lunedì 4 novembre 2019

LA PIGRIZIA UN’EMOZIONE SCOMODA

A volte quando ci svegliamo o durante la giornata dopo un periodo di duro lavoro, ci sentiamo stanchi più del solito, e pensando a tutto ciò che dobbiamo fare ci sembra troppo noioso o difficile. Arriva all'improvviso la pigrizia come una mancanza di determinazione nel compiere un’azione di cui si riconosce l’importanza e si traveste con nomi differenti, quali: ozio, fiacchezza, poltroneria, accidia, fannullaggine.
 La pigrizia, quindi, può giungere per varie ragioni. Certe volte arriva con le abitudini giornaliere, quando svolgiamo le medesime attività, e pure a volerle sostituire con altre, abbiamo timore di farlo. In questi casi, la pigrizia diventa una scusa per far restare le cose come sono. Essa diviene un avversario da sconfiggere in qualunque modo in quanto mette a rischio la nostra felicità.
 Talora può essere generata dalla stanchezza psicofisica. In questi casi, dopo un periodo di faticosi impegni, non si ha voglia di fare niente e il solo pensiero di compiere ulteriori compiti ci causa una terribile emicrania. Naturalmente, in questa circostanza la pigrizia è come una specie di meccanismo di difesa, un campanello d’allarme che abbiamo bisogno di riposare e recuperare le forze.
 In realtà, se ci giriamo indietro e analizziamo gli attimi in cui siamo attaccati dalla pigrizia, è possibile comprendere un modello comune: erano tutte circostanza in cui eravamo obbligati ad accollarci qualche rischio; il pericolo di cambiare alcuni oggetti nella propria vita o di far fronte a un serio problema. La pigrizia fa da dispositivo di difesa di fronte a condizioni che sembravano più grandi di noi dal punto di vista conoscitivo ed emotivo. La pigrizia ci proteggeva dal possibile cambiamento proprio perché sappiamo bene che il nostro cervello non è certamente a suo comodo con i cambiamenti, ma preferisce vie già sperimentate.
 Ciò nonostante, la pigrizia è la strada più corta verso il malcontento. Al di là a essere una sensazione fastidiosa, ci ostacola il cammino facendoci rimandare decisioni importanti ed eluderci di prendere in visione nuovi argomenti che potrebbero aiutarci a migliorare.
 Giunti sin qui abbiamo analizzato e compreso che la pigrizia non può essere la nostra emozione più esperta. Allora, in che modo possiamo gestirla?
 Un metodo efficace consiste nel fare delle minime attività ogni giorno, in tal modo da avere la percezione di non essere vessati o costretti. La cosa migliore sarebbe quella d’ iniziare a produrre qualcosa che non risulti troppo audace, così da sentirci accoglienti, ma che nel contempo rappresenti una piccola spia.
 A d’esempio, è regola importante riflettere con attenzione sul presente, cercando di tenersi occupati anche nel tempo libero invece di dissipare la mattinata a letto o sul divano, provare a impegnarsi magari in cucina, a svolgere qualche attività sportiva, o in alternativa a fare una semplice passeggiata. Se permettiamo che questi suggerimenti positivi sostituiscano la pigrizia, se sviluppiamo la capacità, ogni cosa diventerà molto più facile.
 Di frequente il pensiero di fallire è il motivo principale per cui molte persone rimandano le attività.  Tra tutte le cause del rimandare a dopo le nostre attività, la paura di fallire è certamente un’emozione delle più condizionanti.
 Infatti chi ha paura di sbagliare di solito è molto preoccupato di cosa si possa pensare delle sue capacità e perciò preferisce oziare. Analizzare correttamente e in modo imparziale le proprie paure ed evidenziare la nostra attenzione su di noi stessi e non sugli altri ci permetterà di affrontare la quotidianità senza sentirsi giudicati.
 A questo punto è reale fissare un obiettivo, aumentare un poco l’impegno ogni giorno: porsi una nuova competizione. Constateremo che l’attività chiama altra attività e a poco a poco la pigrizia ci lascerà in pace. Ogni qualvolta che riusciremo a svolgere nuovi impegni saremo sicuramente felici, e ciò sarà di stimolo per uscire dalla nostra zona accogliente stimolandoci a fare nuove azioni positive. Un mattino ci sveglieremo e la pigrizia ci ha lasciati e al suo posto vi sarà una persona più produttiva e soprattutto sicura di sé.











