L’invidia
è un’emozione che nasce nell’individuo nel constatare che un suo simile è
felice, sta ottimamente con se stesso, è soddisfatto, è riuscito in un suo
progetto, un intimo sentimento che a volte assume una intensità tale da far
desiderare che il benessere altrui si trasformi in malessere: nell’osservare
l’altra persona stabiliamo, senza neanche desideralo, un confronto e questo
confronto ci rimprovera per ciò che non
abbiamo e ciò che noi siamo.
L’invidia è un’emozione sgradevole che
difficilmente noi ammettiamo. Nello stato emozionale dell’invidia, l’altra
persona con la quale stabiliamo un paragone è il migliore e non importa se
quanto gli invidiamo e vorremmo ardentemente per noi gli è costato enormi
sacrifici. In alcuni casi, nell’invidioso esiste il desiderio che la persona
invidiata perda l’oggetto (bene materiale o affetto) senza che l’invidioso ne
tragga poi effettivamente vantaggio. Quando siamo preda dell’invidia,
diventiamo ciechi e vediamo solo noi stessi. L’altro funziona come uno specchio
e ci mostra, non necessariamente in modo intenzionale, la nostra inferiorità.
Come abbiamo già detto, nessuno è immune
dall’invidia, anche se poi tutti non hanno il coraggio di confessarla. Al
limite si può ammette di farsi prendere a volte da scatti d’ira, di
compiacersi nella inoperosità o
di soffrire per gelosia, ma di essere
logorato dall’invidia proprio no. Secondo gli psicologi l’invidia è
l’emozione negativa più rifiutata. Questo perché ha nel suo intimo due elementi
infamanti: il primo ammettere di essere inadeguato, il secondo prova di
procurare danni all’altro senza confrontarsi a viso aperto ma in modo ambiguo,
considerato infelice.
L’invidia, infatti, di frequente è distinta dall’antipatia
malcelata verso l’altra persona, dal desiderio di danneggiarla, persino dietro
la spalle con apprezzamenti maledicenti, e nel contempo di privarla di tutto
quello che la rende piacevole, invidiabile.
Anche un altro elemento distintivo
dell’invidia la rende difficile da ammettere, persino a se stessi. Si prova
soprattutto per la persona che è simile, per le persone che si considerano
paragonabili come condizioni di partenza. Per una donna, ad esempio, è scottante
il confronto con un’amica esteticamente più bella e corteggiata, più che quello
indefinito e sproporzionato con una top model; per un uomo si invidia il
collega d’ufficio che è stato promosso, non il direttore generale.
Inoltre l’invidia colpisce spesso anche le
persone che ci circondano e a cui siamo affezionati, come colleghi, compagni di
classe, ma anche amici e parenti: la pari convenienza rende infelice
l’essere al di sotto rispetto ai
successi di un fratello o di una sorella,
in un raggio d’azione importante per sé.
A questo punto diciamo che in fondo
l’invidioso non ha lo scopo di danneggiare l’altro direttamente, ma auspica il
male dell’altro. Questo perché non è
stato danneggiato realmente e quindi non può agire in modo attivo e
apertamente, soprattutto perché la società condanna l’invidia. La società
civile, infatti generalmente tendono a scoraggiare gli atti ostili per
custodire i valori sociali.
Tuttavia dal suo punto di vista l’invidioso
non ha tutti i torti. A questo riguardo,
infatti, neanche l’esibizione della superiorità è tollerata dalla
società, perché mette in evidenza l’inferiorità dell’altro.
In
conclusione, l’invidia se è ritenuta pericolosa per le altre persone, perché
allora proviamo questa emozione? Perché l’invidia è simile alla paura, dicono
gli psicologi, la quale è sgradevole ma ci prepara a reagire a un pericolo. È
un vero campanello d’allarme: ci avverte velocemente che siamo perdenti nel
confronto sociale con l’altro. Ed essere in una posizione inferiore e sicuramente
svantaggioso, quindi l’invidia è un’emozione che segnale questo tipo di disagio
sociale e ci dovrebbe incitare a uscirne per cui necessariamente deve essere
un’emozione spiacevole.
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