L’abate
Eugenio Dévoud, grande educatore di bambini, fu, un tempo, ospite in Belgio di
una nuova scuola denominata “Ermitage”. Erano gli ultimi giorni di scuola e,
come ben sappiano, tutti gli scolari aspettano con ansia la fine delle lezioni.
Quel mattino, il buon Eugenio se ne andava per il viale alberato, che conduceva alla scuola, con il suo grande mantello svolazzante. Egli notò che sebbene in giro non vi fossero né tigri e né banditi in arrivo, gli scolari andavano a scuola in silenzio e con una faccia scura.
<<Buon giorno, bambini>>, salutò un gruppo di scolari, che procedeva trotterellando, in uno stato particolarmente allegro. <<Ci sono molte scuole qui intorno?>> chiese. <<No, signore>> gli rispose una bambina dai lineamenti fini, con gli occhi alla saracena e infilata alla bell’e meglio in un grembiulino bianco.
<<Meno male!>> esclamò Eugenio con un sorriso.
<<Perché?>> lo interrogò la bambina con aria perplessa.
<<Per un attimo avevo creduto che la nuova scuola avesse deluso voi scolari>> rispose con sincera ingenuità l’educatore, pensando ai visi tristi che incontrava.
<<Niente affatto>> lo rimbeccarono prontamente i bambini che nel contempo gli si erano avvicinati. Poi Eugenio ascoltò con orecchio attento le osservazioni degli scolari. La conversazione durò piacevole e gaia sino all’ingresso della scuola. Erano arrivati. Eugenio, esitando un poco, disse:<<Bene! Sono contento di avervi conosciuto e a breve vi verrò a trovare in classe, se vi farà piacere. Arrivederci.>>.
<<Ma, naturalmente, quando vuole. ArriverderLa>> rispose la bambina con gli occhi alla saracena; e il gruppo volò via.
Poche ore dopo, Eugenio bussava alla porta di una classe nota in tutto l’Istituto per il buon profitto e l’ottima condotta degli scolari. Fu invitato ad entrare. Appena in aula, Eugenio girò lo sguardo attorno nell’ambiente sapientemente illuminato, distribuendo benevoli sorrisi. Riconobbe subito, tra i volti allegri e rosei degli scolari, la bambina dagli occhi oscuri. Ella era seduta in fondo all’aula, sola,e per nulla intimorita, lo salutò come un vecchio amico. Eugenio le si avvicinò e, con aria disinvolta, le si sedette accanto. Poi pregò il maestro di continuare la lezione interrotta dal suo improvviso arrivo.
Superato l’impaccio del primo momento, il maestro, un giovane smilzo con le lenti molto spesse, riprese a parlare della fondazione di Roma.
Gli sguardi ammirativi degli scolari, che un minuto prima erano rivolti a Eugenio, passarono alla figura del maestro che, con voce squillante, continuò a raccontare la storia dei due gemelli. D’un tratto, il maestro interruppe il racconto e rivoltosi agli scolari disse:
<<Chi di voi ricorda il nome di quel troiano che la leggenda pone come capostipite di Romolo e Remo?>>.
A questa improvvisa domanda, seguì un breve vocio di consultazione, poi silenzio. Tutti sembravano concentrati nella ricerca di quel nome che avevano udito tante volte ma che forse in quel momento si era nascosto in un remoto angolo del loro cervello.
I minuti passavano e la risposta tardava a venire. Eugenio girò gli occhi attorno e notò sui volti delle bambine e dei bambini un velo di malinconia e di sconforto, come se il mondo, patapunfente, fosse loro caduto addosso. La faccenda si presentava più complessa del previsto, pensò Eugenio. E poiché la cordialità e la vivacità andavano man mano spegnendosi, a discapito della serenità e dell’armonia generale, l’educatore, per solidarietà, si avvicinò e sussurrò all’orecchio della piccola compagna di banco: <<Enea>>.
La bambina, udito il nome dell’eroe troiano, tirò un sospiro di sollievo, le guance si colorarono di un rosa pallido e di scatto alzò la mano in segno di trionfo. Ma come fu rapida ad alzarla, così fu rapida nell’abbassare la mano. Poi, colorando le guance di un rosso gambero, giro il viso verso Eugenio – che la stava guardando senza cogliere il senso del suo gesto – e con voce sottile e tremante, gli sussurrò:<<Non posso dirlo, perché non l’ho trovato io>>. E. C.
