sabato 16 settembre 2017

L'INVIDIA UN'EMOZIONE SGRADEVOLE

L’invidia è un’emozione che nasce nell’individuo nel constatare che un suo simile è felice, sta ottimamente con se stesso, è soddisfatto, è riuscito in un suo progetto, un intimo sentimento che a volte assume una intensità tale da far desiderare che il benessere altrui si trasformi in malessere: nell’osservare l’altra persona stabiliamo, senza neanche desideralo, un confronto e questo confronto ci rimprovera  per ciò che non abbiamo e ciò che noi siamo.
 L’invidia è un’emozione sgradevole che difficilmente noi ammettiamo. Nello stato emozionale dell’invidia, l’altra persona con la quale stabiliamo un paragone è il migliore e non importa se quanto gli invidiamo e vorremmo ardentemente per noi gli è costato enormi sacrifici. In alcuni casi, nell’invidioso esiste il desiderio che la persona invidiata perda l’oggetto (bene materiale o affetto) senza che l’invidioso ne tragga poi effettivamente vantaggio. Quando siamo preda dell’invidia, diventiamo ciechi e vediamo solo noi stessi. L’altro funziona come uno specchio e ci mostra, non necessariamente in modo intenzionale, la nostra inferiorità.
 Come abbiamo già detto, nessuno è immune dall’invidia, anche se poi tutti non hanno il coraggio di confessarla. Al limite si può ammette di farsi prendere a volte da scatti d’ira,  di  compiacersi nella  inoperosità o di soffrire per gelosia, ma di essere  logorato dall’invidia proprio no. Secondo gli psicologi l’invidia è l’emozione negativa più rifiutata. Questo perché ha nel suo intimo due elementi infamanti: il primo ammettere di essere inadeguato, il secondo prova di procurare danni all’altro senza confrontarsi a viso aperto ma in modo ambiguo, considerato infelice.
 L’invidia, infatti,  di frequente è distinta dall’antipatia malcelata verso l’altra persona, dal desiderio di danneggiarla, persino dietro la spalle con apprezzamenti maledicenti, e nel contempo di privarla di tutto quello che la rende piacevole, invidiabile.
 Anche un altro elemento distintivo dell’invidia la rende difficile da ammettere, persino a se stessi. Si prova soprattutto per la persona che è simile, per le persone che si considerano paragonabili come condizioni di partenza. Per una donna, ad esempio, è scottante il confronto con un’amica esteticamente più bella e corteggiata, più che quello indefinito e sproporzionato con una top model; per un uomo si invidia il collega d’ufficio che è stato promosso, non il direttore generale.
 Inoltre l’invidia colpisce spesso anche le persone che ci circondano e a cui siamo affezionati, come colleghi, compagni di classe, ma anche amici e parenti: la pari convenienza rende infelice l’essere  al di sotto rispetto ai successi di un fratello o di una sorella,  in un raggio d’azione importante per sé.
 A questo punto diciamo che in fondo l’invidioso non ha lo scopo di danneggiare l’altro direttamente, ma auspica il male dell’altro. Questo perché  non è stato danneggiato realmente e quindi non può agire in modo attivo e apertamente, soprattutto perché la società condanna l’invidia. La società civile, infatti generalmente tendono a scoraggiare gli atti ostili per custodire  i valori sociali.
 Tuttavia dal suo punto di vista l’invidioso non ha tutti i torti. A questo riguardo,  infatti, neanche l’esibizione della superiorità è tollerata dalla società, perché mette in evidenza l’inferiorità dell’altro. 

