mercoledì 16 agosto 2017

LA NOSTALGIA UNA RISORSA ESISTENZIALE

La nostalgia si rappresenta come un’emozione che ci conduce a ripensare a qualcosa del passato che non esiste più e mette insieme la soddisfazione per ciò che si è vissuto con l’accettazione che si parla di un periodo già trascorso che non tornerà.
 Da alcuni studi di psicologia viene fuori  principalmente che le persone provano nostalgia innanzitutto ricordando qualcosa che le hanno implicate personalmente, attimi in cui hanno agito il ruolo di protagoniste della scena e soltanto causalmente ricordando momenti nei quali erano semplici attente osservatrici esterni. Con altre parole si rievoca con viva nostalgia ad esempio un abbraccio affettuoso ricevuto da una persona cara che uno osservato.
 La nostalgia, quindi, è un’emozione provata piuttosto di frequente da tutti i tipi di personalità, deboli o forte che siano. Essa ha la capacità d’influenzare non solo la nostra psiche, ma anche il nostro corpo, attraverso una serie di sintomi che interessano il sistema cardiorespiratorio, i disturbi dell’appetito, l’ansia e così via.
 Gli oggetti più assidui di episodi nostalgici sono anzitutto eventi che lasciano segni profondi nella mente (come una vecchia fotografia, la panchina su cui eravamo soliti sederci) e le persone ( sono naturalmente quelle rilevanti per noi: genitori, fratelli, amici, colleghi, un loro sorriso, un gesto, o particolari momenti trascorsi in loro compagnia), a volte di rado specifici eventi (un viaggio), periodi della vita e, impensato, anche animali (cane, gatto).
 Secondo alcune ricerche, la nostalgia sembra stimolata da un particolare stato d’animo negativo, nello specifico da un senso di tristezza, di solitudine.
 Tuttavia, vi sono altri elementi che attivano la nostalgia come le scambievolezze sociali, cioè rivedere amici di un tempo e ricordare con loro gli avvenimenti del passato, gli stimoli sensoriali (come caratteristici profumi, musica), gli oggetti (come gli anelli del matrimoni, una fotografia), inattività (cioè momenti di rilassamento totale), infine occupano un posto privilegiato gli anniversari (come  la data del primo incontro, il venticinquesimo)  e le emozioni positive (felicità, gioia ecc.).
 La nostalgia, secondo alcuni ricercatori, sul nostro stato mentale fa nascere un’emozione positiva atta a bilanciare momenti di tristezza o di solitudine, inoltre rinforza i legami sociali e aumenta l’autostima.
 La nostalgia si presenta per rammentarci che abbiamo un passato e che ciò che abbiamo vissuto ha avuto un senso benefico per noi.  
 Moderni studi affermano che la nostalgia non è una debolezza ma una risorsa psichica. Le persone, infatti, nostalgiche sono più vigorose, in quanto valide a ricompattare i frammenti del passato e a rendere la vita un cammino consistente.
 L’emozione che abbiamo in presenza di una vecchia fotografia  di un tramonto o dell’incontro con un vecchio conoscente non prende in breve la durata di un attimo ma produce un collocamento tra quello che eravamo e quello che realmente siamo,  donandoci la sensazione che la nostra esistenza abbia avuto un cammino terreno saggio, ricco di esperienze ed emozioni, nel bene o nel male.
 A questo punto possiamo dire che la nostalgia possiede potere terapeutico positivo se le persone sono idonee a percorrere a ritroso la propria vita, dando ai ricordi il giusto valore.
È del tutto evidente che una quota esagerata di nostalgia può privare la mente di spazi preziosi e rendere pessima la qualità della vita, mutandosi nelle circostanti più gravi in vera patologia.
 A tale proposito è bene ricordare che vi sono persone che non sono capaci di trarre beneficio dalle attività quotidiane e trascorrono il loro tempo continuamente nel passato.
 Tuttavia se si è portati a ricercare benessere psicofisico soltanto nel proprio passato, la nostalgia diventa negativa e capace di accrescere il dolore psichico nei riguardi al presente e al futuro, e questa evenienza conduce certamente alla depressione. Ogni qual volta invece che si ottiene di rivivere il passato con gioia, senza permettere che il presente sia messo sottosopra e invaso dai ricordi, la nostalgia può divenire un’emozione caratteristica, dall’aspetto delicato, pure se un po’ triste.  