Per una didattica: Le emozioni attraverso i racconti.
Quel mattino, il buon Eugenio se ne andava per il viale alberato, che conduceva alla scuola, con il suo grande mantello svolazzante. Egli notò che sebbene in giro non vi fossero né tigri e né banditi in arrivo, gli scolari andavano a scuola in silenzio e con una faccia scura.
<<Buon giorno, bambini>>, salutò un gruppo di scolari, che procedeva trotterellando, in uno stato particolarmente allegro. <<Ci sono molte scuole qui intorno?>> chiese. <<No, signore>> gli rispose una bambina dai lineamenti fini, con gli occhi alla saracena e infilata alla bell’e meglio in un grembiulino bianco.
<<Meno male!>> esclamò Eugenio con un sorriso.
<<Perché?>> lo interrogò la bambina con aria perplessa.
<<Per un attimo avevo creduto che la nuova scuola avesse deluso voi scolari>> rispose con sincera ingenuità l’educatore, pensando ai visi tristi che incontrava.
<<Niente affatto>> lo rimbeccarono prontamente i bambini che nel contempo gli si erano avvicinati. Poi Eugenio ascoltò con orecchio attento le osservazioni degli scolari. La conversazione durò piacevole e gaia sino all’ingresso della scuola. Erano arrivati. Eugenio, esitando un poco, disse:<<Bene! Sono contento di avervi conosciuto e a breve vi verrò a trovare in classe, se vi farà piacere. Arrivederci.>>.
<<Ma, naturalmente, quando vuole. ArriverderLa>> rispose la bambina con gli occhi alla saracena; e il gruppo volò via.
Poche ore dopo, Eugenio bussava alla porta di una classe nota in tutto l’Istituto per il buon profitto e l’ottima condotta degli scolari. Fu invitato ad entrare. Appena in aula, Eugenio girò lo sguardo attorno nell’ambiente sapientemente illuminato, distribuendo benevoli sorrisi. Riconobbe subito, tra i volti allegri e rosei degli scolari, la bambina dagli occhi oscuri. Ella era seduta in fondo all’aula, sola,e per nulla intimorita, lo salutò come un vecchio amico. Eugenio le si avvicinò e, con aria disinvolta, le si sedette accanto. Poi pregò il maestro di continuare la lezione interrotta dal suo improvviso arrivo.
Superato l’impaccio del primo momento, il maestro, un giovane smilzo con le lenti molto spesse, riprese a parlare della fondazione di Roma.
Gli sguardi ammirativi degli scolari, che un minuto prima erano rivolti a Eugenio, passarono alla figura del maestro che, con voce squillante, continuò a raccontare la storia dei due gemelli. D’un tratto, il maestro interruppe il racconto e rivoltosi agli scolari disse:
<<Chi di voi ricorda il nome di quel troiano che la leggenda pone come capostipite di Romolo e Remo?>>.
A questa improvvisa domanda, seguì un breve vocio di consultazione, poi silenzio. Tutti sembravano concentrati nella ricerca di quel nome che avevano udito tante volte ma che forse in quel momento si era nascosto in un remoto angolo del loro cervello.
I minuti passavano e la risposta tardava a venire. Eugenio girò gli occhi attorno e notò sui volti delle bambine e dei bambini un velo di malinconia e di sconforto, come se il mondo, patapunfente, fosse loro caduto addosso. La faccenda si presentava più complessa del previsto, pensò Eugenio. E poiché la cordialità e la vivacità andavano man mano spegnendosi, a discapito della serenità e dell’armonia generale, l’educatore, per solidarietà, si avvicinò e sussurrò all’orecchio della piccola compagna di banco: <<Enea>>.
La bambina, udito il nome dell’eroe troiano, tirò un sospiro di sollievo, le guance si colorarono di un rosa pallido e di scatto alzò la mano in segno di trionfo. Ma come fu rapida ad alzarla, così fu rapida nell’abbassare la mano. Poi, colorando le guance di un rosso gambero, giro il viso verso Eugenio – che la stava guardando senza cogliere il senso del suo gesto – e con voce sottile e tremante, gli sussurrò:<<Non posso dirlo, perché non l’ho trovato io>>. E. C.
Per una didattica: Le emozioni attraverso i racconti.
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