lunedì 13 giugno 2016

LA GIOIA UN'EMOZIONE PIACEVOLE E FRAGILE

 Abbiamo appreso dalle ricerche scientifiche che le emozioni hanno tempi molto brevi, ma hanno anche la capacità di modificare i nostri stati d’animo, in modo particolare la gioia, nel senso che la gioia invade tutto l’essere e mette in relazione lo spazio psichico interno con quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.
     Ma cos’è la gioia?
  Secondo la psicologia, e non solo, la gioia è una emozione molto friabile, impalpabile, delicata: si diffonde con facilità dentro gli uomini, ma con altrettanta facilità può annullarsi. Inoltre , per Borgna, la gioia vive del presente, non del passato e nemmeno del futuro, ed è totalmente diversa dalla felicità. La felicità, infatti, ha una lineare e intima relazione con l’ambiente esterno, mentre la gioia nasce dentro di noi: è una esperienza soggettiva bellissima e di breve durata.
  Se, quindi, è una emozione che fiorisce dentro di noi e prende nutrimento dalla profondità del nostro mondo interiore, la gioia non può nascere dalla quantità  e dalla qualità degli oggetti che possediamo  (telefonini, macchine, vestiti e così via), né dal partecipare a programmi televisivi oppure a spettacoli in locali pubblici al momento più in voga. La gioia, invece, nasce quando il nostro cuore si libera dalle paure e dai pregiudizi quotidiani, e recupera la facoltà di aprirsi agli altri in una relazione affettiva e solidale non per l’interesse di un momento particolare, ma perché gli altri sono persone. 
  A questo punto, per aggiungere qualcosa  alle prime considerazioni, possiamo dire che la gioia è una emozione lieve che ci invita vivamente a meditare con attenzione  sul mistero che avvolge  la sfera globale  di tutte le esperienze di un essere umano  e, nel contempo, anche sulla sua  capacità di resistere alle intemperie generate dalle tribolazioni, dalle paure, dai dolori della vita, nonostante la sua fragilità. La gioia è una emozione fuggevole ed evanescente – anche se a volte si manifesta con un’accelerazione della frequenza cardiaca e dell’attività respiratoria - e difficilmente riusciamo ad avvicinarla e trattenerla.
  A seconda, infine, delle convinzioni di ciascuno di noi  ogni essere umano cerca il senso della vita . Fondamentale per la risposta, quindi,  è l’educazione e la formazione cognitiva del soggetto. Secondo alcuni filosofi non esiste nessun senso della vita, per altri studiosi invece esiste .
 A tale proposito per Borgna  la gioia ci dice che molto probabilmente, nella condizione umana, è ben inserita nel suo DNA, e forse, di rinvenire  un senso nella nostra vita anche quando essa sia velata dagli aculei  impietosi dell’insensibilità e dell’indifferenza, dell’individualismo e della litigiosità, e anche della violenza inumana e della stessa morte.
  Insomma, la gioia è un destino impossibile da sondare con le nostre tecniche analitiche che permette al soggetto di percepire il chiarore anche nell’oscurità più profonda  dei campi di sterminio, quando l’evento inspiegabile dell’aiuto divino, sia presente nella nostra anima.  Ma se la gioia proviene dagli abissi della nostra interiorità, allora  tocca a noi, dice Eugenio Borgna:

 <<[…] ricercare le orme della gioia, della sua estrema fragilità, nei volti e negli occhi, nel sorriso e negli sguardi di chiunque incontriamo in vita. Non la inaridiamo con la nostra gelida disattenzione>>.

giovedì 2 giugno 2016

INTERVISTA PRF.PEGORARI

LA POESIA NELL’ERA DELL’INDUSTRIA CULTURALE
Intervista a Daniele Maria Pegorari, docente di Letteratura italiana contemporanea e di Sociologia della letteratura nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari “A. Moro”
a cura di Enrico Castrovilli