In conclusione, l’invidia se è ritenuta pericolosa per le altre persone, perché allora proviamo questa emozione? Perché l’invidia è simile alla paura, dicono gli psicologi, la quale è sgradevole ma ci prepara a reagire a un pericolo. È un vero campanello d’allarme: ci avverte velocemente che siamo perdenti nel confronto sociale con l’altro. Ed essere in una posizione inferiore e sicuramente svantaggioso, quindi l’invidia è un’emozione che segnale questo tipo di disagio sociale e ci dovrebbe incitare a uscirne per cui necessariamente deve essere un’emozione spiacevole. 

martedì 5 settembre 2017

LE FERITE DELL'ANIMA

Prima d’iniziare a parlare delle ferite, passiamo, brevemente, in rassegna il contenuto del termine <<anima>> nelle sue differenti forme ed espressioni, rintracciabili nelle varie tipologie antropologiche, culturali e scientifiche di ogni periodo storico.
 Secondo la Bibbia l’anima umana è l’intera persona che può lavorare, desiderare il cibo, mangiare e ubbidire alle leggi.
Per  la concezione cristiana, l’anima è l’elemento spirituale dell’uomo, che con il corpo producono, - nella sua unità, un unicum - , la persona umana vitale.
  Dal punto di vista della filosofia moderna, Hume critica il dualismo di Cartesio, - il corpo e l’anima, percepiti separati che agivano separatamente – parlando dell’anima come un fascio di fatti o eventi psichici in perpetuo movimento. Nel Novecento si è spesso parlato  dell’anima come un principio vitale, non puramente spirituale--razionale, ma inconsapevole.
 In ambito psicologico contemporaneo la psiche, che per gli antichi greci era l’anima, è un complesso di funzioni cerebrali, emotive, affettive, relazionali, pur avendo un aspetto più astratto legato all’inconscio e alla coscienza.
  Va da sé che, da ora in poi parlando di anima, noi intendiamo psiche,  poiché in  psicologia l’uomo è anzitutto psiche, e la psiche è l’essenza dell’uomo stesso.
Passando al tema, diciamo che ogni trauma psicologico, visibile o invisibile, ha effetto profondo sulla psiche e sulle relazioni interpersonali della persona. Esso genera un nuovo e strano mondo fatto di vari strati di dolore. Tuttavia, esiste una varietà soggettiva che riguarda le ferite dell’anima. Queste, infatti, non sono percepite allo stesso modo da tutti. Un evento può accadere di non essere accettato dal punto di vista emotivo – per esempio il senso di vuoto – fino ad avere tragiche conseguenze nell’ambito delle relazioni interpersonali, continuando a mantenere vivo e attivo il suo effetto traumatizzante, attraverso i ricordi. Questo risultato può diventare motivo di disturbo nel vissuto di una persona, mentre potrebbe essere  meno deleterio o vissuto con meno dolore da altre persone.
 Per essere, quindi, considerata una vera ferita psicologica, di fronte a un trauma, la risposta della persona deve comprendere un serie di emozioni tra le quali paura intensa, il sentirsi incapace di agire o addirittura di  avere orrore.
 Quali traumi possono ferire la nostra anima? Intanto bisogna dire che non tutti i traumi sono uguali. Per cui alcuni studiosi addetti alla materia distinguono i traumi in categorie, altri sui principali eventi emozionali.
  In breve per i primi vi sono due categorie di traumi:1)  legati a rapporti interpersonali, cioè eventi della vita quotidiana che, pur apparentemente innocui, se si ripetono, procurano danno psichico alla persona; 2) legati ad eventi profondi che compromettono la stessa esistenza o l’integrità fisica della persona.
 Per gli altri, le più importanti ferite dell’anima sono quelle emozionali: l’abbandono, il rifiuto, l’umiliazione, il tradimento, l’indifferenza e la derisione. Queste ferite profonde bloccano la capacità di essere se stessi e condizionano la stessa vita.
 Dal nostro punto di vista queste ferite emozionali dell’anima, sono esperienze il cui impatto emotivo è così intenso e negativo da produrre nel nostro cervello delle vere cicatrici biologiche che condizionano i nostri comportamenti, le nostre emozioni, la nostra personalità, le nostre capacità relazionali.
 Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi non scompaiono facilmente dal cervello, mostrandone le conseguenze sintomatologiche anche a distanza di decenni.
 Alcuni di questi traumi emozionali sono generati da profondi dolori personali, intimi che la persona colpita non sa come gestire. Altri traumi vengono attivati dalla cosiddetta “memoria traumatica” : la persona risponde con paura, vulnerabilità, orrore, dopo avere assistito ad eventi potenzialmente mortali, con pericolo di morte o di feriti gravi, o una minaccia alla propria integrità psicofisica. Facciamo qualche esempio letterario.
 Dai traumi interni origina la poesia di Amelia Rosselli, i cui versi sono caratterizzati da impulsi emotivi instabili, da gridi afoni di un io poetico che tollera con grande sofferenza psichica gli eventi della vita interiore ed esteriore. Di tale fragilità emotiva sono i segni di molti versi sparsi nelle raccolte che colpiscono il lettore. Alcuni di questi particolari versi sono i seguenti:
<<E il delirio mi prese di nuovo, mi trasformò
      stanca ed ebete in un largo pozzo di paura,
      mi chiamò coi sui stendardi bianchi e violenti
      mi spinse alle porte della follia>> (La libellula).
 Proseguendo l’analisi di questo conturbante discorso poetico, abbiamo rivelato che le parole, senza alcun artificio letterario, portano alla luce gli angoli più bui, più profondi del suo, del nostro essere, che sfuggono al controllo della ragione. Leggiamo alcuni versi:
<<Dissipa tu se tu vuoi questa debole
     vita  che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
     tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
     la resa del corpo nemico. Dissipa la mia effige.
     Dissipa…dissipa>> (La libellula).
 Si tratta  di un parlare affannoso, debordante di tensione interna da cui nasce una poesia che analizza, cerca di portare alla luce, per quanto possibile, le contraddizioni insite nella sua coscienza.
 E concludiamo questa breve disamina delle ferite dell’anima di Amelia Rosselli con i versi che seguono:
 <<Oh mio fiato che corri lungo le sponde
      dove l’infinito mare congiunge braccio di terra
      a concava marina, guarda la triste penisola
      anelare: guarda il moto del cuore
      farsi tufo, e le pietre spuntate
      sfinirsi
      al flutto>>, e ancora:
<<L’alba ai rintocchi  cade
     sulla mi testa malata
     il difficile umore m’assale