venerdì 4 agosto 2017

EGOISMO EMOZIONE DA CONOSCERE

Per la maggioranza dei giudizi l’egoista  è colui che pensa in assoluto a se stesso,  facendo in modo da raggiungere un favore personale, spesso a danno di altre persone.
 L’egoismo autentico si rivela in molti comportamenti di vario genere, ma alla sua base c’è una visione molto opportunistica e focalizzata su se stessa, la quale convince la persona a muoversi solo quando vi è la sicurezza che ne deriverà un utile personale.
 Purtroppo, però non termina qui. L’egoismo, infatti, si può manifestare anche in forme più ambigue e dannose, e ciò accade quando pur di ottenere un vantaggio personale si è disposti a mettere sotto i piedi le altre persone. L’egoismo può quindi sfociare nell’invidia.
 Per la sua natura, l’egoista trascorre la sua vita in un circolo chiuso; sembra incapace di vedere e di ascoltare ciò che gli interessa personalmente: lui è il tutto e il restante non gli riguarda.
 Non è per nulla contento della vita che svolge quotidianamente e spesso preferisce stare da solo, sia per scelta che per forza. Insomma, il minimo che possiamo dire dell’egoista è che lui desidera trascurare il suo ambiente umano.
 Il rimprovero consueto fatto all’egoista è quello di amare se stesso per poter dare amore alle altre persone. Tuttavia, prima di confermare l’eccessivo amore che l’egoista prova per se steso, domandiamoci invece se effettivamente si amano davvero. E, nel caso opposto, da dove proviene il fatto di non avere alcune pensiero in mente che loro stessi?
 Nei primi stadi di evoluzione, il bambino è basato soltanto verso la gratificazione dei propri bisogni: essere accudito, nutrito, stimolato, consolato, amato. Si tratta di circostanze insostituibili per la sopravvivenza. È soltanto dopo aver raggiunto un minimo di indipendenza che il bambino si schiuderà man mano a un ambiente sempre maggiore (dalla madre ai componenti della famiglia), dalla famiglia alla scuola materna, e così via.  
 Comunque, per rendere favorevole che questa progressiva apertura verso l’esterno sia priva di ogni tipo di ostacoli, è essenziale che il bambino abbia ricevuto una buona dose di amore per credere in se stesso e per volersi bene. Solo in questo modo egli potrà iniziare a restituire l’amore che ha ricevuto per primo. In caso contrario, il bambino può restare bloccato a questo stadi di sviluppo i cui pare che il mondo intero sia diretto esclusivamente verso di lui.
 Insomma, la persona egoista che si prende ogni bene per vantaggio personale non prova nessun godimento nello scambiare e nel donare affetto. Questa persona è priva d’amore per se stessa, anzi, si affligge per il motivo opposto. La sua avidità, la necessità urgente di togliere alla vita ciò che potrebbe ottenere in modo diverso non è sicuramente il segno di un’abbondanza d’amore verso se stessi, ma quello di una difficoltà a credere in se stessi.
 Non è, quindi, l’amore per se stessi all'origine dell’egoismo, quanto piuttosto l’attaccamento più o meno patologico a un’immagini superata di sé, quella del bambino stupendo cui non deve mai mancare nessuna cosa.
 Ci possiamo liberare dall'egoismo?
Secondo la psicologia sì. Per prima cosa bisogna prendere coscienza di questa forma di fragilità psichica e delle conseguenze negative che genera a se stessi. Soltanto in quel momento sarà possibile liberarsi poco la volta dal circolo vizioso in cui l’egoismo ci mantiene rinchiusi, tipo: dagli altri non ci aspettiamo niente di buono…accettiamo ciò che l’occasione offre…spesso permetto che mi raggirino e così via