-   La critica letteraria dialoga ancora con la poesia?
La poesia è quasi il solo ambito in cui la critica abbia ancora un suo ruolo e uno spazio atteso e ricercato sia dall’autore che dal critico; ciò dipende dalla sostanziale autonomia della poesia dall’industria culturale, che invece ha progressivamente assorbito tutto il resto del processo letterario, trasformandolo in una ‘filiera’ in cui la scrittura occupa solo il primo segmento, al quale seguono quelli della pubblicazione, della diffusione e della lettura. Il critico entra in gioco in quest’ultimo segmento (egli è, infatti, un tipo particolare di lettore), ma la letteratura gli giunge profondamente trasformata rispetto alla genesi autoriale. L’attuale critica letteraria – che non può non misurarsi con la sociologia della letteratura – deve considerare non solo i tradizionali campi dell’intentio auctoris e dell’intentio lectoris (che il compianto Eco suggeriva di scoprire nell’interazione presente nell’intentio operis, indagabile filologicamente e semioticamente), ma anche, per così dire, quello dell’intentio editoris. Voglio dire che il critico letterario è costretto a ragionare non più su un ‘testo’ (sulle sue caratteristiche formali, sul suo significato, sul suo valore storico, sul suo pregio artistico), ma su un ‘libro’, che soverchia tutti gli elementi ora elencati, con la sua natura di oggetto industriale, da valutare in base al successo, alla tipologia della distribuzione, al rapporto di contiguità/devianza rispetto all’orizzonte d’attesa.
In un contesto siffatto, il libro, prima di arrivare ai lettori, ‘appartiene’ a una serie di figure (l’autore, l’editore, il venditore) che non hanno alcun interesse a conoscere il giudizio critico; piuttosto hanno bisogno di ‘comunicatori’ del libro, cioè di agenti della sua promozione, e in effetti la maggior parte della critica si è trasformata in giornalismo letterario, le recensioni si sono ridotte a segnalazioni oppure sono sostituite dai ‘passaggi’ televisivi o dal battage della stampa generalista. Il romanziere d’oggi non è interessato a ricevere attenzione da parte di uno studioso e, anzi, considera controproducente l’analisi della propria opera. Al contrario i poeti (e ne ho incontrati tanti in quasi un quarto di secolo, dai maggiori ai minimi), avendo messo da parte l’obiettivo della diffusione di massa, cercano il contatto col critico, lo considerano il loro primo lettore e non tanto perché il loro commento aiuti nella comprensione o perché possa far crescere il prestigio dell’opera, ma perché poeta e critico si riconoscono il più delle volte come coautori di un comune processo di costruzione del linguaggio, compagni di strada in una condivisa ricerca di significato.

-                     Dopo gli anni Novanta del secolo scorso, attualmente che genere di poesia gira in Italia e soprattutto in Puglia?
Nel primo quindicennio di questo secolo XXI si è assistito a livello nazionale all’esaurimento della neoavanguardia, che ancora nel ventennio precedente aveva imposto la supremazia del significante, e al trionfo di due fenomeni: da un lato quello della neodialettalità (si pensi al pugliese Angiuli, ai veneti Ruffato e Franzin, alla lucana Finiguerra), che nel rapporto con le lingue ha assunto su di sé quella funzione sperimentale che la poesia della tarda modernità deve avere, ma che non può declinarsi più in chiave neoavanguardistica; dall’altro quello del realismo (soprattutto quello civile del pesarese D’Elia e quello ‘materico’del milanese Oldani e del romano Magrelli) che pare riprendersi il campo per reazione al disimpegno della letteratura e dell’intellettuale, tipico della società della globalizzazione e della crisi della politica. La Puglia è una delle regioni più dinamiche sul fronte poetico nazionale: guardando agli autori che hanno dai 25 ai 50 anni, o giù di lì, le linee predilette sono quella di una poesia ‘metropolitana’, più dura e fortemente concettuale, e quella di una poesia cantata, più intima e tradizionalmente lirica.