    verde come la paura>>  ( Variazioni belliche).
 Passando alle memorie traumatiche, prendiamo in considerazione alcune composizioni in versi de le POESIE SPARSE E PROSE LIRICHE, che rivelano il travagliato stato d’animo di  Clemente Rebora durante i mesi trascorsi in prima linea, come sottotenente di fanteria nella prima guerra mondiale; un periodo drammatico, di avvenimenti dolorosi, che mostrano chiaramente le conseguenze sintomatologiche anche a distanza di decenni.
  Queste composizioni poetiche vivono un profondo malessere esistenziale, o meglio una tensione interna che esprime senza formalismi retorici un insieme di amarezze,  delusione, stordimento e smarrimento:   
 <<[…] Tra melma e fango
       tronco senza gambe
       e il tuo lamento ancora,
       pietà di noi rimasti
       a rantolarci e non ha fine l’ora,
       affretta l’agonia,
       tu puoi finire  […]  (VIATICO),
 e quando il disagio psichico aumenta sfociando in un dolore e in un’angoscia insopportabile, il poeta avverte un senso di vuoto come un’anima persa, intimidita, spaurita:
<< […] Fungaia
      d’un morto saponava la terra; a divano. Forse
      […] Feci come per tergerlo al cuore – ma
              Viscido anche il mio cuore. Perdono? […] (Perdono?),
e continuando la nostra lettura incontriamo nuovi squarci di umana sofferenza:
<<C’è un corpo in poltiglia
     Con crepe di faccia, affiorante
     Sul lezzo dell’aria sbranata.
     Frode la terra.
     Forsennato non piango:
     Affar di chi può, e del fango […] (Voce di vedetta morta).
Da questa breve sintesi di versi la figura umana e psicologica di Rebora emerge nella sua fragilità, nella sua vulnerabilità emotiva e nella sua incapacità di superare vicende drammatiche. Nelle sue parole si può cogliere un insieme di dolore, di paura e di angoscia, cicatrici indelebili dell’esperienze di una guerra che destabilizzò psicologicamente il poeta.

