In un nostro precedente intervento sulla vasta produzione in versi e in prosa di Ewa Lipska - una delle più importanti poetesse polacche contemporanee - mettemmo in evidenza le principali caratteristiche della sua creatività nel campo poetico e precisamente l'innata abilità ad arguire gli elementi più limpidi del mondo e dei mutamenti dell'animo e comunicarli con una scrittura raffinata e intesa.
Questi stessi elementi distintivi li rileviamo
ora, dopo un’attenta lettura di alcune liriche scelte e pubblicate su vari
riviste, cartacee e online, naturalmente, con rinnovato cipiglio compositivo,
nel senso che trasmettono nuove percezioni ora decantate in un linguaggio caratteristico
ed espressivo, ora turbate da un flusso d’angoscia, emozioni fragili che prive
di veli crepuscolari si concretizzano nei versi delle varie composizioni.
Prima di procedere nella nostra analisi, per
chiarire quanto appena detto, riteniamo opportuno aggiungere che sarebbe
riduttivo considerare queste poesie al pari di un semplice tentativo di
esorcizzare l’angoscia insita nella sua sfera psichica e della stessa
precarietà dell’esistenza: la silloge è, invece, una sapiente selezione di
componimenti il cui tono misurato e spesso monocorde dell’ansia, condivide gli esiti estetici di un flusso
continuo di sentimenti e di varie emozioni, che stazionano in tutte le liriche.
Passando
brevemente all'analisi del contenuto, notiamo che pur non costituendo un libro compatto, queste liriche sparse, con la loro presenza, testimoniano la
conquista di una più equilibrata certezza tra la fragilità dell’emozioni e il
mistero dell’esistenza condannata a morire.
Dal punto di vista dell’architettura
compositiva, ci limitiamo a dire che le
poesie presentano dei versi essenziali su un monologo interiore. Versi liberi
con un loro ritmo, particolare per ogni composizione. Pregiate, invece sono le poesie della Lipska,
le quali hanno la freschezza di una sorgente d’acqua che sgorga tra le rocce: non
si rivestono di complicazioni intellettualistiche, non si arroccano
sull’arroganza dei significati. Ogni composizione arriva alla sua sintesi
lirica attraverso un labirinto di sensazioni da cui trae, poi, la scintilla
ritenuta necessaria per manifestare fino in fondo la sua gioia o la sua
angoscia, le sue esaltazioni, le sue emozioni: sono le emozioni , in gran
parte, a fare da sottofondo a queste poesie , come in, VETRI, che di seguito analizziamo.
La poesia si apre con un quadretto che ritrae
a tinte soffuse la scena mattutina di alcune donne appena sveglie e dietro di
loro il brulicante paesaggio, urbano e
umano. Il quadretto non ha finalità descrittiva, piuttosto evidenzia una
continuità di variazioni d’umore, che si succedono secondo una scala di
opposti: tristezza e gioia, emozioni fragili. Sono passaggi che contengono e
sviluppano temi con coerenza e sapienza stilistica. Così le riflessioni
esistenziali diventano veicoli emotivi dell’esistenza umana, che oggettivano in
un linguaggio limpido e armonico i sentimenti ben riposti. Leggiamo alcuni
versi:
<<Nel
paesaggio ci sono i tavoli. Sui tavoli c’è il vino./ A un tavolo una ragazza/. Nella ragazza c’è il
sorriso/ E nel sorriso c’è tristezza. E tutto è/ come al cinema/ in quei vetri
oblunghi. Nella ragazza c’è il sorriso/. Fa pena guardare. Donne assonnate/
Nelle donne c’è l’amore. Nell'amore c’è la fine/ E poi ci sono vetri oblunghi/ e la tristezza.
Viaggiatori. Nell'amore c’è la fine>>. Nel limpido ambiente urbano si fa
strada un sottile velo malinconico, di quella malinconia che non ha nessun
nesso con la psicopatologia. È un momento di tristezza indispensabile per
raggiungere una conoscenza più profonda di se stessi e delle proprie emozioni.
E ancora, in
questo inarrestabile flusso coscienziale, misurato e lento di una attività
creativa che tenta di dare un senso alla paura insita nel DNA dell’eterno, del
suo profondo mistero e alla violenza che passa, in varie forme, tra gli uomini,
da cui nessuno è esente: una paura e una violenza che sono dentro di noi,
quanto più noi l’attribuiamo agli altri. Leggiamo:
<<Nei
viaggiatori c’è il treno/. Battono in essi le ruote/. E nelle ruote c’è
l’eterno/.Nell’eterno c’è la paura/. E nella paura c’è il silenzio/. E nel
silenzio più silenzioso/. Nei viaggiatori c’è il treno/. E il continuo gioco
delle ruote/. Che pena guardare/. La truppa marcia/. Nel soldato c’è la
pallottola/. E nella pallottola c’è la morte/. E nella morte c’è tutto e nulla
c’è nella morte.>>.
Sebbene la nostra analisi abbia sin qui
rilevato momenti di riflessioni esistenziali modellate su un flusso verbale
malinconico con tutte le sue sfumature, nei versi delle poesie che seguono
notiamo una Lipska che presenta un dettato diverso rispetto al precedente, nel
senso che una voce più chiara e discreta riduce la tensione interna:
<< < L’amore è un indovino/. Prevede
se stesso te e me/. È del popolo eletto/ e usa una lingua/ ad alta
tensione>>, Amore, e ancora
sullo stesso tono alcuni versi caratterizzati da una metodologia analitica finalizzata
a rilevare varietà di caratteri e di situazioni reali:
<<Una
vecchietta ha preso un sonnifero/ ed è tornata indietro/. La veglia è
sopraggiunta inattesa/. Le ho comunicato soltanto il dolore della testa/ posata
male sul cuscino>>, Sogno.
Il mondo psicologico e letterario di Ewa Lipska
è, dunque, lo specchio analitico di uno schema narrativo raffinato e intenso,
caratterizzato da variazioni di umori, a volte malinconiche , a volte simpatiche,
introspettivo privo dell’ottica
psicopatologica, in una girandola di emozioni, di elementi mentali godibili e
di varie figure retoriche, attraverso la voce recitante dell’io poetico vigile,
pacato ma mai presenzialista, piuttosto si associa al coro degli altri attori. Una
scrittura moderna, che merita ulteriore attenzione dei lettori e dei critici.
E.C.
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