-                     Nell’era della velocità, una composizione in versi cosa deve o può proporre al probabile lettore?
Nulla, se pensa di avere vantaggio dalla brevità dell’espressione: la potenza di un verso breve di D’Annunzio, Ungaretti o Luzi o di un ‘osso’ di Montale sta in un meccanismo di concentrazione semantica che non ha niente a che vedere con la velocità di un sms o di un tweet. La poesia ha bisogno di un lettore che sia educato alla lentezza del pensiero, non alla velocità del consumo. D’altra parte sappiamo che i lettori forti (che si indirizzano in prevalenza verso il romanzo) non cercano la brevità e si affezionano molto a libri ponderosi. La forza della poesia di oggi, dunque, non può risiedere in una grottesca concorrenza alla comunicazione newmediale (persa in partenza) ma, al contrario, nella proposta di ampie strutture, di discorsi organici che restituiscano al lettore la speranza di una reazione alla liquidità cui sono condannati. Si legge per consistere, per sottrarsi all’angoscia della morte.

-                     Ma per concepire «ampie strutture» occorrono conoscenze ‘tecniche’: per scrivere versi, dunque, non basta la ‘vocazione’?
Proprio così, ma non basta la sola conoscenza della tecnica. Per la poesia vale ciò che diremmo della musica o delle arti visive: si può essere ‘i primi della classe’ nelle pratiche artistiche, ma totalmente privi di creatività, di genio, di originalità e, dunque, incapaci di diventare artisti. Per converso, si può avere una grande intuizione, ma senza la conoscenza delle strategie formali e senza la consapevolezza della storia culturale che c’è dietro, si potrà anche fortunosamente concepire una buona poesia, ma mancherà il respiro per la costruzione di un intero libro di valore.

-                     Nel ‘postmoderno’ c’è ancora spazio per la poesia?

Se con quella parola intendiamo, come sostengo, l’intera epoca contemporanea, non solo ritengo che ci sia spazio per la poesia, ma penso che essa sia la forma di scrittura che ha consegnato all’Occidente i maggiori capolavori in grado di guardare senza filtri lo squarcio prodotto dalla fine della modernità: La giovane Parca di Valéry, La terra desolata di Eliot, Le occasioni di Montale, I Cantos di Pound, Jukebox all’idrogeno di Ginsberg, Per il battesimo dei nostri frammenti di Luzi e molti altri ancora. Ma se, invece, ci si riferisce a un movimento culturale proprio degli ultimi decenni (il postmodernismo), caratterizzato dalla resa dell’arte alla cultura di massa, la poesia ricopre il ruolo della sua vittima prediletta, per quella sua costitutiva resistenza alla banalità che aveva teorizzato Adorno.