sabato 15 luglio 2017

LA PAURA UN'EMOZIONE POSITIVA

La paura è una emozione primaria molto diffusa presenta in noi sin dalla nascita e forse anche prima. Essa ci segnala la presenza di un pericolo, dannoso o potenzialmente dannoso, ed è indispensabile e  pregiata nella storia evolutiva dell’uomo nel mantenere invita i nostri antenati.
 Questa sua innata presenza è un indice della sua rilevanza. La paura è infatti un complesso adattivo che regola il rapporto tra l’ambiente e l’organismo avvantaggiando la sopravvivenza di quest’ultimo.
 Le emozioni sono la reazione dell’individuo alla percezione di un impulso esterno. La paura in particolare si mette in azione quando i sensi avvertono uno stimolo nocivo per l’organismo, in breve quando avverte una minaccia. Alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all'individuo di rispondere allo stimolo iniziale attraverso  modalità diverso di risposta: attacco, evitamento/fuga o nella meno buona delle ipotesi con un blocco.
 Tuttavia, la paura non rappresenta solo una risposta meccanica e istintiva a un pericolo, anzi essa rappresenta una modalità complessa messa in atto dagli individui per relazionarsi all'ambiente ed esplorarlo, contemplandone i rischi. Ugualmente a qualsiasi altra esperienza emotiva, essa non è semplicemente un modo di sentire, ma un vero e proprio sistema, costituito da più componenti e fasi, il cui funzionamento accade lungo una linea temporale di azione ben precisa.
 La paura ha quindi una componente neurofisiologica con sintomi;  una componete  cognitiva, ossia la paura dipende da una sere di eventi e una componente emotiva.
 La paura si manifesta in modi diversi, se è specifica si manifesta con una fobia, se è generalizzata si manifesta sotto forma funzionale.
 Il confine tra paura e fobia sta nella funzione adattiva della risposta, quando cioè  l’istinto emotivo scatta in modo inappropriato ( cioè senza che sia presente una reale minaccia) allora si trasforma in un meccanismo patologico, la fobia, appunto.
 Secondo la psicologia  vi sono paure innate che ci accomunano come appartenenti alla stessa specie e invece paure la cui natura e appresa.
 Le paure innate sono innescate da diversi  fattori quali: stimoli fisici, eventi o persone sconosciute, da stimoli dolorosi che in futuro impariamo a evitare  così come accade per le situazioni che mettono a rischio la nostra incolumità ( freddo, buio, altezza,  abbandono, certi animali (ragni, serpenti) e così via). Le paure apprese sono quelle che non sono a diretto contatto con la sopravvivenza dell’individuo o della specie e la cui natura e variegata e indefinibile
 Sicuramente la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza o di allarme, preparando la mente e il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate  l’espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi richiede un aiuto e soccorso. La paura, quindi non è solo una reazione individuale, ma anche una veste sociale.
 Dal punto di vista biologico – evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche tendono verso la conservazione  e la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Ovviamente, se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventa quindi ansia, fobia o manico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.
 Si può trasformare la paura?
 Come abbiamo detto innanzi, la paura possiede uno specifico valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo. Va da sé che gli interventi curativi contro la paura si rivolgono solo in quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte a uno stimolo assolutamente non pericoloso.
 In questi casi con l’aiuto di un percorso psicoterapico è possibile trasformarli in uno spazio protetto in cui, ogni individuo con i propri tempi, può costruire o rinforzare quegli aspetti fragili, vulnerabili di sé, aspetti che non sono ancora pronti a relazionarsi e confrontarsi con il mondo. In questo modo la paura diventa un potenziale strumento di crescita e d’evoluzione per ogni individuo che intende mettersi in gioco e trasformare aspetti disarmonici di sé