martedì 1 ottobre 2019

L’IMBARAZZO UN’EMOZIONE DI BREVE DURATA


 A differenza della vergogna – che è un’emozione molto intensa e duratura - l’imbarazzo è un vissuto emotivo meno inteso e limitato nel tempo, perché dipende dalla situazione occasionale.
 Insomma, l’imbarazzo è uno stato emotivo più o meno inteso e di durata variabile (da pochissimi secondi a pochi minuti) che si manifesta esclusivamente in una situazione sociale, caratterizzato da modificazioni psicofisiologiche e manifestazioni comportamentali che esprimono un certo disagio psichico.
Nel corso delle attività quotidiane tutti noi abbiamo provato l’esperienza dell’imbarazzo. Questo è un’emozione strettamente connessa alla presenza e allo sguardo di un’altra persona. Di solito proviamo imbarazzo quando pensiamo che  altri stiano giudicando o possono giudicare in modo critico il nostro comportamento. Proviamo imbarazzo allorquando avvertiamo la sensazione di essere esaminati dagli altri e ciò è vissuto come un serio pericolo per la nostra immagine che desideriamo dare a noi stessi. La maggior parte degli studiosi che si sono interessati di studiare questa emozione, infatti, convengono nel collegare strettamente l’esperienza dell’imbarazzo a situazioni che mettono in crisi l’immagine pubblica dell’individuo. Perché nasca questo tipo di emozione, quindi, necessita che gli attori presenti in scena siano almeno due: colui che si imbarazza e chi causa o assiste all'imbarazzo.
 L’espressione specifica dell’imbarazzo (il rossore, l’agitazione motoria, le alterazioni della voce), di là a indicare agli altri l’emozione che stiamo provando, fanno manifestare nuovo imbarazzo. A livello comportamentale l’imbarazzo si manifesta con un modo tipico: si distoglie lo sguardo dall'interlocutore, si assume un portamento inflessibile o, al contrario, compiono movimenti irrequieti degli arti e delle mani, si alterna la posizione continuamente. Quando ci sentiamo imbarazzati si mira ad allentare la tensione emotiva mettendo in atto comportamenti quali toccarsi ripetutamente i capelli o giocherellare con piccoli oggetti. Il tono della voce diventa più acuto, a volte si balbetta, nel discorso ci sono frequenti esitazioni o lunghe pause tra una parole e l’altra. A livello psicofisiologico il segnale tipico dell’imbarazzo è rappresentato dal rossore improvviso di viso e collo, accompagnato da respirazione irregolare , aumento di sudorazione, secchezza delle fauci.
 Tra le considerazioni più imbarazzanti ce ne sono alcune a che fare con il nostro stato emotivo e la nostra fisiologia: sudare, arrossire, balbettare. Inoltre proviamo imbarazzo anche quando mettiamo il piede in fallo, cadiamo, rovesciamo oggetti, quando per sbaglio o per distrazione rompiamo qualche oggetto prezioso. Ci sentiamo imbarazzati quando si è costretti a riportare in un negozio della merce che desideriamo sostituire o cambiare o quando acquistiamo qualcosa per cui potremmo sentirci giudicati.
 Ciò può accadere in quanto siamo convinti che saremmo certamente giudicati negativamente. Di conseguenza, bisogna individuare questi pensieri negativi e le seguenti emozioni che producono e poi impegnarsi attivamente per sostituirli con altri positivi.
 In ultima analisi diciamo che alcune persone cambiano le proprie abitudini per evitare di finire in situazioni imbarazzanti e ciò è comprensibile, perché l’imbarazzo è una sensazione spiacevole. Tuttavia se in quel particolare momento ci accade di non trovare la parola giusta, meglio tacere. Le frasi di circostanza servono solo a superare il proprio imbarazzo e a non comunicare affinità. E come tali – le frasi - sono comprese.