lunedì 16 maggio 2016

L'INVIDIA UNA EMOZIONE DA GESTIRE

Nella società tecnologica, come la nostra contemporanea, in cui l’individualismo è l’icona, segno visivo di una realtà esterna, caratterizzata da egoismo, da eccessiva considerazione di sé, l’invidia trova terreno fertile per alimentarsi e svilupparsi.
 Che cosa è l’invidia?
 Tralasciando le teorie bioneurologiche, dal punto di vista psicologico l’invidia è una emozione spiacevole, spesso penosa, caratterizzata da inferiorità, ostilità e risentimenti, che a origine falla presa di coscienza che un’altra persona o un gruppo di persone posseggano un bene ambito – oggetto, posizione sociale, titolo o qualità professionale. Insomma, è una motivazione, un desiderio di qualcosa posseduta da un altro.
 Dal punto di vista sociale, l’acido corrosivo dell’invidia distrugge il tessuto sociale.
 L’invidia è una emozione nota sin dall’antichità e su di essa si è riflettuto e scritto tanto. Tra le tante testimonianze, in questo discorso riporto in sintesi l’intervento dell’Apostolo Paolo che si lamentava di alcune persone che:
 <<[…] predicano Cristo anche per invidia e per rivalità>>, (Filippesi 1:15,18),
e l’incontro di Dante con gli invidiosi (43-72) del XIII Canto del Purgatorio.
  Il poeta è molto colpito dalla pena degli invidiosi, tanto che non crede  ci sia uomo così duro da non  esserne commosso: infatti, quando li vede meglio, è costretto a versare lacrime.
 Oggi, più di ieri, è importante  ritornare a parlare dell’invidia, perché a differenza di altre emozioni negative - quali tristezza, angoscia, collera, vergogna, disagio – che oscurano la nostra parte razionale ( che però non vanno eliminate ma gestite) è una emozione che danneggia tutti, chi la prova e chi la subisce.
 Se, quindi, è una emozione sorretta da un mega e distruttivo egocentrismo, l’invidia amareggia l’esistenza. Ma non è tanto il voler avere ciò che l’altra persona possiede   in talenti e qualità, è l’odio per quello che l’altro ha oppure rappresenta.
 La persona che invidia un’altra carismatica, ricca di passione e ingegno, amata da molti conoscenti del proprio ambiente, che fa le cose non per mettersi un mostra ma per piacere, non si accontenta di rodersi dentro, ma semina calunnia, desidera distruggere i pregi dell’altro.
 L’invidia si alimenta di risentimento. Si insinua nella pretesa che ciascuno ha di valere qualcosa a se stesso e agli occhi degli altri.
 L’invidioso sminuisce i successi altrui e li attribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia. La professionalità e l’entusiasmo altrui sono fonte di personale frustrazione.
 Si può trasformare l’invidia, o in genere una emozione negativa in positiva?
 Secondo la psicologia si può, avendo a disposizione grande forza di volontà ed energia psichica per non identificarsi con l’emozione negativa quando in modo autonomo si instaura.

 A questo punto bisogna riconoscere la causa della sua presenza che non è esterna ma è tutta interna a noi, per cui per trasformarla e gestirla bisogna adottare  una intensa e assidua meditazione ( intesa quest’ultima come una profonda riflessione della mente atta a ricercare la ragione di questa autonoma e improvvisa  intrusione).  

venerdì 6 maggio 2016

L'EMOZIONE NELL'EDUCAZIONE

Nel corso di questi ultimi anni, abbiamo avuto modo di cogliere e di apprezzare l’importanza che i vari studiosi, dalle neuroscienze alla pedagogia e psicologia,  danno all’emergere dei sentimenti e delle emozioni dei discenti – bambini ed adolescenti -, legati al mondo della scuola, siano essi in riferimento ai rapporti sociali – con i compagni – o vincolati al loro percorso di apprendimento.
 Attualmente, oltre agli interventi dei vari ricercatori e ai suggerimenti della Riforma “Educazione alla salute” che indicano:<<Comprendere che l’uomo si deve confrontare con i limiti della propria salute ed elaborarli, integrandoli nella propria personalità>>, (www.istituzione.it) la scuola è diventata un luogo privilegiato per  lo sviluppo di corsi di alfabetizzazione emozionale e sia per l’apprendimento in senso specifico.
 Per moltissimo tempo il predominio della tradizione cartesiana, che ha considerato la chiarezza e la lucidità come criteri indiscussi di verità, ha caratterizzato non solo l’ambito filosofico e psicologico, ma anche quello pedagogico, dove a lungo il mondo dei sentimento e stato ignorato, parte importante della formazione, privilegiando lo sviluppo delle attività mentali piuttosto di quelle del cuore.
 La svolta in direzione di una rivisitazione di questo collaudato e rigido modello è giunta grazie al contributo sia delle neuroscienze, che hanno consentito di realizzare una nuova mappatura neuronale delle relazioni tra cervello e cuore, sia dalla psicologia e dalla pedagogia, che hanno realizzato e proposto un nuovo metodo di tipo umanistico alla conoscenza dell’essere umano.
 Una scuola, quindi, - come anche la famiglia - più attenta all’educazione del cuore può trarre alimento e nutrimento dalle emozioni e dai sentimenti, per orientare le ricerche, gli scopi, le direzioni di senso dell’esistenza umana.
 Educare bambini e adolescenti alle emozioni e ai sentimenti non significa insegnare a ignorare o a negare le tendenze istintive, a tacere le varie emozioni, a inibire quei particolari stati d’animo che possono impedire il corretto svolgimento delle attività intellettive. Secondo i nuovi orientamenti pedagogici, il compito educativo principale si realizza nell’accompagnare il discente ad assegnare un ruolo significativo alla vita emotiva nella sua esistenza, assumendosene la totale responsabilità.
   Va da sé che la scuola non si deve impegnare di trovare nella sua azione didattica soltanto strumenti idonei che facciano di sostegno allo sviluppo cognitivo, ma anche di reperire le abilità che favoriscano le competenze emotive, quali l’espressività, la comprensione e la regolazione delle emozioni (capacità, queste, che analizzeremo in un prossimo intervento).
 Gli insegnamenti emozionali appresi durate il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza possono dare tonalità adeguate alle nostre risposte emozionali. Convogliare le emozioni con lo scopo di conseguire un fine produttivo raffigura la via maestra che guiderà l’essere umano ad esprimere le proprie emozioni con intelligenza. È necessario intervenire nel modo in cui, gli educatori tutti, preparano i discenti alla vita: ma devono iniziare dai banchi della scuola a insegnare l’autocontrollo, l’autoconsapevolezza e l’ascolto dei bisogni altrui (Goleman 1996).
  