  Ogni tipo di trauma, dunque, lascia evidenti tracce negative e invisibili nella nostra mente, che, nel breve o lungo periodo della propria esistenza, condiziona i nostri normali modelli comportamentali, le emozioni e le relazioni sociali.   

mercoledì 16 agosto 2017

LA NOSTALGIA UNA RISORSA ESISTENZIALE

La nostalgia si rappresenta come un’emozione che ci conduce a ripensare a qualcosa del passato che non esiste più e mette insieme la soddisfazione per ciò che si è vissuto con l’accettazione che si parla di un periodo già trascorso che non tornerà.
 Da alcuni studi di psicologia viene fuori  principalmente che le persone provano nostalgia innanzitutto ricordando qualcosa che le hanno implicate personalmente, attimi in cui hanno agito il ruolo di protagoniste della scena e soltanto causalmente ricordando momenti nei quali erano semplici attente osservatrici esterni. Con altre parole si rievoca con viva nostalgia ad esempio un abbraccio affettuoso ricevuto da una persona cara che uno osservato.
 La nostalgia, quindi, è un’emozione provata piuttosto di frequente da tutti i tipi di personalità, deboli o forte che siano. Essa ha la capacità d’influenzare non solo la nostra psiche, ma anche il nostro corpo, attraverso una serie di sintomi che interessano il sistema cardiorespiratorio, i disturbi dell’appetito, l’ansia e così via.
 Gli oggetti più assidui di episodi nostalgici sono anzitutto eventi che lasciano segni profondi nella mente (come una vecchia fotografia, la panchina su cui eravamo soliti sederci) e le persone ( sono naturalmente quelle rilevanti per noi: genitori, fratelli, amici, colleghi, un loro sorriso, un gesto, o particolari momenti trascorsi in loro compagnia), a volte di rado specifici eventi (un viaggio), periodi della vita e, impensato, anche animali (cane, gatto).
 Secondo alcune ricerche, la nostalgia sembra stimolata da un particolare stato d’animo negativo, nello specifico da un senso di tristezza, di solitudine.
 Tuttavia, vi sono altri elementi che attivano la nostalgia come le scambievolezze sociali, cioè rivedere amici di un tempo e ricordare con loro gli avvenimenti del passato, gli stimoli sensoriali (come caratteristici profumi, musica), gli oggetti (come gli anelli del matrimoni, una fotografia), inattività (cioè momenti di rilassamento totale), infine occupano un posto privilegiato gli anniversari (come  la data del primo incontro, il venticinquesimo)  e le emozioni positive (felicità, gioia ecc.).
 La nostalgia, secondo alcuni ricercatori, sul nostro stato mentale fa nascere un’emozione positiva atta a bilanciare momenti di tristezza o di solitudine, inoltre rinforza i legami sociali e aumenta l’autostima.
 La nostalgia si presenta per rammentarci che abbiamo un passato e che ciò che abbiamo vissuto ha avuto un senso benefico per noi.  
 Moderni studi affermano che la nostalgia non è una debolezza ma una risorsa psichica. Le persone, infatti, nostalgiche sono più vigorose, in quanto valide a ricompattare i frammenti del passato e a rendere la vita un cammino consistente.
 L’emozione che abbiamo in presenza di una vecchia fotografia  di un tramonto o dell’incontro con un vecchio conoscente non prende in breve la durata di un attimo ma produce un collocamento tra quello che eravamo e quello che realmente siamo,  donandoci la sensazione che la nostra esistenza abbia avuto un cammino terreno saggio, ricco di esperienze ed emozioni, nel bene o nel male.
 A questo punto possiamo dire che la nostalgia possiede potere terapeutico positivo se le persone sono idonee a percorrere a ritroso la propria vita, dando ai ricordi il giusto valore.
È del tutto evidente che una quota esagerata di nostalgia può privare la mente di spazi preziosi e rendere pessima la qualità della vita, mutandosi nelle circostanti più gravi in vera patologia.
 A tale proposito è bene ricordare che vi sono persone che non sono capaci di trarre beneficio dalle attività quotidiane e trascorrono il loro tempo continuamente nel passato.
 Tuttavia se si è portati a ricercare benessere psicofisico soltanto nel proprio passato, la nostalgia diventa negativa e capace di accrescere il dolore psichico nei riguardi al presente e al futuro, e questa evenienza conduce certamente alla depressione. Ogni qual volta invece che si ottiene di rivivere il passato con gioia, senza permettere che il presente sia messo sottosopra e invaso dai ricordi, la nostalgia può divenire un’emozione caratteristica, dall’aspetto delicato, pure se un po’ triste.  

