiva ha un preciso progetto educativo, l’alfabetizzazione emozionale, che, se è ben gestito, può produrre effetti benefici a lungo termine, emozionali e sociali, nella
vita di chi lo ha seguito. Argomento interessante questo, sui cui ritorneremo.
                                                                                                          E. C.

  

lunedì 2 marzo 2015

LIBRI-libri


Avrò cura di te
                                      di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale
Sinossi
Gioconda detta Giò ha trentacinque anni, una storia familiare complicata alle spalle, un'anima inquieta per vocazione o forse per necessità e un unico, grande amore: Leonardo. Che però l'ha abbandonata. Smarrita e disperata, si ritrova a vivere a casa dei suoi nonni, morti a distanza di pochi giorni e simbolo di un amore perfetto. La notte di San Valentino, Giò trova un biglietto che sua nonna aveva scritto all'angelo custode, per ringraziarlo. Con lo sconforto, ma anche il coraggio, di chi non ha niente da perdere, Giò ci prova: scrive anche lei al suo angelo. Che, incredibilmente, le risponde. E le fa una promessa: avrò cura di te. L'angelo ha un nome: Filemone, ha una storia. Soprattutto ha la capacità di comprendere Giò come Giò non si è mai compresa. Di ascoltarla come non si è mai ascoltata. Nasce così uno scambio intenso, divertente, divertito, commovente, che coinvolge anche le persone che circondano Giò. Uno scambio che indaga non solo le mancate ragioni di Giò: ma le mancate ragioni di ognuno di loro. Perché a ognuno di loro, grazie a Filemone, voce dell'interiorità prima che dell'aldilà, sia possibile silenziare la testa e l'istinto. Per ascoltare il cuore. Anche e soprattutto quando è chiamato a rispondere a prove complicate, come quella a cui sarà messa davanti Giò proprio dal suo fedele Filemone, in un finale che sembrerà confondere tutto. Ma a tutto darà un senso.
Nota critica
In un libro che parla di sentimenti positivi e di angelo custode, più che una successione di avvenimenti si può apprezzare la successione della crescita emozionale della protagonista - donna piena di complessi. Insomma, una forma di psicoterapia di Gio’, raccontata con un linguaggio scorrevole e piacevole, da leggere senza attendersi un grande risultato finale.