 Allora bisogna progettare interventi didattici che tengano in considerazione il ruolo che l’emozione (positiva o negativa) ha nell’attività educativa come la memoria, l’attenzione, il pensiero, e  quindi anche essa influenza l’apprendimento.
 Questo evento, secondo i ricercatori, dipende dall’attivazione di diversi fattori, tra cui citiamo: a) al momento di richiamare un apprendimento la sintonia emotiva nella quale siamo in quel momento consente l’attivazione della stessa rete neurale che ha memorizzato l’apprendimento; b) nuove emozioni consentono di creare altrettanti modelli comportamentali per le  persone.
 D’altronde, un apprendimento realizzato solo sul piano cognitivo astratto rimane distante dal contatto con la realtà e con l’esperienza diretta. Esso non raggiunge un sufficiente apporto neuronale di memorizzazione sufficiente per essere ricordato nel tempo. O meglio, la memorizzazione avviene, ma ha scarse probabilità di stabilire collegamenti con altre reti neuronali e, quindi, non avrà energia per essere ritrovata in un momento successivo.

 A questo punto possiamo concludere dicendo che se le emozioni sono in stretta dipendenza con la conoscenza, allora è fondamentale trattarle all’interno delle aule scolastiche, che sono sicuramente un ambito idoneo in cui bambini e adolescenti hanno l’opportunità di sentire e di vivere le varie emozioni.  