lunedì 3 luglio 2017

IL PERDONO UN SENTIMENTO POSITIVO

Perdono è un termine che nella sua eccezione letteraria significa: remissione di una colpa e del relativo castigo, Il Nuovo Zingarelli. È, quindi, una rinuncia, un’agevolazione che si offre a colui il quale compie ciò che non avrebbe dovuto compiere.
  Da quanto appena detto si può comprendere come il perdono è un modo di procedere che include la consapevolezza della vittima di aver subito una vessazione tuttavia si preferisce volontariamente di passare oltre la punizione e di mettersi in un atteggiamento diverso.
 La capacità di perdonare insita in ciascuno di noi nel corso dell’esistenza si modifica e non rimane stabile negli anni. Secondo alcuni ricercatori una persona è motivata a perdonare a seconda di un momento particolare dalla vita: il perdono è possibile quando la vittima è risarcita del danno subito; il perdono è possibile per la presenza di regole morali, religiose e sociali che condizionano la persona; il perdono è utile perché concede di vivere in armonia nel contesto sociale.
 Quando si tratta di capacità di perdonare non si mette in atto rapporto solamente a quel comportamento di compassione e benevolenza che la vittima di sopraffazione  sceglie liberamente di riservare al trasgressore, ma concerne anche il comportamento che una persona può avere verso se stesso nel caso che sia responsabile di un atto nocivo verso altri soggetti. Bisogna distinguere infatti il perdono in rapporto alla sorgente della violazione: si può essere vittime di un’offesa e quindi in questa circostanza il perdono sarà diretto verso terzi, ma si può essere i responsabili di un’offesa e sentirsi colpevoli del proprio comportamento, in questa circostanza il perdono deve essere rivolto a se stessi.
 Sembra giusto aggiungere che chi commette un danno per altre persone è un soggetto con emozioni e sentimenti, e molte volte ci si può diventare responsabili  di causare dolore ad altri senza alcuna intenzione. In questo caso particolare il trasgressore si può sentire in colpa per il suo operato maldestro e non perdonarsi di aver procurato sofferenza psichica. L’insufficienza di perdonare se stessi per aver compiuto una grave violazione si collega a sentimenti molto penosi di colpa, rammarico, vergogna e disagio invece nel danneggiato che patisce un’ingiustizia le emozioni consuete sono rabbia e avversione.
 Negli ultimi decenni la psicologia si è interessata al perdono in particolare quando alcuni ricercatori rilevarono una stretta relazione tra perdono e benessere psichico. Saper perdonare, quindi, può rappresentare un mezzo per favorire il benessere psicologico, limitando il vortice di emozioni negative che si intromettono quando patiscono un torto, ovvero riducendo la rimuginazione, il rancore, la rabbia e tutte quelle emozioni negative che non soccorrono positivamente una vessazione subita ma al contrario ne danneggiano ancora di più la salute psicofisica.
Sappiamo che, secondo la visione cognitiva ed emotiva, il sentimento del perdono può accadere soltanto dopo che è stato messo a tacere la rabbia, il  desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha subito l’oltraggio. L’atto del perdono è solo l’ultimo segno che interessa questo lungo e articolato processo di preparazione di un fatto avverso avvenuto.
 Come già detto, l’abilità di perdonare al di là di esibire benefici sulla prosperità psicologica, pare avere conseguenze positive pure sulla salute fisica. Differenti ricerche hanno infatti documentato come provare per diverso tempo emozioni negative quali rabbia, ostilità, risentimento accresce l’efficacia di disturbi cardiovascolari.
 Il modalità, dunque, in cui il perdono potrebbe favorire la salute psicofisica è inerente alla diminuzione di rabbia e ostilità incoraggiando emozioni positive quali benevolenza, compassione e amore

giovedì 15 giugno 2017

RECENSIONE IL MONDO DELLE EMOZIONI

Enrico Castrovilli, “Dal mondo delle emozioni”, Ed. Libellula, Tricase (LE), febbraio 2017, pp. 188, € 15,00. Quest’ultimo lavoro di ricerca dello studioso di San Vito dei Normanni argomenta, con flash analitici, sull'importanza delle emozioni, nel collegamento tra mente e cuore, esplorate dagli studiosi di neuroscienze, pedagogia, psicologia sociologia. Emozioni positive quali gioia, felicità, amicizia e negative come timidezza, ansia, paura, tristezza, invidia, collera sono presenti nei nostri comportamenti ed a volte sono fonte d’ispirazione e di creatività delle opere di tanti poeti e scrittori. La psicocritica è il suo approccio alla lettura critica dei testi letterari, metodo già descritto in precedenti volumi citati in bibliografia. Qui si propone la rilettura di alcuni brani di Saba, Svevo, Leopardi, Pasolini, Ungaretti, Bodini, Pavese, Gadda, Rosselli, Lipska, Rebora. Nella seconda parte del libro “Per una didattica emozionale”, le emozioni vengono presentate attraverso alcuni racconti, ”casi di studio”, resi narrativamente con personaggi e situazioni reali. Saper riconoscere le emozioni contribuisce alla prevenzione, alla gestione e a volte anche alla cura e certamente sono il presupposto del comportamento e dell’apprendimento (Daniel Goleman, Howard Gardner, Eugenio Borgna). Occorre superare la tradizionale visione dell’educazione che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a discapito di quelli emozionali, con una rivalutazione dell’idea di educazione globale, nel suo insieme di intelletto e emozioni.
La parola e l’ascolto sono i veicoli insostituibili del cuore e della mente per i sentimenti. Nel linguaggio giovanile questi vengono comunicati con gli smartphone con gli “emoticons” (le faccine col sorriso, broncio, …) per esprimere e condividere gli stati d’animo. Famiglia e scuola ne devono tener conto nel ricercare le abilità che favoriscano le competenze emotive quali l’espressività, l’autocontrollo, l’ascolto dei bisogni altrui. Progettare quindi interventi didattici che potenziano l’attenzione, la memoria, il pensiero, per un apprendimento efficace, ancorato saldamente all'interesse ed alle passioni. “Una memoria emotiva” necessaria per stabilire collegamenti e relazioni nella rete neuronale, con legami forti al vissuto emotivo e all'esperienza diretta che l’ha affiancata. Capace di essere rievocata in momenti successivi con ricordi che possono permanere nel tempo e influire sulle nostre scelte e comportamenti nei rapporti sociali. Un apprendimento realizzato solamente sul piano cognitivo risulterebbe astratto, debole e do breve durata.
Le modalità di svolgimento della vita familiare, l’ambiente, il clima sereno, l’esempio, i buoni rapporti tra i genitori e tra genitori e figli lasciano tracce indelebili e positive che affiorano nelle relazioni interpersonali e per tutta l’esistenza. Al contrario, uno sfascio delle famiglie sarà il presupposto di comportamenti successivi conflittuali e deviati. Ne deriva la responsabilità di un’attenzione da parte di tutti, della società civile nei confronti delle fragilità emotive della prima infanzia, dell’adolescenza, una terra instabile di un io in attesa di diventare adulto e autonomo, alla vulnerabilità della terza età della vita. L’autore ci trasmette un messaggio positivo e di ottimismo: coltivare sempre la speranza, come una virtù forte, preziosa per la vita di ognuno di noi, che ha il coraggio di guardare lontano, come slancio vitale che non si fa abbattere dai momenti più critici.