domenica 1 settembre 2019

IL RIMORSO UN’EMOZIONE POSITIVA E BENEFICA


In psicologia il rimorso è considerato uno stato d’animo che la maggioranza delle persone prova durante la vita, prende origine dalla certezza di aver adottato un comportamento scorretto contro uno specifico codice morale ed è, come esito finale, l’ingresso del senso di colpa.
 Il rimorso, e la successiva evenienza di provare senso di colpa, rappresenta uno stato d’animo forse di stare bene che può collegarsi a una condizione di salute psicologica.
Entrambi, rimorso e senso di colpa, sono emozioni che arrivano dalla certezza di aver adottato un comportamento inadeguato e, quindi, inducono la persona a correggere il proprio agire.
 Per quanto odioso possa essere, il rimorso è quell'emozione che ci sollecita a riconsiderare di nuovo il nostro comportamento o le nostre scelte, a saggiare empatia con le persone cui abbiamo semmai procurato danno e a riallineare il nostro modo d’agire a valori e principi che presumiamo essere giusti.
 Inteso in questo senso, il rimorso ci solleciterebbe a meditare su noi stessi e a valutare tutto ciò che facciamo da una opinione diversa o che avevamo messo da parte.
 Pertanto, secondo la psicologia il rimorso è un’emozione di grande interesse connessa alla integrazione, all'autocoscienza e alla organizzazione della personalità.
 Tuttavia non tutte le persone hanno la capacità di provare rimorso. Queste persone, - definite dalla psicopatologia “personalità sociopatiche” - infatti, oltre le loro prove tangibili sul piano comportamentale, sono caratterizzate da una specifica inadeguatezza di provare rimorso, senso di colpa o empatia per le sofferenze altrui.
  Vi sono altre persone che coltivano nel proprio animo per molto tempo il risentimento per vari motivi. Spesso alcuni adulti si portano dietro sentimenti del genere risalenti all'infanzia, impressi nella mente in modo particolareggiato. Può riguardare un caso per esempio di mancanza d’affetto da parte dei genitori, come rifiuto da parte dei compagni o di un insegnate, o di una ingiustizia  o crudeltà subita da parte di adulti, e di altre esperienze dolorose. Chi custodisce nell'animo  simili risentimenti, rinnova spesso nella mente quegli episodi, e il fenomeno può continuare anche quando la persona che ha recato l’offesa non esiste più.
 Non ha alcuna importanza se questi sentimenti potevano avere una plausibile giustificazione al tempo in cui ebbe luogo la tragica esperienza: il motivo è che portarseli nell'intimo causa dei costi fisici ed emotivi molto pesanti. Quando si conservano nello scrigno mentale tali sentimenti, la prima azione che bisogna riconoscere è che fonte ultima del nostro stress siamo noi, e nessun altro.
 L’eccesso di rimorsi, tuttavia, è interpretato come un segnale di diversi scompensi nell'equilibrio psichico della persona, può associarsi a numerose psicopatologie quali, a esempio, ossessive compulsive, con gli acquisti in modo infrenabili e macchinabili (sempre seguiti dall'immancabile rimorso) e dare forma ad eccessivi sensi di colpa immotivati.
 È un bene essere consapevoli delle proprie responsabilità, ma ciò non deve dare il via a un processo estremo e irrealistico, proprio perché un rimorso continuo costituisce un serio ostacolo alla nostra crescita psicofisica.
 Nella gestione dell’emozione del rimorso, il giusto apporto della ragione ci viene in soccorso, aiutandoci a trovare una via di mezzo tra il senso di colpa autolesionistico e la totale responsabilità delle proprie azioni.