venerdì 13 febbraio 2015

RECENSIONE

   Andrea Scardicchio
Cittadini di mente e di cuoreIstanze educative nella letteratura italiana dell’Otto-Novecento (Castromediano, Pirandello, Deledda), Lecce, Pensa MultiMedia, 2014, pag.204.
Questo libro di Andrea Scardicchio, insegnante di Storia della critica letteraria italiana presso l’Università del Salento, in bella veste tipografica e articolato in quattro capitoli e un’ampia introduzione con funzione riepilogativa, analizza e mette in evidenza ad uno ad uno i temi principali dei singoli saggi, non mancando di avvertire che i lavori qui raccolti sono stati già pubblicati e lievemente modificati.
  Sin dalle prime pagine, frutto di un puntuale e documentato lavoro di ricerca, appare evidente la capacità della letteratura di  dare un contributo <<in termini di edificazione delle coscienze>> agli italiani dei primi governi del Regno. Si tratta quindi di un lungo viaggio cognitivo, puntuale e fluido, nella vasta e fitta produzione letteraria, che copre un arco di tempo che va dai primi anni dell’Ottocento all’inizio del Novecento. In questo originale cammino i primi personaggi che incontriamo sono i poeti improvvisatori giunti nella Puglia e quindi nel Salento e i nativi.
  I cosiddetti improvvisatori di mestiere, sintesi straordinaria di abilità teorica e di spontaneità, a cui la critica accademica ha fatto mancare la propria voce relegando la loro creatività  al << rango di sottoprodotto poetico-culturale, inficiata da aprioristiche valutazioni>>, erano poeti presenti in tutta la penisola e nelle isole che cantavano a braccio un componimento spesso creato al momento inventando i contenuti nello stesso istante in cui si recitava utilizzando lo schema metrico classico, l’endecasillabo già usato da Dante e Ariosto. Tra i più quotati presenti nel territorio della Puglia e del Salento sono: il novarese Giuseppe Regaldi <<l’annunziatore del verbo della redenzione italiana>> e alcuni nativi tra cui Salvatore Brunetti di Otranto, definito da Castromedino, un uomo,  <<tutto cuore>>,  Pasquale Cataldi, cantore pomposo gallipolino per <<naturale vocazione>> e il leccese Francesc’Antonio D’Amelio, definito da Donato Valli poeta da <<la musicalità raffinata dell’ultima Arcadia>>.
  Di questi e di altri validi improvvisatori citati nel saggio vengono presi in considerazione i loro contributi di provata professionalità e di impegno poetico-politico all’indomani dell’Unità, che pur in forma di poesia rustica <<ebbero l’indubbio merito di aver tenuto acceso e alimentato, forse più di altri, il mito romantico della patria>>.      Il secondo personaggio che incontriamo in questo nostro viaggio culturale è il duca cavallinese Sigismondo Castromediano, figura d’intellettuale di spicco nella società salentina del primo Ottocento, per i suoi trascorsi politici e ,soprattutto, per il suo costante impegno per la realizzazione del progresso civile, sociale, culturale e umano degli abitanti del Salento.
Caduto nelle elezioni politiche dell’ottobre del 1865, che sancirono la sconfitta del moderatismo in Meridione, Castromediano abbandonò la scena pubblica nazionale e abbracciò il sempre auspicato progetto, di chiare tematiche laiche e liberali, di dare nuova linfa vitale all’ambiente culturale, che da diversi anni si prodigava di diffondere e di realizzare in provincia di Lecce. Tuttavia, questo impulso riformistico nei riguardi del campo dell’istruzione e dell’educazione della nuova generazione salentina,veniva osteggiato da avversari politici e clericali, che mal digerivano quelle proposte  di ammodernamento. Tuttavia i tempi dei cambiamenti erano maturi; così l’iniziativa ministeriale di promuovere un progetto per arginare il fenomeno dell’analfabetismo nel Mezzogiorno diede l’avvio anche alla “questione femminile”. Per cui, ai modelli tradizionali della moglie e della madre, alle donne si riconoscevano nuove figure femminili impegnate non solo nei ruoli di allieve del servizio scolastico, ma anche  in quelli più diretti e attivi: maestre, direttrici, ispettrici scolastiche, pubbliciste e pedagogiste. A seguito di un tale cambiamento, Castromediano scelse l’educatrice progressista milanese Luisa Amalia Paladini,  per dirigere il riformato Educandato “Vittorio Emanuele II”. Questo fu l’ultima fatica del patriota cavallinese che rese tangibile i suoi <<intendimenti di pedagogia etico-civile programmaticamente perseguiti>>. 
   Nel terzo saggio facciamo conoscenza con il più grande drammaturgo italiano, l’agrigentino premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello, nelle vesti di professore presso l’Istituto di Magistero di Roma, che però insegnava con poco entusiasmo, perché sentiva forse di non aver scelto la strada giusta. C’è da dire, inoltre, che l’impegno di contrastare antiche forme prive di idee innovative e di privilegiare con un metodo sperimentale fondato su basi <<anti-libresca e anti-meccanicistica, ancorato attorno all’espressione delle singole individualità degli allievi>>, non mancò mai, perché, sosteneva, tante giovani menti non potevano essere lasciate deluse e prive di qualsiasi didattica.
  Certamente il tracollo dell’impresa paterna in cui erano stati investiti i beni della famiglia  e, soprattutto, il figlio in guerra e l’acuirsi dei disturbi mentali della moglie, che resero necessario il ricovero in una clinica psichiatrica di Roma,  ebbero gravi ripercussioni sui rapporti con gli obblighi burocratici e con gli impegni derivanti dal ruolo del professore e non solo. Tuttavia, Scardicchio, dando per scontato il <<lassismo scolastico>>, mette in evidenza il  sicuro contributo dell’agrigentino all’attuazione di un piano di lavoro propriamente <<educativo-didattico>>. Inoltre il saggista avvalora questa sua linea interpretativa non solo con la sua acuta lettura educativa (“paideutica”) della vasta produzione letteraria di Pirandello, ma anche con la testimonianza di colleghi e di allieve del Nostro, che in più riprese hanno messo in luce l’impegno del docente siciliano a modernizzare i metodi d’insegnamento, già avvallati da alcune iniziative ministeriali. Tutti fatti, insomma, ascrivibili al caso Pirandello educatore, che denotano <<una vocazione pedagogica tutta personale, sostanziata di motivi e di cardini ideologico-concettuali del suo pensiero>>.   
  Termina il nostro meraviglioso viaggio con l’incontro della scrittrice sarda, Grazia Deledda, autrice feconda, nonostante la perplessità di parte della critica, conosciuta anche all’estero, cui nel 1926 fu conferito il premio Nobel per la letteratura.
 La Deledda si rivelò scrittrice  giovanissima (diciassettenne) pubblicando i suoi primi lavori come <<bozzetti>> (ma anche <<novelline ingenue>>, <<scritti puerili>> e così via>>, prove lievi che se dal punto di vista di alcuni detrattori  erano caratterizzati da una sostanziale <<ingenuità di sentire e d’espressione>> da quello del reale valore delle opere, quelle novelle esordiali non solo risultano anticipatrici di una futura crescita letteraria, soprattutto portano nel loro dna l’imprinting giovanile dell’autodidatta Deledda di una chiara <<vocazione etico-didattica>>.
 Questa ricca produzione iniziale di Grazia Deledda rappresenta,quindi,i nuovi canali per comunicare non più contenuti nozionistici scolastici ma nuove istanze e valori pratici della vita. Il tutto <<all’insegna di una proposta pedagogica dagli effetti più incisivi sulle dinamiche di costruzione della nuova cittadinanza italiana, con ricadute concrete nella vita politica e sociale coeva>>.
  Nella lettura di questo saggio, scritto con grande e solida competenza, ho subito il fascino dello spessore stilistico, dell’indagine appassionata e della particolare analisi dei personaggi presenti nel cammino narrativo. Un testo che focalizza bene l’attenzione sull’attività di un nucleo d’intellettuali meridionali, che contribuirono a risollevare la triste condizione materiale, culturale e sociale delle regioni estreme del Regno post unitario.   
                                                                           Enrico Castrovilli   