Ernesto Marinò

venerdì 2 giugno 2017

FIDUCIA SENTIMENTO FRAGILE E TRASPARENTE


 La fiducia è un sentimento che , secondo il punto di vista di Erikson (1950),  si forma già nei primi giorni di vita. Il neonato, infatti, acquista fiducia/ sfiducia verso la figura di chi lo alleva mediante le pratiche di nutrimento e di allevamento.
 È  la fiducia che gli permetterà di essere sereno quando per esempio un pasto o meglio un abbraccio lo avvolgerà con amore e lo farà sentire sicuro. Se al contrario  quell'abbraccio mancasse, o fosse eseguito con movimenti bruschi, incerti, sicuramente avrà una sensazione spiacevole, di insicurezza come di cadere.
   Attraverso questi segnali emotivi, ben presto il bambino avrà la capacità  e la sensibilità di riconoscere la persona che soddisferà le sue richieste e se anche lei adotterà un atteggiamento favorevole nel prendersi cura di lui. 
 Per cui appreso la separazione dei confini psicologici tra il proprio corpo e l’ambiente umano, il bambino potrà controllare la normale delusione della temporanea assenza, ma rafforzerà l’idea del reale ritorno della persona che lo accudisce. Sarà, questo, l’inizio di un sentimento di fiducia verso di lui, in quanto inizierà a percepirsi sempre più idoneo di possedere un adeguato controllo nel richiedere ed assicurarsi le cure necessarie per poter continuare a vivere.
 Va a sé che il bambino, proseguendo nel suo sviluppo psicosociale, rafforzerà l’apprendimento emozionale che darà la possibilità di leggere e interpretare i segnali che gli sono giunti dagli altri componenti. Ad avvertire con esattezza quella vitalità operativa positiva o negativa, affidabile o inaffidabile diffusa dalle altre persone, e adeguare la sua risposta.
 Nel caso in cui la persona che si occupa di lui avrà tenuto un comportamento confuso, incostante e saltuario, o meno opportuno, non presente del tutto, faciliterà in lui, sentimenti di sfiducia, ansia, finanche freddezza, distacco e solitudine. Sentimenti, questi, che saranno vissuti in modo permanente e che potranno aumentare o del tutto annullarsi con conseguenze reali in quel rapporto psicosociale che comprende il concetto di una totale apertura verso l’altra persona.   
 Quanto appena detto sembra chiarire le intense emozioni contenute nel corso della relazione significativa tra il bambino e l’altra. Allorquando la sua fiducia è ingannata, gli causerà una sensazione di frantumazione, acuto dolore psichico, anche rabbia, in quanto è venuta a mancare proprio quella fiducia come accadeva ai primi istanti della sua nascita. In seguito, diventato adulto, questo tipo di avvenimento lo farà diventare molto fragile nella propria vulnerabilità, nei desideri, e nell'abilità di opinioni. Alcune di queste aspirazioni saranno incline ad organizzarsi in quello che normalmente in una coppia si chiama complicità, o meglio confidenza per la qualità di fiducia e di intimità, che risiede in una relazione innanzitutto amorosa, ma anche parentale e amicale.
 Le persone che hanno costruito tra loro una relazione di fiducia sono più disponibili
a rispondere a reciproci bisogni, ad aumentare l’interdipendenza e la vicinanza affettiva, a minimizzare la probabilità e la paura di essere rifiutati.
 Sentire fiducia verso l’altro significa provare una emozione positiva che aumenta la probabilità di sperimentare la confidenza.
 Infine, è sempre la fiducia il sentimento primario che fa affidamento sull'attitudine a modificarsi. Saranno, infatti, la fiducia o la diffidenza a dare un certo tono emotivo ai nostri comportamenti in una concezione più positiva e costruttiva nella particolare circostanza di fiducia, o al contrario, disfattista e inopportuna nella diffidenza, così da aver risultati molto differenti nelle esperienze della nostra intera esistenza.