mercoledì 14 agosto 2019

L’ABBANDONO È UN’EMOZIONE DA CONOSCERE

 La paura di essere abbandonati è un’esperienza abbastanza comune tra le persone, ovvero il timore di rimanere soli, per sempre privi di un legame affettivo, senza che nessuno si occupi di loro. Ciascuno di noi, infatti, può avvertire il timore di essere abbandonato, ma in linea generale la maggior parte ci convive senza alcuna conseguenza specifica.
 Alle volte questa paura non è correttamente amministrata e di conseguenza si tramuta in vera e propria sindrome tramite l’espressione di un disagio psichico fino all'angoscia più nera o alla depressione.
  Questa emozione può colpire sia i bambini (in modo particolare verso la figura materna), sia gli adulti. Si ha paura che la persona cara possa andare via o addirittura morire e si rimane sempre della certezza che nonostante il tutto proceda bene prima o poi si finirà soli. Ci si avverte uno stato emotivo dipendente dall'altra persona e non si ammettono le separazioni, anche di breve durata, per la paura di non avere più la relazione d’ intimità.
 Predisposizione naturale o famiglie in cui lutti o veri abbandoni sono stati trascurati o peggio ignorati, questi elementi possono causare nei componenti la sindrome che procura una disposizione patologica di cui non si riesce più a controllarla.
 Nella persona adulta che patisce di sindrome dell’abbandono è come se dominasse un pezzo bambino che necessita di cure. Quel bambino triste costituisce la parte infantile che è stata trascurata emotivamente. Non ci si rende conto che le cure verso quel bambino trascurato possono essere offerte dall'adulta che è diventata.
 Da tale fragilità interiore si palesano tutta una serie di comportamenti nocivi che mirano a esorcizzare l’abbandono da parte dell’altro: gelosia morbosa, controllo esagerato, ricatti morali, annullamento di sé e la perdita d’ imparzialità nei riguardi della relazione. Tutti indicatori che se non sono tenuti adeguatamente a bada vanno  inevitabilmente a concludersi in una dipendenza affettiva con tutte le conseguenze che molto bene conosciamo.
 Per poter superare un abbandono occorre il tempo solamente se impariamo a
utilizzarlo: serve per apprendere la radice del dolore, serve per capire come mai viviamo un allontanamento come un abbandono, serve per comprendere che inutili sensi di colpa ci allontanano solo dal cuore del problema, serve a prendere coscienza delle proprie responsabilità, che non significa necessariamente colpe. Il tempo serve a superare l’abbandono quando quello spazio temporale a nostra disposizione impariamo ad attraversarlo, quando apprendiamo a contattare il tempo in cui si è verificato quello specifico abbandono remoto che ci impedisce di svolgere le nostre attività quotidiane e i nostri rapporti sociali in modo sereno, quando impariamo a vivere i nostri rapporti interpersonali senza caricarli del fardello dei nostri fantasmi.
 Certamente l’abbandono è un’emozione che si può superare, tuttavia non esiste un unico metodo per metterlo in atto, pertanto non facciamoci incantare da patetici video o da moltissime ricette che ci narrano con voce suadente il modo con cui guarire le ferite. Per poter superare un eventuale abbandono ognuno di noi deve poter trovare il metodo di guarire la propria ferita. Che scotta terribilmente. Ma a bruciare non è la perdita attuale della persona amata o di un lavoro, ma il dolore remoto che quello attuale ha soltanto risvegliato.
 Superare l’abbandono è possibile, realizzabile, bisogna trovare la forza dentro di sé per mettersi in discussione, per andare a cercare un modello diverso di affrontare le avversità della vita. Per cui, percepiamo la rabbia, la tristezza o la gelosia quando arrivano, senza forzarci di mandarle via, solo così verranno messe in campo nuove energie psichiche per trovare le soluzioni più giuste per noi.
 In questo modo, scopriremo che mentre si chiude una porta, si aprono nuove possibilità, ad esempio, si ripropone un incarico di lavoro che aspettavamo da tempo o arriva una certa telefonata inaspettata che apre nuovi orizzonti, interessi  o modi di essere.