venerdì 15 aprile 2016

LO STILE EMOTIVO PLASMA LA NOSTRA VITA

Secondo gli studi del neuro scienziato Prof. Richard Davidson, autore del saggio”La vita emotiva del cervello”, lo stile emozionale è un modo più o meno stabile  che plasma la nostra vita e il modo in cui noi rispondiamo alle diverse sollecitudini quotidiane dell’ambiente che ci circonda. E come tale meccanismo mentale, si differenzia dagli stati emotivi che sono reazioni fugaci innescati da una esperienza (positiva o negativa) e dalla durata di secondi, e da stati d’animo emozionali, sentimenti che persistono per alcune ore o addirittura per mesi.
 Questo profilo emozionale, o stile emotivo prevede sei dimensioni ed ognuna di esse ha delle caratteristiche neuronali ben precise e identificabili:
- Resilienza o capacità di recuperare, rappresenta la capacità di ripresa dagli stress emotivi. È una caratteristica della personalità che si rileva di fondamentale importanza per affrontare eventi traumatici particolarmente difficili della vita (problemi gravi d salute, , situazioni di lutto, perdita di lavoro, conflitti e così via):
- Prospettiva  è quella dimensione che misura la capacità di mantenere nel tempo le emozioni positive;
- Intuito sociale, è l’abilità a cogliere i segnali sociali inviati dalle persone che vivono nello stesso ambiente.
-Autoconsapevolezza, s’intende la capacità di percepire le sensazioni fisiche che riflettono le nostre emozioni.
- Sensibilità al contesto, misura la capacità di modularle reazioni emotive tenendo conto dell’ambiente in cui ci troviamo.
- Attenzione,  intensità e chiarezza con cui siamo in grado di focalizzare un certo oggetto.
 Pur prendendo origine da aree del cervello ben identificabili, secondo l’esperto, lo stile emotivo non è un meccanismo neuronale fisso e immutabile. Attraverso, infatti, particolari e specifici e esercizi è possibile modificare nel tempo la personale reazione emotiva a una determinata situazione in cui ci troviamo. Inoltre, continua il professore,  con la meditazione si può raggiungere un più ampio sviluppo della consapevolezza dei segnali sociale e <<una maggiore capacità di recupero>> dei propri sentimenti e delle sensazioni corporee. Ciò è reso possibile dalla <<neuroplasticità del cervello>>.
  Attualmente, secondo Matthieu Ricard, le neuroscienze considerano sempre più la capacità del cervello di evolversi in funzione delle esperienze vissute, attraverso la definizione di nuove connessioni esistenti o con la produzione di nuovi neuroni.
 La professione del musicista, in cui si lavora sul proprio strumento tutti i giorni per anni, è uno dei migliori esempi di neuroplasticità.
 La risonanza magnetica ha evidenziato, per esempio, che in un violinista le regioni del cervello che controllano i movimenti della mano con cui  esegue la diteggiatura si sviluppano in parallelo all’abilità che acquisisce con il suo strumento.
 Anche le ricerche effettuate sui giocatori di scacchi e gli atleti  olimpici hanno messo in luce profonde trasformazioni delle capacità cognitive dovute alle loro pratiche sportive. 
 In base a questa mappa multidimensionale si possono delineare le diverse dimensioni dello stile emotivo, che caratterizza ognuno di noi. Avremo, quindi, un tipo di persona che reagisce velocemente a uno stimolo emozionale e ad altre cose, altre con una reazione violenta, e ce n’è un’altra ancora che reagisce molto prolungato nel tempo.
  Per quanto riguarda il rapporto relazionale tra i diversi tipi di stili emozionali, i dati scientifici sono pochi e variegati. Ci sono esempi di persone con stili simili che si accoppiano e di altre persone – nella maggior parte - con stili emozionali opposti che si completano.

   Prima di concludere è importante aggiungere che uno stile emotivo non è migliore dell’altro. Tuttavia, sembra che alcuni stili emozionali possano rendere la nostra vita più difficile, in modo particolare quando la capacità di recupero di fronte alla difficoltà è molto bassa.  In presenza di una continua difficoltà quotidiana, la persona può rendersi conto di realizzare uno stile emotivo non adeguato a quel particolare disagio e, quindi, modificarlo, grazie alla capacità neuro plastica  del nostro cervello. 