venerdì 6 febbraio 2015

Scritti di psicocritica - Profili psicologici di poeti e narratori contemporanei



Sabato 20 dicembre u.s., presso il frantoio semipogeo di Mesagne, l’associazione culturale Solidea1utopia con la collaborazione di Alice Marie LEPAINTEUR, Family Banker Mediolanum, ha presentato il libro “ Scritti di Psicocritica – Profili psicologici di poeti e narratori contemporanei “  del prof. Enrico Castrovilli, scrittore e psicocritico letterario. Presenti alla serata l’Assessore alla Cultura di Mesagne l’avv. Gianfrancesco CASTRIGNANO’, il prof. Andrea SCARDICCHIO docente italianistica presso l’Università di Lecce, il Dr. Francesco Colizzi psichiatra e psicoterapeuta direttore del centro igiene mentale di Brindisi e S. Vito dei N.nni, D.ssa Maria Pina SANTORO, psichiatra psicoterapeuta (Bari), poeta, docente di Psicopatologia presso la S.G.A.I. sezione di Roma (Scuola di Formazione in Psicoterapia Gruppo analitica) ed il dott. Enzo Dipietrangelo Presidente di Solidea. Il libro è la presentazione di un panorama articolato di letture psicocritiche, che l’autore ha iniziato negli ottanta del secolo scorso e che prosegue con vigore in quest’ultimo decennio del nuovo millennio, con lo scopo di fornire al lettore il profilo psicologico di alcuni autori contemporanei. Dopo un breve intervento  da parte dell’assessore alla culura Castrignanò, il prof. Scardicchio ha elogiato il lavoro faticoso affrontato dal Castrovilli nella stesura del saggio: frutto di uno studio analitico di migliaia di testi, “sovrapponendo più opere di un medesimo autore per cogliere la presenza di più associazioni di idee ”. Il prof. Scardicchio ha evidenziato il ruolo importante della psicocritica, e pertanto della psicologia, nello studio critico di un ‘opera letterarira in quanto essa stessa ne rappresenta una branca. La dott.ssa  Santoro ha indicato, quale filo conduttore del libro del Castrovilli, ” la capacità, di ogni autore prensente nel testo, di riconciliare e mettere in risonanza il proprio mondo interiore con quello degli altri “. Per il dr. Colizzi, inoltre, “ La Psicocritica diventa una lente di ingrandimento sui pregi delle opere letterarie e su ciò che queste possono dare di ampliamento all’orizzonte umano, ossia allargare quell’orizzonte che riguarda i tratti fondamentali della condizione umana“. Il prof. Castrovilli, “figlio artistico” di un uno dei padri della critica letteraria contemporanea, quale Giacomo Debenedetti,  ha illustrato le linee guida del suo libro: nato dalla volontà e con il precipuo fine di introdurre il lettore su  una chiave interpretativa in grado di cogliere lo stato emotivo e psicologico di un autore attraverso le sue opere. Lo scrittore ha messo in evidenza la metodoglia utilizzata negli studi dei vari autori trattati nel saggio, l’estetica psicologica. Durante la serata I presenti sono stati intrattenuti con letture di opere di autori proposti nel libro e brani musicali del M° Vincenzo De Nitto. Il folto pubblico presente alla manifestazione ha seguito con in teresse gli interventi ed i dibattiti che si sono susseguiti, apprezzando, inoltre, la mostra di pittura dell’artista Antonella Miccoli, le cui opere sono state ispirate dai temi trattati nel libro.
                                                                                                              Giovanni Basile