lunedì 15 luglio 2019

EGOISMO, EMOZIONE DA CONOSCERE


Per la maggioranza dei giudizi l’egoista  è colui che pensi in assoluto a se stesso,  facendo in modo da raggiungere un favore personale, spesso a danno di altre persone.
 L’egoismo autentico si rivela in molti comportamenti di vario genere, ma alla sua base c’è una visione molto opportunistica e focalizzata su se stessa, la quale convince la persona a muoversi solo quando vi è la sicurezza che ne deriverà un utile personale.
 Purtroppo, però non termina qui. L’egoismo, infatti, si può manifestare anche in forme più ambigue e dannose, e ciò accade quando pur di ottenere un vantaggio personale si è disposti a mettere sotto i piedi le altre persone. L’egoismo può quindi sfociare nell'invidia.
 Per la sua natura, l’egoista trascorre la sua vita in un circolo chiuso; sembra incapace di vedere e di ascoltare ciò che gli interessa personalmente: lui è il tutto e il restante non gli riguarda.
 Non è per nulla contento della vita che svolge quotidianamente e spesso preferisce stare da solo, sia per scelta che per forza. Insomma, il minimo che possiamo dire dell’egoista è che lui desidera trascurare il suo ambiente umano.
 Il rimprovero consueto fatto all'egoista è quello di amare se stesso per poter dare amore alle altre persone. Tuttavia, prima di confermare l’eccessivo amore che l’egoista prova per se steso, domandiamoci invece se effettivamente si amano davvero. E, nel caso opposto, da dove proviene il fatto di non avere alcun pensiero in mente che loro stessi?
 Nei primi stadi di evoluzione, il bambino è basato soltanto verso la gratificazione dei propri bisogni: essere accudito, nutrito, stimolato, consolato, amato. Si tratta di circostanze insostituibili per la sopravvivenza. È soltanto dopo aver raggiunto un minimo d’ indipendenza che il bambino si schiuderà man mano a un ambiente sempre maggiore (dalla madre ai componenti della famiglia), dalla famiglia alla scuola materna, e così via. 
 Comunque, per rendere favorevole che questa progressiva apertura verso l’esterno sia priva di ogni tipo di ostacoli, è essenziale che il bambino abbia ricevuto una buona dose di amore per credere in se stesso e per volersi bene. Solo in questo modo egli potrà iniziare a restituire l’amore che ha ricevuto per primo. In caso contrario, il bambino può restare bloccato a questo stadio di sviluppo in cui pare che il mondo intero sia diretto esclusivamente verso di lui.
 Insomma, la persona egoista che si prende ogni bene per vantaggio personale non prova nessun godimento nello scambiare e nel donare affetto. Questa persona è priva d’amore per se stessa, anzi, si affligge per il motivo opposto. La sua avidità, la necessità urgente di togliere alla vita ciò che potrebbe ottenere in modo diverso, un buon segno è sicuramente non quello di un’abbondanza d’amore verso se stessi, ma quello di una difficoltà a credere in se stessi.
 Non è, quindi, l’amore per se stessi all'origine dell’egoismo, quanto piuttosto l’attaccamento più o meno patologico a un’immagine superata di sé, quella del bambino stupendo cui non deve mai mancare nessuna cosa.
 Ci possiamo liberare dall'egoismo?
Secondo la psicologia sì. Per prima cosa bisogna prendere coscienza di questa forma di fragilità psichica e delle conseguenze negative che genera a se stessi. Soltanto in quel momento sarà possibile liberarsi poco la volta dal circolo vizioso in cui l’egoismo ci mantiene rinchiusi, tipo: dagli altri non ci aspettiamo niente di buono…accettiamo ciò che l’occasione offre…spesso permetto che mi raggirino e così via.