                                                                              

mercoledì 19 aprile 2017

LA SOLITUDINE UN'EMOZIONE CREATIVA

L’uomo contemporaneo, proteso nel cercare all'esterno i significati delle cose, non si rende conto che si allontana sempre più dalla fonte originaria interiore.
 Perché, dunque non affrontare il tema della solitudine?
 Se c’è un chiarimento del termine esso può essere ricondotto alla natura stessa della solitudine: essa riguarda in profondità ogni essere umano, non è possibile eliminarla, ci fa compagnia per tutta la nostra esistenza e, specialmente, perché, per alcuni, i più favoriti dalla sorte, può divenire la strada della ricerca interiore.
 Ma che cos'è la solitudine?
 <<Stato di chi è, di chi vive, solo>> riporta IL NUOVO ZINGARELLI.
 La solitudine ha origine antiche. Nello stesso essere umano la nascita, la crescita, la maturità fisica, psichica e sessuale rievocano la solitudine originaria.
 Per aspetto sociale, poi, la solitudine viene riconosciuta con chiarezza. Pensiamo infatti a decine di miglia di bambini nel modo che girano soli senza una destinazione ben definita. I tanti anziani, quanti di loro sono abbandonati nell'anonimia città?  Quante famiglie, sempre più estranee le une con le altre, vivono appartate nell'oscenità della televisione? Quanti ragazzi/e sono soli, nella prigione dorata del loro iPhone? Quante persone disoccupate sono costrette a una solitudine forzata?
 La solitudine dunque, non risparmia nessuno.
 La solitudine presenta moltissimi punti di vista: vi soni alcuni imposti dalle occasioni della vita, quali la prigionia, gli handicap e la malattia, l’abbandono di una persona cara. Vi sono poi solitudini volute e cercate. Quelle del creativo, dell’asceta o da chi, nella quotidianità, avverte la necessità di ricercare un momento suo, per recuperare le energie disperse nell’ambiente, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita, quando invece, non è altro che una fuga dalla situazioni che non riesce a gestire.
 Vi sono ancora solitudini imposte dalla società. I mezzi di comunicazione, i mass-media, gli slogan pubblicitari che invitano ad isolarsi, a distinguersi esprimendo modi di vita “unici” che accentuano l’individualismo. In realtà il traguardo proposto è solo illusoria, dato che è raggiungibile solo con comportamenti ed oggetti uguali per tutti. Questi messaggi, per loro natura contraddittori, alimentano la fuga e la ricerca di un rifugio che, visto come un luogo d’opposizione all’esterno, limita la crescita e lo sviluppo dell’autonomia individuale.
 Abbiamo appreso da questa breve analisi che il saper stare da soli, rappresenta una preziosa risorsa. Dà la possibilità alle persone di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi, di riorganizzare le idee, di mutare comportamento. In alcuni casi, anche l’isolamento forzato può rappresentare un incentivo alla crescita dell’immaginazione creativa.
 Esiste ancora una forma di solitudine, quella più semplice, quotidiana, che si realizza come via di fuga dalla tensione della vita giornaliera. Alcune persone isolandosi riescono ad evitare un leggero stato di depressione o di apatia ed investono in creatività  
  Avviandomi verso la fine, viene spontanea una domanda? Possiamo uscire dalla solitudine?

 Non lo credo possibile, o meglio ne sono proprio convinto, perché l’essere umano, trascorrendo il tempo in solitudine, apprende a viverci insieme. Per coloro i quali non sono incappati nell'angoscia la ricerca della vita, sia corporea sia spirituale, dà un motivo per tentare, per vivere. Ciascuno di noi, con le proprie capacità e con le proprie convinzioni, ha cercato una possibile via e tracciato dei percorsi, tentativi, questi, volti a recuperare situazioni di benessere psicofisico, ben integrati nella complessità della vita.