venerdì 4 agosto 2017

EGOISMO EMOZIONE DA CONOSCERE

Per la maggioranza dei giudizi l’egoista  è colui che pensa in assoluto a se stesso,  facendo in modo da raggiungere un favore personale, spesso a danno di altre persone.
 L’egoismo autentico si rivela in molti comportamenti di vario genere, ma alla sua base c’è una visione molto opportunistica e focalizzata su se stessa, la quale convince la persona a muoversi solo quando vi è la sicurezza che ne deriverà un utile personale.
 Purtroppo, però non termina qui. L’egoismo, infatti, si può manifestare anche in forme più ambigue e dannose, e ciò accade quando pur di ottenere un vantaggio personale si è disposti a mettere sotto i piedi le altre persone. L’egoismo può quindi sfociare nell’invidia.
 Per la sua natura, l’egoista trascorre la sua vita in un circolo chiuso; sembra incapace di vedere e di ascoltare ciò che gli interessa personalmente: lui è il tutto e il restante non gli riguarda.
 Non è per nulla contento della vita che svolge quotidianamente e spesso preferisce stare da solo, sia per scelta che per forza. Insomma, il minimo che possiamo dire dell’egoista è che lui desidera trascurare il suo ambiente umano.
 Il rimprovero consueto fatto all’egoista è quello di amare se stesso per poter dare amore alle altre persone. Tuttavia, prima di confermare l’eccessivo amore che l’egoista prova per se steso, domandiamoci invece se effettivamente si amano davvero. E, nel caso opposto, da dove proviene il fatto di non avere alcune pensiero in mente che loro stessi?
 Nei primi stadi di evoluzione, il bambino è basato soltanto verso la gratificazione dei propri bisogni: essere accudito, nutrito, stimolato, consolato, amato. Si tratta di circostanze insostituibili per la sopravvivenza. È soltanto dopo aver raggiunto un minimo di indipendenza che il bambino si schiuderà man mano a un ambiente sempre maggiore (dalla madre ai componenti della famiglia), dalla famiglia alla scuola materna, e così via.  
 Comunque, per rendere favorevole che questa progressiva apertura verso l’esterno sia priva di ogni tipo di ostacoli, è essenziale che il bambino abbia ricevuto una buona dose di amore per credere in se stesso e per volersi bene. Solo in questo modo egli potrà iniziare a restituire l’amore che ha ricevuto per primo. In caso contrario, il bambino può restare bloccato a questo stadi di sviluppo i cui pare che il mondo intero sia diretto esclusivamente verso di lui.
 Insomma, la persona egoista che si prende ogni bene per vantaggio personale non prova nessun godimento nello scambiare e nel donare affetto. Questa persona è priva d’amore per se stessa, anzi, si affligge per il motivo opposto. La sua avidità, la necessità urgente di togliere alla vita ciò che potrebbe ottenere in modo diverso non è sicuramente il segno di un’abbondanza d’amore verso se stessi, ma quello di una difficoltà a credere in se stessi.
 Non è, quindi, l’amore per se stessi all'origine dell’egoismo, quanto piuttosto l’attaccamento più o meno patologico a un’immagini superata di sé, quella del bambino stupendo cui non deve mai mancare nessuna cosa.
 Ci possiamo liberare dall'egoismo?
Secondo la psicologia sì. Per prima cosa bisogna prendere coscienza di questa forma di fragilità psichica e delle conseguenze negative che genera a se stessi. Soltanto in quel momento sarà possibile liberarsi poco la volta dal circolo vizioso in cui l’egoismo ci mantiene rinchiusi, tipo: dagli altri non ci aspettiamo niente di buono…accettiamo ciò che l’occasione offre…spesso permetto che mi raggirino e così via