lunedì 1 luglio 2019

FOBIA UN’EMOZIONE NEGATIVA


 La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per oggetti, situazioni, animali, persone che non rappresentano una reale minaccia e con cui gli altri individui si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Le più frequenti sono le fobie sociali, come la paura di parlare in pubblico e le fobie specifiche, come la paura di volare, degli insetti, dei cani,  gatti e così via.
 Il soggetto affetto da una fobia è perfettamente conscio di riconoscere che la sua paura  è assurda e che non dipende da un reale pericolo dell’oggetto, attività o condizione temuta, ma che i suoi motivi  si trovano altrove, ossia nel proprio percorso evolutivo,  nonostante  molti  privilegiano convivere con fobie angosciose e limitanti invece di capirne le origini e liberarsene, avendo timore anche nei confronti di un altro percorso che lo conduce non soltanto di liberarsi dei sintomi molesti ma pure delle nuove  limitazioni a essi congiunti, venendo a conoscenza delle cause.
 Le fobie, quindi, non sono altre che paure ingiustificate di animali o di una particolare situazione, il contatto con i quali determina nella persona una intensa reazione di paura o angoscia.
 Una persona che soffre di una fobia, come ad esempio la paura dei gatti e  ragni, può accadere di essere sopraffatta dal terrore, al solo pensiero di entrare in contatto con un piccolo e docile animale, come un gattino anche neonato o pure con una timida lucertola. Questo succede pure per azioni svolte in modo naturale da moltissime persone (passare per un luogo aperto, andare in un negozio, partecipare a un congresso e così via). Pertanto se la persona, ad esempio, soffre di claustrofobia entrerà in un esagerato stato d’ansia fino al terrore, al pensiero di essere costretta a entrare in un treno o nella metropolitana perché la paura di cui diventerà preda, sarà quella di non poter uscire come vorrebbe se all'improvviso ci fosse un pericolo.
 Le persone colpite da disturbi fobici, sono coscienti dell’assurdità del loro disturbo, ma nel contempo non hanno la forza di controllare la loro paura. L’ansia generata dalla fobia, rivela una serie di espressioni a livello psicofisiologico.
 A tale livello i sintomi più comuni sono i seguenti: vertigini, extrasistole, tachicardia, disturbi gastrici con nausea, diarrea, senso di soffocamento, malanni urinari, rossore, sudorazione eccessiva, tremore e spossatezza.
 Un comportamento particolare che mettiamo in atto quando abbiamo paura è quello della fuga dalla situazione temuta, che negli uomini delle caverne era finalizzato alla propria salvaguardia. D'altronde, quando si ha paura di qualcosa, si sta male ed è abbastanza normale voler fuggire: la fuga è un’ottima tattica di emergenza.
 Sin qui abbiamo parlato di fobie specifiche, resta di analizzare brevemente quelle di origine sociale.
 Per fobia sociale s’intende la paura di prendere iniziative di fronte agli altri, nel   timore che il proprio agire possa mostrarsi sgradevole o umiliante per colui che le fa e di ricevere come esito dei giudizi negativi. In breve consiste in una fobia che porta a evitare all’incirca la maggioranza dei momenti sociali, per paura di commettere  qualche azione errata e di conseguenza essere giudicati male per questo. Le persone affetta da fobia sociale,  temono circostanze in cui sono costretta a produrre qualcosa davanti agli altri, come per esempio presentare una relazione o semplicemente parlare con amici ma spesso solo magiare o fare una telefonata in presenza di altri. Le persone con fobia sociale sono moltissimo timorose che i segni della propria ansia siano o diventino manifesti agli occhi degli altri, come la loro tendenza ad arrossire e sudare facilmente, oppure avere degli attacchi di aritmia cardiaca.
 Per concludere un consiglio utile per affrontare fobie è quello di fare una lista delle situazioni o delle paure che limitano la nostra vita e che desideriamo superare: immaginate ad esempio quella specifica situazione e analizzate attentamente le possibili reazioni. Qual è l’azione che ci fa più paura? Come possiamo superarla senza fuggire? Quali sono i nostri punti fragili, ma anche le nostre potenziali energie interne?
 Successivamente proviamo a esporci in modo graduale alle situazioni che causano la fobia, valorizzando i risultati ottenuti, per quanto minimi. Occorre essere decisi nel perseguirli e premiarsi ogni qual volta che se ne ottiene un successo. Anche un piccolo risultato positivo è già una grande vittoria.

