Secondo
le ricerche scientifiche di vari autori, il disgusto è un’emozione innata e
basilare. È compresa tra le emozioni di base, presenti in tutti gli essere
umani e animali. Essa risponde negativamente al cibo considerato dannoso
per la salute fisica e/o psichica e/o per l’anima dell' individuo.
Si comincia a provare disgusto sin da neonati
e inizialmente è strettamente legato al rifiuto di sapori e odori che non si
gradiscono; col passare del tempo, inoltre, questo disgusto alimentare –
tramite la nostra cultura - può
acquisire un significato psicologico più ampio legato all’ambiente, a valori,
pensieri, persone, fra cui, in alcuni casi specifici, anche se stessi, che
possono essere ritenuti più o meno ripugnanti.
Di solito cibi che al palato vengono percepiti
come amari ( ricordano sostanze velenose) o acide ( cibi deteriorati) causano
disgusto. Invece al tatto, causano disgusto oggetti viscidi, flaccidi poiché
senza difficoltà vengono associati a
qualcosa di putrido, di stantio o di ciò che ha un cattivo odore.
In linea di massima, si avverte sensazione di
disgusto anche per tutte le secrezioni corporee, fatta la dovuta eccezione per
le lacrime.
In ogni caso vi sono differenze soggettive
anche in quello che viene compreso come disgustoso. Per esempio, alcune persone
usano mangiare vari pesci crudi, altri decisamente no. Vi sono persone che
hanno l’abitudine di bere il caffè amaro, altre invece non riuscirebbero
nemmeno ad ingoiarlo. Ciò accade in parte a
predisposizioni genetiche e biologiche, e in parte alla consuetudine a
certi tipi ti alimenti e alle usanze familiari.
I ricercatori sostengono che mentre il
disgusto legato a uno sgradevole sapore è innato( già dai primi mesi di vita il
bambino respinge e sputa un alimento amaro o acido ( per esempio il limone), il
disgusto associato a un certo tipo di persona, di ambienti, di ideologie, di
atteggiamenti, di mode eccetera, si accresce con la cultura e ambiente di
appartenenza, soltanto in età successive.
Seguendo quest’analisi, rileviamo che l’azione
di disgusto istantaneo, che non segue il normale rito dell’assaggio ma che si
mostra come reazione istintiva al semplice sguardo di un particolare cibo, sembra
svilupparsi intorno ai 3 anni di età, quando il bambino apprende le attività
giornaliere di igiene personale e l’impiego del Wc, e anche le basilari
conoscenze delle patologie organiche.
Qual è la sua funzione?
Il disgusto svolge una importante ed esatta
funzione: la difesa a livello personale e sociale dell’individuo, per mezzo
della spinta comportamentale di allontanamento ( che si rivela con lo sputo
quando si tratta di sostanze ingerite) o di affermazioni decise di declinare la proposta – nooo!! -,
allo scopo di eludere che la persona/sostanza entri in contatto con noi e ci
contamini.
Scansare
quanto è più possibile il contagio con le sostanze malefiche non
significa solo salvaguardarsi dalla tossicità di una sostanza e pertanto dalle
patologie o morte, ma anche protezione da alcuni particolari che si riferiscono
strettamente ai fatti personali, cioè per quanto è possibile eludere di essere
contagiati da persone che crediamo vergognosi per dei loro comportamenti fuori
della norma del buon vivere civile.
Inoltre gli studiosi hanno rilevato che nella
popolazione vi sono persone in modo specifico sensibili al disgusto. Soggetti,
questi, che hanno una paura eccessiva di venire contaminati, perché per essi la
contaminazione è percepita come un fatto terribile, uno stato patologico da cui
difficilmente ci si può liberare: si rimarrà per sempre sudici e bollati.
Dal punto di vista psicopatologico, questa eccessiva
sensibilità al disgusto sembra essere uno dei componenti che apportano allo
stato del “ disturbo ossessivo compulsivo”, che può rivelarsi, per l’individuo
colpito, con ripetitive azioni di lavaggio – per esempio con amuchina delle mani -, della pulizia e ordine degli
oggetti del proprio ambiente, come tentativi di rassicurarsi circa il timore
che possa per propria responsabilità accadere qualcosa di negativo per sé o
altri.
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