sabato 15 luglio 2017

LA PAURA UN'EMOZIONE POSITIVA

La paura è una emozione primaria molto diffusa presenta in noi sin dalla nascita e forse anche prima. Essa ci segnala la presenza di un pericolo, dannoso o potenzialmente dannoso, ed è indispensabile e  pregiata nella storia evolutiva dell’uomo nel mantenere invita i nostri antenati.
 Questa sua innata presenza è un indice della sua rilevanza. La paura è infatti un complesso adattivo che regola il rapporto tra l’ambiente e l’organismo avvantaggiando la sopravvivenza di quest’ultimo.
 Le emozioni sono la reazione dell’individuo alla percezione di un impulso esterno. La paura in particolare si mette in azione quando i sensi avvertono uno stimolo nocivo per l’organismo, in breve quando avverte una minaccia. Alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all'individuo di rispondere allo stimolo iniziale attraverso  modalità diverso di risposta: attacco, evitamento/fuga o nella meno buona delle ipotesi con un blocco.
 Tuttavia, la paura non rappresenta solo una risposta meccanica e istintiva a un pericolo, anzi essa rappresenta una modalità complessa messa in atto dagli individui per relazionarsi all'ambiente ed esplorarlo, contemplandone i rischi. Ugualmente a qualsiasi altra esperienza emotiva, essa non è semplicemente un modo di sentire, ma un vero e proprio sistema, costituito da più componenti e fasi, il cui funzionamento accade lungo una linea temporale di azione ben precisa.
 La paura ha quindi una componente neurofisiologica con sintomi;  una componete  cognitiva, ossia la paura dipende da una sere di eventi e una componente emotiva.
 La paura si manifesta in modi diversi, se è specifica si manifesta con una fobia, se è generalizzata si manifesta sotto forma funzionale.
 Il confine tra paura e fobia sta nella funzione adattiva della risposta, quando cioè  l’istinto emotivo scatta in modo inappropriato ( cioè senza che sia presente una reale minaccia) allora si trasforma in un meccanismo patologico, la fobia, appunto.
 Secondo la psicologia  vi sono paure innate che ci accomunano come appartenenti alla stessa specie e invece paure la cui natura e appresa.
 Le paure innate sono innescate da diversi  fattori quali: stimoli fisici, eventi o persone sconosciute, da stimoli dolorosi che in futuro impariamo a evitare  così come accade per le situazioni che mettono a rischio la nostra incolumità ( freddo, buio, altezza,  abbandono, certi animali (ragni, serpenti) e così via). Le paure apprese sono quelle che non sono a diretto contatto con la sopravvivenza dell’individuo o della specie e la cui natura e variegata e indefinibile
 Sicuramente la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza o di allarme, preparando la mente e il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate  l’espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi richiede un aiuto e soccorso. La paura, quindi non è solo una reazione individuale, ma anche una veste sociale.
 Dal punto di vista biologico – evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche tendono verso la conservazione  e la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Ovviamente, se la paura viene estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventa quindi ansia, fobia o manico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.
 Si può trasformare la paura?
 Come abbiamo detto innanzi, la paura possiede uno specifico valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo. Va da sé che gli interventi curativi contro la paura si rivolgono solo in quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte a uno stimolo assolutamente non pericoloso.
 In questi casi con l’aiuto di un percorso psicoterapico è possibile trasformarli in uno spazio protetto in cui, ogni individuo con i propri tempi, può costruire o rinforzare quegli aspetti fragili, vulnerabili di sé, aspetti che non sono ancora pronti a relazionarsi e confrontarsi con il mondo. In questo modo la paura diventa un potenziale strumento di crescita e d’evoluzione per ogni individuo che intende mettersi in gioco e trasformare aspetti disarmonici di sé