mercoledì 6 aprile 2016

BLOCCHI EMOTIVI COME CONTROLLARLI E TRASFORMARLI IN ENERGIA CREATIVA

Nella normale attività quotidiana, ognuno di noi ha sperimentato, almeno una volta nella sua vita, di aver dimenticato, per esempio, dove ha messo le chiavi della macchina prima di uscire per andare a lavorare oil nome dell’autore di un romanzo letto durante le vacanze estive al momento di citarlo a degli amici. Di solito questi vuoti temporanei di memoria non avvengono per caso.
 Dai neuro scienziati abbiamo da tempo appreso che nell’intricate rete dei circuiti neuronali del nostro cervello negli anni abbiamo immagazzinato una vastissima quantità e varietà di nozioni. Ma a volte, quando vogliamo richiamare quella nozione specifica (es: le chiavi o il nome del romanziere) per risolvere il nostro problema del momento, un corto circuito ci impedisce di tirala fuori.
 In psicologia questi corti circuiti neuronali li chiamano <<blocchi mentali>>. Il più conosciuto è quello emotivo. Tra i tanti, il più comune è quello generato dalla paura, che come ben sappiamo, ci blocca, ci toglie ogni facoltà ragionativa. Oltre alla paura, vi sono altre cause comuni e conosciutissime dal maggioranza delle persone come l’ansietà o una live preoccupazione, che possono generare un blocco emotivo.
 Pare abbastanza ovvio ora dire che i blocchi emotivi non si verificano soltanto quando ci troviamo di fronte a situazioni di stress emotivo (paura, ansia e altre), ma possono essere anche una risposta a una improvvisa  e inaspettata buona notizia, talmente utile da sembrare incredibile (esempio: una vincita milionaria). In questo particolare caso, dopo un periodo più o meno lungo per assimilare l’evento, l’interessato può avvertire un senso di confusione mentale, una mancanza della motilità volontaria oppure continuare le sue normali attività quotidiane, come se il fatto non fosse accaduto.
 È chiaro che vi sono esseri umani più attrezzate psicologicamente ad affrontare le varie situazioni. Per cui in alcune persone un evento traumatico può generare un blocco emotivo, in altre viene percepito con una cosa naturale in quanto non ha la stessa influenza negativa.
 Per nostra esperienza sappiamo che più o meno tutti abbiamo subito piccolo o grandi traumi psichici, e superare un blocco in seguito  a un trauma psicologico non ci pare sempre un intervento dei più semplici, tanto più che le nostre frenetiche attività quotidiane non ci lasciano il tempo minino necessario di sostare ad analizzare e capire gli eventi della nostra vita – molti dei quali negativi – che ci hanno segnato in profondità, escludendo la possibilità di godere un buon stato di salute psicofisico e di percepire una serenità interiore.
  Tuttavia nel normale svolgimento del nostro percorso terreno vi sono spesso blocchi emotivi generati da emozioni, - alcune pericolose per la nostra salute psicofisica – di cui  bisogna conoscere i meccanismi perversi, per realizzarle in altre forme e liberarcene. Certo risolvere una qualsiasi situazione non significa cambiare in toto la persona, affinché si sciolga ogni riserva è necessario fare un vero cambiamento interiore.
 Chi, quindi, ha attraversato un’esperienza dolorosa generata da un trauma emotivo (es: un lutto), ed è riuscito ad andare avanti, sa che ci si può dare forza, scoprendo che la disperazione, la fragilità, la paura convivono in ogni essere umano a fianco del coraggio e della determinazione a vivere.
  Va da sé che ognuno di noi ha la personalità, i modi  di affrontare le storie passate, per cui il dolore psichico e i comportamenti saranno differenti da quelli di qualsiasi altra persona anche degli altri membri della famiglia. Alcuni superano il trauma in breve tempo, altri lo portano nel loro quotidiano, alcuni ne risentono profondamente, altri diventano più maturi, più aperti verso nuove esperienze.
 Allora, se noi abbiamola la forza di scaricare l’energia negativa che si è formata dentro in nostro corpo formando blocchi emotivi, possiamo anche trasformarla in uno strumento di crescita.
 I ricercatori delle neuroscienze, infatti, hanno scoperto che se noi ci mettiamo in uno stato emotivo positivo come felicità, serenità, gioia sostenuto e stimolato dalla motivazione ad agire, ciò può accrescere la creatività, e non solo, dicono altri  studiosi, perché anche le emozioni negative come tristezza e depressione possono essere catalizzatori per la creatività.
 Indipendentemente, dunque, dalla valutazione dei nostri stati interni (positivi  o negativi) possiamo essere originali, creativi

venerdì 18 marzo 2016

I NEURONI SPECCHIO PER PROVARE LE EMOZIONI ALTRUI.

Tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, alcuni ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, coordinati da Giacomo Rizzolati, nei macachi osservarono, per caso, che alcuni neuroni si attivavano non solo quando le scimmie eseguivano alcune azioni motorie autonome, ma l’attivazione si otteneva  anche quando osservano un loro simile compiere la stessa azione specifica.
 Passando dai primati all’umano, si osservò, con tecniche non invasive di ultima generazione ( es. risonanza magnetica funzionale), che, per la maggiore estensione dell’aria interessata e la crescente complessità del fenomeno, il sistema a specchio umano rispetto a quello delle scimmie rivelava sia il tipo di azione che la sequenza dei movimenti di cui è composta.
 I ricercatori, quindi, hanno potuto comprendere le azioni degli altri, e grazie a questa capacità il comportamento altrui acquista significato, dotando l’osservatore dell’abilità di “leggere” la mente degli altri. Se nel passato, cioè al tempo degli esperimenti sui primati, si era potuto sottolineare l’aspetto imitativo dell’azione, oggi invece permette la comprensione di eventi osservati oppure l’apprendimento di nuove azioni.
 Secondo, quindi, i neuro scienziati, il sistema a specchio permette all’umano di cogliere ciò che gli accade intorno, d’imparare per imitazione, di provare emozioni e di immedesimarsi e di entrare in empatia.
 Non è nostro compito, in questa sede, avanzare dubbi sulla validità o meno di simili affermazioni. Intanto la ricerca va avanti, per cui, secondo lo scienziato Rizzolati, l’apprendimento per imitazione ci distingue dagli altri primati e, soprattutto è ampiamente dimostrato sperimentalmente che il sistema “mirror” si attiva nel riconoscere le emozioni.
  La percezione, infatti, di una manifestazione di gioia o di dolore altrui, attiva le medesime zone neuronali della corteccia cerebrale, quando siamo coinvolti in prima persona  a provare gioia o dolore. In sostanza, noi percepiamo la medesima emozione degli altri ( di gioia o di dolore oppure d’angoscia).
 Per esempio, stiamo nel nostro salotto leggendo un romanzo d’avventura. In una foresta, i protagonisti, circondati da selvaggi di turno, terrorizzati cercano disperatamente di difendersi, e l’autore con abilità descrittiva e con parole adeguate riesce trasmettere anche a noi lettori le medesime emozioni (paura, angoscia). È come se l’altro umano diventasse uno di noi, come se l’atto in corso dell’altro fosse la nostra esperienza.
 Questo è un fenomeno conosciuto come “empatia”, ovvero la capacità dell’essere umano di capire e di provare le emozioni degli altri. Più precisamente quando a esempio vediamo qualcuno che ha paura. È terrorizzato i nostri neuroni specchio non riproducono chiaramente la percezione della paura o del terrore, ma invece riproducono  la percezione emotiva e viscerale della paura: il nostro cuore aumenta la frequenza, sudiamo, ci si accappona la pelle e i muscoli si tendono, pronti alla fuga. Ma oltre a dedurre, con l’imitazione e la conoscenza degli stati d’animo altrui, le relazioni affettive e sociali, gli schemi di comportamento individuali e collettivi, l’agio e il disagio delle persone che incontriamo (emozioni positive), l’empatia è pure base delle nevrosi in quanto l’imitazione limita di portare dentro di sé, valori e schemi che non possono funzionare e che possono produrre delusione e rabbia ( emozioni negative).
 Secondo i neuro scienziati, l’empatia  è generata dai neuroni specchio, e il loro compito non è solo quello di interpretare le emozioni degli altri, ma anche di far provare quelle medesime emozioni o sensazioni. Questo meccanismo, già presente e utile per la sopravvivenza nell’uomo delle caverne, è stato geneticamente trasmesso a noi, e come allora anche ai nostri giorni ha il potere d’influenzare il nostro stato d’animo.
 Anche, dunque, ognuno di noi – nessuno escluso – può utilizzare al massimo questa straordinaria capacità innata per se stesso e soprattutto per cambiare in meglio lo stile di vita altrui, e dare una mano a risolvere i loro problemi o a superare un’emozione negativa
                                                                                                 E.C.