sabato 15 giugno 2019

IL DISPREZZO UN’EMOZIONE SOCIALE

 Il disprezzo è un’emozione che viene espressa in modo prevalente nelle situazioni d’ interazione sociale. Secondo gli studiosi il disprezzo verso un’altra persona è provocato soprattutto da comportamenti trasgressivi di norme morali o convenzioni sociali, dal tradimento della fiducia, da aggressività e violenza, da atteggiamenti immotivati di superiorità, da sincerità e falsità. Si è anche constatato che vi sono differenze significative tra maschi e femmine nello sperimentare disprezzo: per i maschi il tradimento della fiducia e atteggiamenti immotivati di superiorità sono le cause scatenanti più frequenti; invece per le donne i motivi scatenati più rappresentati sono le trasgressioni di norme morali e la falsità.
 Si tratta, quindi, di una emozione sociale che si attiva quando il suo scopo è minacciato.
 L’oggetto del disprezzo è il comportamento della persona in alcuni atteggiamenti particolari che richiama un giudizio morale che porta al dissenso.
 Il ricevente è l’individuo che rivela comportamenti giudicati negativi, ha atteggiamenti di superiorità o tradisce la fiducia. Allorquando questo succede, si ritengono danneggiati, per guanto riguarda la collettività,  gli obiettivi sociali (conservare  le regole della società), morali (la religione), legali oppure in uno specifico gruppo di appartenenza, gli scopi specifici del gruppo stesso e ci si prepara a scontrarsi con un avversario ritenuto pericoloso. L’individuo o il gruppo, ritenuto responsabile di un simile comportamento è riconosciuto disprezzabile per quel specifico comportamento ed esprimendo  disprezzo, non si permette più il ripetersi di quella condotta.
 Lo scopo della persona oggetto di offesa è quello di salvaguardare le norme morali e gli accordi comuni della società, o del gruppo di appartenenza, da quei soggetti che possono comprometterle; il disprezzo è un’emozione adeguata alla loro difesa all'interno della comunità o di un terminato gruppo di appartenenza.
 Possiamo individuare il disprezzo sul volto di un nostro interlocutore?
 Certamente sì, anche se spesso lo possiamo confondere con il sorriso. Tuttavia questo è un errore frequente commesso da chi non conosce il linguaggio del corpo in generale.
 Inoltre, il disprezzo è un’emozione differente dal disgusto, infatti è possibile mostrare disprezzo verso le persone (simultaneo innalzamento e allargamento del labbro superiore su un unico lato della bocca), ma non lo possiamo mostrare verso i cibi.
 Non si prova disprezzo neanche per odori e oggetti.
 Possiamo avvertire un cattivo odore, in quel caso si può provare disgusto, ma non disprezzo; forse il disprezzo è collegato con chi è portatore di un odore sgradevole, ma mai nei riguardi di un odore in particolare. Il disprezzo si manifesta quando ci troviamo di fronte a situazioni ritenute immorali, e si prova un senso di superiorità rispetto a chi ha compiuto l’azione fuori dalle regole.
 A questo punto del nostro discorso, possiamo concludere dicendo che l’emozione del disprezzo consente alla persona di modulare, rendendole più funzionali, le proprie relazioni sociali e di confrontarsi, anche nell'immediatezza del vissuto emotivo, con i valori e norme di comportamento socialmente condivisi