lunedì 3 luglio 2017

IL PERDONO UN SENTIMENTO POSITIVO

Perdono è un termine che nella sua eccezione letteraria significa: remissione di una colpa e del relativo castigo, Il Nuovo Zingarelli. È, quindi, una rinuncia, un’agevolazione che si offre a colui il quale compie ciò che non avrebbe dovuto compiere.
  Da quanto appena detto si può comprendere come il perdono è un modo di procedere che include la consapevolezza della vittima di aver subito una vessazione tuttavia si preferisce volontariamente di passare oltre la punizione e di mettersi in un atteggiamento diverso.
 La capacità di perdonare insita in ciascuno di noi nel corso dell’esistenza si modifica e non rimane stabile negli anni. Secondo alcuni ricercatori una persona è motivata a perdonare a seconda di un momento particolare dalla vita: il perdono è possibile quando la vittima è risarcita del danno subito; il perdono è possibile per la presenza di regole morali, religiose e sociali che condizionano la persona; il perdono è utile perché concede di vivere in armonia nel contesto sociale.
 Quando si tratta di capacità di perdonare non si mette in atto rapporto solamente a quel comportamento di compassione e benevolenza che la vittima di sopraffazione  sceglie liberamente di riservare al trasgressore, ma concerne anche il comportamento che una persona può avere verso se stesso nel caso che sia responsabile di un atto nocivo verso altri soggetti. Bisogna distinguere infatti il perdono in rapporto alla sorgente della violazione: si può essere vittime di un’offesa e quindi in questa circostanza il perdono sarà diretto verso terzi, ma si può essere i responsabili di un’offesa e sentirsi colpevoli del proprio comportamento, in questa circostanza il perdono deve essere rivolto a se stessi.
 Sembra giusto aggiungere che chi commette un danno per altre persone è un soggetto con emozioni e sentimenti, e molte volte ci si può diventare responsabili  di causare dolore ad altri senza alcuna intenzione. In questo caso particolare il trasgressore si può sentire in colpa per il suo operato maldestro e non perdonarsi di aver procurato sofferenza psichica. L’insufficienza di perdonare se stessi per aver compiuto una grave violazione si collega a sentimenti molto penosi di colpa, rammarico, vergogna e disagio invece nel danneggiato che patisce un’ingiustizia le emozioni consuete sono rabbia e avversione.
 Negli ultimi decenni la psicologia si è interessata al perdono in particolare quando alcuni ricercatori rilevarono una stretta relazione tra perdono e benessere psichico. Saper perdonare, quindi, può rappresentare un mezzo per favorire il benessere psicologico, limitando il vortice di emozioni negative che si intromettono quando patiscono un torto, ovvero riducendo la rimuginazione, il rancore, la rabbia e tutte quelle emozioni negative che non soccorrono positivamente una vessazione subita ma al contrario ne danneggiano ancora di più la salute psicofisica.
Sappiamo che, secondo la visione cognitiva ed emotiva, il sentimento del perdono può accadere soltanto dopo che è stato messo a tacere la rabbia, il  desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha subito l’oltraggio. L’atto del perdono è solo l’ultimo segno che interessa questo lungo e articolato processo di preparazione di un fatto avverso avvenuto.
 Come già detto, l’abilità di perdonare al di là di esibire benefici sulla prosperità psicologica, pare avere conseguenze positive pure sulla salute fisica. Differenti ricerche hanno infatti documentato come provare per diverso tempo emozioni negative quali rabbia, ostilità, risentimento accresce l’efficacia di disturbi cardiovascolari.
 Il modalità, dunque, in cui il perdono potrebbe favorire la salute psicofisica è inerente alla diminuzione di rabbia e ostilità incoraggiando emozioni positive quali benevolenza, compassione e amore

giovedì 15 giugno 2017

RECENSIONE IL MONDO DELLE EMOZIONI

Enrico Castrovilli, “Dal mondo delle emozioni”, Ed. Libellula, Tricase (LE), febbraio 2017, pp. 188, € 15,00. Quest’ultimo lavoro di ricerca dello studioso di San Vito dei Normanni argomenta, con flash analitici, sull'importanza delle emozioni, nel collegamento tra mente e cuore, esplorate dagli studiosi di neuroscienze, pedagogia, psicologia sociologia. Emozioni positive quali gioia, felicità, amicizia e negative come timidezza, ansia, paura, tristezza, invidia, collera sono presenti nei nostri comportamenti ed a volte sono fonte d’ispirazione e di creatività delle opere di tanti poeti e scrittori. La psicocritica è il suo approccio alla lettura critica dei testi letterari, metodo già descritto in precedenti volumi citati in bibliografia. Qui si propone la rilettura di alcuni brani di Saba, Svevo, Leopardi, Pasolini, Ungaretti, Bodini, Pavese, Gadda, Rosselli, Lipska, Rebora. Nella seconda parte del libro “Per una didattica emozionale”, le emozioni vengono presentate attraverso alcuni racconti, ”casi di studio”, resi narrativamente con personaggi e situazioni reali. Saper riconoscere le emozioni contribuisce alla prevenzione, alla gestione e a volte anche alla cura e certamente sono il presupposto del comportamento e dell’apprendimento (Daniel Goleman, Howard Gardner, Eugenio Borgna). Occorre superare la tradizionale visione dell’educazione che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a discapito di quelli emozionali, con una rivalutazione dell’idea di educazione globale, nel suo insieme di intelletto e emozioni.
La parola e l’ascolto sono i veicoli insostituibili del cuore e della mente per i sentimenti. Nel linguaggio giovanile questi vengono comunicati con gli smartphone con gli “emoticons” (le faccine col sorriso, broncio, …) per esprimere e condividere gli stati d’animo. Famiglia e scuola ne devono tener conto nel ricercare le abilità che favoriscano le competenze emotive quali l’espressività, l’autocontrollo, l’ascolto dei bisogni altrui. Progettare quindi interventi didattici che potenziano l’attenzione, la memoria, il pensiero, per un apprendimento efficace, ancorato saldamente all'interesse ed alle passioni. “Una memoria emotiva” necessaria per stabilire collegamenti e relazioni nella rete neuronale, con legami forti al vissuto emotivo e all'esperienza diretta che l’ha affiancata. Capace di essere rievocata in momenti successivi con ricordi che possono permanere nel tempo e influire sulle nostre scelte e comportamenti nei rapporti sociali. Un apprendimento realizzato solamente sul piano cognitivo risulterebbe astratto, debole e do breve durata.
Le modalità di svolgimento della vita familiare, l’ambiente, il clima sereno, l’esempio, i buoni rapporti tra i genitori e tra genitori e figli lasciano tracce indelebili e positive che affiorano nelle relazioni interpersonali e per tutta l’esistenza. Al contrario, uno sfascio delle famiglie sarà il presupposto di comportamenti successivi conflittuali e deviati. Ne deriva la responsabilità di un’attenzione da parte di tutti, della società civile nei confronti delle fragilità emotive della prima infanzia, dell’adolescenza, una terra instabile di un io in attesa di diventare adulto e autonomo, alla vulnerabilità della terza età della vita. L’autore ci trasmette un messaggio positivo e di ottimismo: coltivare sempre la speranza, come una virtù forte, preziosa per la vita di ognuno di noi, che ha il coraggio di guardare lontano, come slancio vitale che non si fa abbattere dai momenti più critici.


Ernesto Marinò